• Jacopo Di Francesco

I Bulls di Karnisovas: inizia la rivoluzione

L’ex GM dei Nuggets, front runner da subito, deve riportare la Windy City in alto dopo una decade di disastri



FOTO: NBA.com

Senza lockdown, probabilmente a Chicago ora partirebbe una sfilata degna della gloria che fu. Tanta era l’attesa da parte dei tifosi dei Bulls, che con una mossa poco usuale Oltreoceano organizzarono davvero una #firegarpaxrally l’anno scorso.


Tuttavia, la famiglia Reinsdorf si è resa conto che doveva, nelle parole dell’insider KC Johnson “smettere di rendere difficile una decisione tanto semplice” solo dopo l’All-Star Weekend ospitato allo United Center a febbraio. La figura non eccezionale - sia mediaticamente (cori contro Forman e Paxson conditi dalla contestuale risatina di LaVine, Pippen che da ambasciatore dichiara di non conoscere metà roster), sia sul parquet (con la sola comparsata di LaVine al Three-point Contest) - ha convinto Jerry, il presidente dei three-peat, e suo figlio Micheal a dare una svolta all’organizzazione familistica dei Bulls, laddove a pagare per i risultati degli ultimi dieci anni sono stati solo gli allenatori.


Quando nella Lega la voce ricorrente diventa “The Bulls are lucky the Knicks exist”, bisogna dare una svolta, che secondo Wojnarowski si chiama Arturas Karnisovas.


Cosa trova l’ex Fortitudo

Per quanto la posizione di Executive VP dei Bulls sia ancora per storia, città e numeri da big market tra le più ambite della NBA, Karnisovas non si è scelto una "missione per conto di Dio", ma neanche una particolarmente tranquilla, anche vista la situazione attuale nella Windy City.


Questo potrebbe far pensare a delle garanzie importanti date dai Reinsdorf al lituano per quanto riguarda la possibilità di lavorare in autonomia, senza lo spettro di Paxson che decide nell’ombra, o quello di Doug Collins, senior advisor che afferma con fierezza il suo disprezzo verso le advanced stats. Ma ci arriveremo.


Guardando al parquet, la posizione dell’aziendalista Jim Boylen sembra tutto fuorché solida. Nonostante fosse difficile, è riuscito a mettere insieme record peggiori rispetto al suo predecessore Fred Hoiberg, non ha neanche per due settimane mantenuto le - legittime in questo Est - ambizioni di postseason, e anche quando chiede di essere valutato per ciò che sta costruendo a livello ideale e di sviluppo dei giocatori, è difficile capire a cosa possa riferirsi. Citofonare Lauri Markkanen o Zach LaVine.


FOTO: NBA.com

Eppure, i Bulls vengono da tre n.7 in lottery - il sopracitato finlandese, Wendell Carter e l’unica nota positiva di stagione, Coby White - e hanno vinto la scommessa dei 78 milioni di dollari in 4 anni a LaVine nonostante le enormi critiche iniziali.


Da qui si può intuire come qualcosa su cui lavorare ci sia, considerando anche un Otto Porter in salute e due veterani affidabili come Satoransky e Thaddeus Young.

I peccati capitali di GarPax


Non fosse bastata quella Gara 1 contro Philly del 2012 per far capire che gli anni nel deserto post MJ non erano finiti, il front office dei Bulls ha reso più volte chiaro il concetto.


Anche prima di draftare il figlio del SouthSide con una pallina in lottery tra le più fortunate di sempre, si optò - sempre in sede di Draft, nel 2006 - per Tyrus Thomas quando tutte le aspettative erano su LaMarcus Aldridge, mandato ai Blazers. Per quanto il lungo degli Spurs sia tra quelli più a rischio estinzione ad oggi, i due hanno avuto carriere diametralmente opposte.


Lo United Center, fino a due anni fa, oscillava tra il primo e il secondo posto per indice di riempimento, ora è al 22esimo. Questo, per una franchigia che ha ritardato di un anno la ricostruzione firmando Wade e Rondo all’unico scopo di mantenere buoni dividendi, non è un dato che può passare inosservato. Ma la stessa ricostruzione ha avuto qualche intoppo: se la trade di Jimmy Butler poteva far risparmiare qualche anno buio portando LaVine, Markkanen e Dunn, non va in questa direzione il contratto di Cristiano Felicio: nella sua “breakout” season il centro brasiliano ha messo insieme 5.6 punti, 4.2 rimbalzi e 27 partite non giocate; questi numeri gli sono valsi comunque 32 milioni in 4 anni, per di più nel primo giorno di free agency. Sic.



FOTO: NBA.com

Ma il tempo è galantuomo, e se da una parte oltre alle leggende metropolitane riguardo alle chiacchierate con LeBron nel 2010 e con Carmelo Anthony qualche anno dopo, l’unico big free agent arrivato in Illinois è stato un Pau Gasol che aveva già dato il meglio, dall’altro la trade con Denver per scegliere Doug McDermott alla 11 ha permesso proprio a Karnisovas di arricchire il proprio curriculum pescando alla 16 Jusuf Nurkic e alla 19 Gary Harris. Anche qui, carriere diverse.


In undici anni, quindi, il bilancio di Paxson vede una finale ad Est come punto massimo, e una sola gita ai Playoffs nell’ultimo lustro. Con tutte le difficoltà del caso, era difficile rovinare la legacy del play di Micheal Jordan. Ma pare che ci sia riuscito.



Chi è Arturas Karnisovas?


Lituano, 48 primavere sulle spalle, bronzo olimpico nel ‘92 e nel ‘96, stella pura della generazione che includeva anche Sabonis e Marciulonis, Arturas Karnisovas dopo quattro anni a Seton Hall ha le sue stagioni migliori in blaugrana, e ha lasciato un buon ricordo anche alla Fortitudo Bologna. Dopo aver lavorato a New York negli uffici della Lega, passa ai Rockets per poi consacrarsi in Colorado.


È stato un nome forte sin da subito, superando la concorrenza del GM di Utah Justin Zanick, del martire del process Bryan Colangelo e gli inconvenienti relativi a Bobby Wexler, colui che ha scelto Pascal Siakam e a ragion veduta non liberato dai Raptors per un colloquio.


La Denver di oggi, contender vera per la prima volta da dieci anni, deve a lui le scelte, oltre a quelle già menzionate, di Jamal Murray - prospetto di ampio consenso dopo l’anno con Calipari a Kentucky - e di Nikola Jokic, un po’ meno in vetrina rispetto al suo play ai tempi del draft 2014.


Quella con i Bulls è stata una trattativa abbastanza rapida, complice l'endorsement del suo VP executive a Denver Tim Connelly, che ne ha lodato le capacità organizzative e di leadership. Esattamente ciò che serve ai Reinsdorf, per i quali dovrà completamente ristrutturare la franchigia a partire da un nuovo GM e da nuovi scout. Restano ancora da capire le posizioni del già (troppo) citato Paxson e del suo braccio destro Gar Forman: entrambi pare abbiano già detto di essere disponibili a farsi da parte per il bene dei Bulls, ma non è chiaro se sarà questo il caso.


Ciò che è chiaro è l’inizio di un nuovo corso, fin troppo anelato per una squadra di cui l’NBA in primis ha assiomaticamente bisogno. Che sia Karnisovas l’ultimo regalo del vecchio Jerry alla Second City?




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