• Marco Richiedei

Grazie per essere stato il mio esempio, Timmy.


FOTO: NBA.com

Questo articolo, scritto da Huw Hopkins per Ball Writers e tradotto in italiano da Marco Richiedei per Around the Game, è stato pubblicato in data 22 gennaio 2021.



Non so come mio fratello sia entrato in possesso di quelle videocassette di film e documentari su Michael Jordan e i Chicago Bulls. All’epoca non erano facilmente reperibili nei “Blockbusters” inglesi.


In Inghilterra la gente andava matta per il calcio e dove sono cresciuto io, in Galles, lo sport più seguito era il rugby. Gli unici aggiornamenti sul mondo NBA disponibili da questo lato dell'Atlantico erano gli highlights che David Stern inviava gratuitamente in tutto il mondo (e che per noi erano trasmessi su Channel 4 da Mark Webster):



Ma a farmi avvicinare per davvero al basket sono stati i documentari su Michael Jordan di mio fratello. Il documentario sul primo three-peat, Unstop-a-Bulls, narrato con toni quasi epici da Hal Douglas, aveva un fascino quasi drammatico.


Già i primi minuti mostravano quanto fosse dura la competizione nella Eastern Conference; una colonna sonora motivazionale in tipico stile anni '90 accompagnava poi la narrazione dei primi turni di Playoffs.


L’atmosfera quasi teatrale del documentario raggiungeva poi il proprio apice nel racconto della serie contro i Cleveland Cavaliers (ECF 1992) - che quella stagione avevano acquisito Gerald Wilkins “The Jordan Stopper” - e poi delle NBA Finals contro i Phoenix Suns di Charles Barkley.



Grazie a questo documentario e ad altre videocassette (Air Time, Playground, Above & Beyond) ho davvero imparato ad apprezzare il gioco. Ma ero ancora giovane. Il basket stava diventando una parte sempre più importante della mia vita, ma non avevo ancora trovato la miccia che potesse accendere definitivamente la mia passione.


Molti miei amici avevano deciso di dedicarsi al rugby, io volevo giocare a basket. I miei allenatori volevano che lavorassi molto sui fondamentali: palleggiare bene con entrambe le mani, passare, lavorare per la squadra in difesa e, sì, usare tanto il tabellone per tirare (eppure, pensavo, i fadeaway e gli stepback di Michael non avevano bisogno del tabellone).


In quegli anni, Michael Jordan si era ritirato e i Bulls non erano più quelli di una volta. C'era, però, un grande esempio da seguire, un giocatore che aveva perfezionato queste basi a tal punto da essere soprannominato “The Big Fundamental”.


Tim Duncan difendeva duro, in attacco era inarrestabile e non era quel tipo eccentrico di giovane stella. Ecco, lui era il mio esempio. Lui era la miccia che poteva accendere definitivamente la mia passione per il gioco.



I San Antonio Spurs avevano già vinto un titolo, anche se in un periodo piuttosto negativo per la lega e per i suoi rapporti internazionali. Il ritiro di Michael Jordan e il lockout avevano messo in dubbio la trasmissione delle partite NBA al di fuori dei confini statunitensi. Negli ultimi anni del decennio, mi risultava infatti totalmente impossibile reperire immagini, filmati o notizie sul mondo NBA.


L’ascesa di internet nei primi anni 2000 ha poi riacceso l’interesse generale nei confronti di questa lega. Molti inglesi seguivano i Lakers, ma io - influenzato dall’ammirazione per Tim Duncan - avevo ormai iniziato a tifare per gli Spurs, uno “small-market” pieno di talento.


E la mia scelta è stata ripagata. In cinque stagioni San Antonio ha vinto tre titoli e Tim Duncan ne era l'assoluto protagonista, anche se lui non cercava attenzioni.



Nella mia carriera e nella mia vita personale, mi è stato spesso detto che non mi "metto in mostra" abbastanza. A volte penso che questo mio lato mi abbia privato di certe opportunità. Ma è grazie a Duncan, all'aver visto riconosciuta la sua grandezza, che non lo sento necessario.


Ho ammirato la grandezza e la spettacolarità di Jordan, i documentari epici e (auto)promozionali. Ma ho visto la stessa grandezza nella modestia di Duncan, che senza cercare la fama ha condotto gli Spurs a un titolo NBA in tre decenni diversi.


Nel basket c’è un posto per tutti. Anche per un gallese come me, lento e sottodimensionato, che non sapeva tirare. Ma ho usato la mia passione per costruirmi una carriera in questo mondo - e anche se non ho mai messo particolarmente in mostra le mie competenze, penso che queste oggi vengano riconosciute.


Grazie per essere stato il mio esempio, Timmy.





Huw Hopkins è cresciuto in Galles e attualmente vive in Inghilterra, dove allena una squadra di basket locale. Ama tutti i tipi di basket: maschile, femminile, su sedia a rotelle, internazionale, bello e brutto. Ha collaborato con Sky Sports come partner britannico per i diritti radiotelevisivi dell'NBA/WNBA, è apparso su Sporting News per coprire eventi della FIBA ed è attivo come scrittore per Double Clutch e Ball Writers.