• Leonardo Pini

He did it: la strana storia di Duncan Robinson


FOTO: NBA.com

Duncan Robinson nella NBA non ci sarebbe mai dovuto entrare. La sua storia inizia al freddo, nel Maine, stato natale di Duncan, passa dal Massachusetts, poi Michigan, per trovare la sua pagina più bella (fino adesso) in una strana metafora della sua vita, al sole della Florida.



La strada in salita

Il ragazzo, esile ed estremamente intelligente, muove i suoi primi passi su un parquet nel Massachusetts alla Governor’s Academy. Nessuno alza un sopracciglio vedendolo giocare. La meccanica di tiro c’è, non esce male dai blocchi, ma di entrare in campo non se ne parla fino all’anno da junior.

Lui stesso dirà di non esser stato un bel giocatore nemmeno al liceo. Offerte dal college non se ne vedono. Il ragazzo saprà anche tirare, ma è di una goffaggine unica. D’altronde, è cresciuto 33 cm in 4 anni, passando dai 170cm con i quali si è presentato alla Governor’s Academy ai 203cm con i quali se ne esce. Si sta riadattando a un diverso modo di correre e di saltare.


La palla, però, continua a cantare quando esce dalle sue mani.

In una partita di AAU viene notato da un osservatore dello Williams College, squadra di Division III, famosa per produrre membri della classe dirigente americana, non giocatori di basket. La convivenza con quello spogliatoio e con Coach Maker è per lui un’ispirazione. Nello spogliatoio si parla di borsa, energie rinnovabili e diritti civili. Il basket è un divertimento. Nessuno pensa davvero di poter diventare un professionista nel mondo dello sport.

Nessuno, tranne Duncan, che mentre i compagni si preparano a fare tirocini di spessore in alcune delle più importanti “firms” del Paese, pensa come poter migliorare il suo tiro, come diventare indispensabile su un parquet.

Coach Maker lascia la Williams University, ma riesce a mettere in contatto Robinson con John Beilein, capo allenatore di Michigan, al quale ha fatto da assistente a West Virginia.


L’accordo tra lo smilzo tiratore e il navigato coach NCAA è chiaro: Duncan dovrà presentarsi da walk-on, senza alcuna borsa di studio per meriti sportivi. “Poco importa”, pensa. Non diventerà un giocatore professionistico, ma avrà un’educazione di primo livello.



In punta di piedi


Arriva il primo giorno di allenamento della stagione 2014/15. Duncan Robinson sta per fare il suo primo anno a Michigan, come “redshirt”, ovvero un giocatore che può allenarsi ma non partecipare alle partite. Si mette subito in mostra però.

Quando arriva ad Ann Arbour la scuola si fonda su tre certezze: Ohio State University, acerrima rivale, è biada per cavalli, i Fab Five sono la squadra di college basketball più forte di tutti i tempi, e il record di triple consecutive in allenamento di Nik Stauskas (75) non può essere battuto.

Alla prima stagione, lungo e dinoccolato come un salice, il ragazzo nativo del Maine ne mette 78.

I minuti sul parquet arriveranno nei tre anni successivi, nonostante siano anni altalenanti. Inizia giocando quasi 30 minuti a partita, a fianco di Caris Levert, prima che coach Beilen gli riduca drasticamente il minutaggio.

Qualcosa inizia a vacillare nella fiducia del ragazzo. Durante un compito in classe, gli viene chiesto di intervistare qualcuno che sia legato al mondo del quale vorrebbe fare parte in futuro. Vorrebbe intercettare qualche giocatore, perché quello vorrebbe fare. Scrive invece a Mark Titus, giornalista, che ha fatto carriera raccontando episodi legati al mondo della pallacanestro collegiale, quando, pure lui da walk-on come Duncan, faceva parte dei Buckeyes di Ohio State.


Duncan pensa che quella possa diventare una strada alternativa. Nel messaggio mandato a Titus rende chiara una cosa: il mondo del basket non si libererà di lui facilmente.


Foto: Bleacher Report

Nel 2018, nel suo anno da senior, arrivano alla finale del torneo NCAA, persa poi contro gli Wildcats di Villanova. Lascerà la scuola con il 42% da tre, toccando il 45% alla sua prima stagione. Timidamente si affaccia all'NBA Draft, sperando che le mani da pianista abbiano convinto chi aveva accolto la sua candidatura alla selezione con scetticismo.



Shoot Duncan, shoot!

E invece sessanta nomi vengono chiamati prima di lui. Fortunatamente, un assistente di Erik Spoelstra chiama il coach dei Miami Heat. Racconta di questo cecchino uscito da Michigan, che ha lo sguardo perso di chi lavora alle poste, ma che ricorda i più grandi nella specialità per come esce dai blocchi.

Spoelstra si fa convincere. Duncan in Summer League fa ciò che deve e gli Heat gli offrono un contratto valido per giocare con i Sioux Fall Skyforce, squadra della G-League, e all’occorrenza rimpinguare le rotazioni di Miami.

E la prima stagione a Miami va esattamente così. Non trova spazio nelle rotazioni, ma capisce qual è il suo ruolo. Sfruttare gli hand-off previsti dal sistema-Spoelstra, tirare con fiducia ed essere più possibile una presenza a rimbalzo e in difesa.


FOTO: NBA.com

Quest’anno, l'esplosione. Che sta tutta nelle mani, certo. Il 43% dalla lunga distanza, le 270 triple in una stagione e il 93% ai liberi, non possono che essere merito delle mani. Ma è il cervello del nativo di York a fare la differenza. L’intelligenza con la quale ha capito prima di tutti cosa sarebbe voluto diventare e cosa avrebbe dovuto fare per farlo.

Che sia non mettere mai la palla per terra, tirare almeno 16.000 volte in un’estate (questo l’allenamento ai tempi della Governor’s Academy) o non curarsi dello scetticismo di chi, con passo cadenzato, lo vedeva entrare in una qualsiasi palestra.

La musica adesso è cambiata, e per Duncan si è aperto il palcoscenico più luccicante.



Around the Game nasce con l’obiettivo di avvicinare gli appassionati italiani alla pallacanestro NBA, attraverso due tipologie di contenuti: i contributi realizzati e pubblicati dai membri interni della redazione (diffusi a titolo gratuito, senza scopo di lucro, protetti da copyright e soggetti a legislazione vigente in materia di diritti d'autore); e articoli tradotti delle testate estere in collaborazione con AtG, pubblicati e tradotti in italiano dalla nostra redazione. I contenuti del secondo tipo, i cui diritti d’autore appartengono alle testate giornalistiche da cui sono stati pubblicati originariamente, sono all’interno della sezione “Traduzioni” e vengono selezionati, tradotti e pubblicati da AtG solo dopo la ricezione da parte delle fonti di esplicito ed esclusivo consenso relativo a questa attività.

Around the Game non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza una periodicità prestabilita. Pertanto, ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001, non può essere considerato un prodotto editoriale.

 

Alcune immagini sono prese dal web: se un contenuto è di tua proprietà e vuoi richiederne la rimozione, oppure per qualsiasi questione relativa ai diritti d’autore, ti preghiamo di inviare una mail a questo indirizzo: pr.aroundthegame@gmail.com

Fondatore e Direttore: Andrea Lamperti -  Fondatore e Web Manager: Ferdinando Dagostino

© 2017 by Around the Game.  Prodotto da SaidiSEO.com