• Claudio Biolchini

Gli Utah Jazz sono davvero una contender?


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FOTO: NBA.com

Essere tra le migliori squadre della Conference è un conto, ma avere un'effettiva possibilità di vincere il titolo è tutta un'altra cosa. Gli Utah Jazz, che per ora hanno ampiamente il miglior record dell'NBA (26-6), sono una vera contender? O i loro risultati in Regular Season non sono replicabili nei Playoffs?


I Jazz giocano ormai da tanti anni un ottimo basket di sistema, ma oggettivamente dal punto di vista del puro talento, nessuno li teme dai tempi di Karl Malone e John Stockton. L'addio di Gordon Hayward (destinazione Boston) nel 2017 sembrava l'inizio di una caduta in un canyon profondo, invece la presenza di Rudy Gobert e l'esplosione di Donovan Mitchell, sotto la guida di Quin Snyder, hanno mantenuto la squadra a livelli rispettabili.


La franchigia, per lunghi tratti, sembrava condannata a navigare in quel limbo NBA, a metà tra una squadra da Lottery e una contender. L'estensione di Rudy Gobert con un max contract, poi, ha bloccato roster e salary cap per diversi anni (salvo ovviamente trade clamorose), facendo storcere a molti il naso.


Questa scelta (condivisibile a mio parere) ha rappresentato un'investitura per questo gruppo, che si è sentito legittimato dall'organizzazione e ha risposto sul campo superando ogni aspettativa. Persino il rapporto tra le due stelle della squadra sembra essere del tutto recuperato, dopo la famosa conferenza stampa di Gobert, il focolaio Covid-19 in spogliatoio e tutto il lascito della vicenda dello scorso marzo.


Dal punto di vista tecnico, invece, quali aspetti hanno permesso ai Jazz il salto di qualità rispetto alle passate stagioni?


Ecco, qui sotto, un grafico che illustra visivamente la distribuzione dei tiri nelle due metà campo (offensiva e difensiva) dei Jazz di coach Snyder. In attacco il tiro da tre è ampiamente la prima opzione (45.2% delle conclusioni, primi nelle Lega); meno di un tiro su quattro arriva invece dal mid-range (27esimi), mentre al ferro si va il 30% delle volte (25esimi), un dato piuttosto basso rispetto alla media NBA.


ATTACCO (a sinistra) - DIFESA (a destra)

I dati di tracking (NBA.com) dicono che il team è secondo nella Lega per numero di conclusioni "wide open", cioè con molto spazio, mentre è 24esimo per tiri "tight" e addirittura 28esimo per tentativi "very tight", cioè col difensore molto vicino. Questo conferma la pericolosità offensiva dei Jazz e la loro capacità di costruire spesso un effettivo vantaggio.


Avere ottimi tiratori, di per sé, non basta. E' la conoscenza reciproca e il sistema di gioco che i Jazz hanno costruito negli anni a rendere possibile tutto questo.



Il cammino verso la modernità nello Utah è iniziato nel 2011/12. Da allora in poi, si è tirato sempre di più da tre punti, in linea con il trend dell'intera NBA e anche oltre, in questa stagione (42.9 triple a partita).


Pericolosità perimetrale e tanti giocatori in grado di trattare la palla. Questi sono gli ingredienti base del gioco offensivo dei Jazz, che con il ritorno di Bojan Bogdanovic hanno ritrovato un'importantissima arma in più rispetto agli ultimi Playoffs.



Le percentuali dei ragazzi di Coach Snyder stanno costringendo spesso i difensori avversari a stare attaccati ai tiratori, condizione che permette a Donovan Mitchell e Mike Conley di giocare uno-contro-uno e/o pick&roll con Gobert con le giuste spaziature.


Allo stesso modo, Jordan Clarkson in uscita dalla panchina si è un giocatore di uno-contro-uno di ottimo livello e fin qui sta indubbiamente vivendo, sotto tanti punti di vista, la miglior stagione della sua carriera.



Tutti, in questi Jazz, si sono dimostrati in grado di contribuire offensivamente con efficienza, sintomo dell'ottimo stato di salute mentale della squadra. A partire dai role player, come Royce O'Neale.



Continuità


Riuscire ad avere continuità, in una stagione come questa, fa la differenza.


Il Covid senz'altro è stato benevolo, sino ad ora, con i mormoni. E questo ha sicuramente rappresentato un vantaggio rispetto ad alcune concorrenti. Delle 23 lineups più utilizzate della Lega, infatti, 3 sono degli Utah Jazz - rispettivamente al quinto, 17esimo e 23esimo posto, secondo i dati di Cleaning The Glass.


GRAFICO: Owen Phillips

Tra i quintetti sopra la media come rendimento (quindi almeno nel 51esimo percentile) troviamo 5 lineups di Utah per punti per possesso e differenziale, e 4 lineups per eFG% (sia propria, sia concessa) e punti per possesso degli avversari. Non aver perso pezzi per strada sicuramente ha permesso a Quin Snyder di riuscire a cambiare le rotazioni di partita in partita senza uscire troppo dal seminato. E, quindi, senza perdere produttività ad entrambi gli estremi del campo.


Quello che è molto incoraggiante è che il grande momento di forma non è direttamente riconducibile a uno stato di splendore di una superstar. Anzi, Gobert, Mitchell, Clarkson e Bogdanovic non hanno migliorato in modo particolarmente vistoso il proprio contributo rispetto alla scorsa stagione.


Uno step up, invece, c'è stato da parte di Mike Conley, finalmente integrato al 100% in questo sistema, e da Joe Ingles. Entrambi stanno facendo molto meglio dell'anno scorso in termini di produzione offensiva, efficienza al tiro e controllo delle palle perse. L'australiano in particolare è passato da 1.19 a 1.41 punti per tiro, tra le migliori ali della NBA, con addirittura il 74% al ferro, un dato incredibile per un giocatore di non eccelso atletismo.


Poi, c'è la difesa.


Si concedono tanti tiri dal mid-range, come detto, negando il ferro e soprattutto il tiro dalla lunga distanza. In particolare, i Jazz sono i migliori dell'NBA a negare le corner threes, ovvero il tiro più pregiato possibile dopo un layup.


Il game-plan è sempre molto chiaro e prevede grande aggressività perimetrale, in attacco come in difesa. Per quanto riguarda la frequenza del tiro da tre, infatti, il differenziale tra triple tentate e concesse agli avversari (+13.4%) è il più alto del campionato.



Questa strategia sta pagando ottimi dividendi. La pressione lontano da canestro costa inevitabilmente qualche punto subito vicino al ferro, ma Gobert da solo può limitare i danni. Piuttosto, i problemi arrivano quando il francese abbandona l'area per contestare un tiro, situazione in cui i Jazz hanno sofferto le ali avversarie e dimostrato poca consistenza a rimbalzo. A sottolinearlo è stato lo stesso Quin Snyder, in occasione della Zoom Call prima di Jazz-Hornets di lunedì: "è il principale aspetto in cui dobbiamo migliorare in difesa se vogliamo davvero essere competitivi".


In ogni caso, nel video qui sotto si può vedere quanto sia difficile, anche per un giocatore talentuoso e intelligente come Sabonis, trovare un buon tiro contro Gobert. E, allo stesso tempo, quanto i compagni si fidino di Rudy e siano capaci di fare dei rapidi blitz sulla palla, senza però concedere nessun vantaggio ai tiratori sul perimetro.


Per una squadra che, come abbiamo visto, è concentrata sul concedere meno open threes e meno tiri nel pitturato possibile, questi sono concetti fondamentali.





Per tutti questi motivi, i Jazz appaiono al momento una credibile minaccia per le contender della West Coast, anche in ottica Playoffs.


Tuttavia, un limite strutturale è apparso abbastanza evidente: la squadra allo stato attuale non ha uno specialista difensivo per fronteggiare le migliori power forward avversarie. Royce O'Neale ha sempre fatto il massimo, ma contro le ali forti più fisiche e talentuose della Conference potrebbe soffrire - troppo - durante la post-season. Vedremo se il front office riuscirà a colmare questa lacuna, via trade o pescando dai buyout.


In ogni caso, Utah finora in questi due mesi ha davvero superato ogni aspettativa e legittimato, fino a prova contraria, la propria candidatura per le Conference Finals. L'obiettivo? Ripetere l'impresa di un squadra, i Miami Heat, che nel 2020 ha portato la forza del collettivo fino alle NBA Finals.