• Davide Corna

I coach neri sono troppo pochi?

Gli allenatori di colore sviluppano spesso ottimi rapporti con i giocatori. E allora perché ce ne sono così pochi nella Lega?


FOTO: NBA.com

Questo articolo, scritto da Etan Thomas per The Undefeated e tradotto in italiano da Davide Corna per Around the Game, è stato pubblicato in data 23 ottobre 2020.



Con l'ufficialità dell'ingaggio di Tyronn Lue da parte dei Clippers e di Stephen Silas da parte dei Rockets, il numero di coach neri in NBA è salito a 7.


Su 30 squadre.


In una Lega composta per quasi l'80% da giocatori di colore, questa situazione può creare problemi, perché per un giocatore è fondamentale avere un allenatore che però comprenderlo a pieno. Non sto dicendo che tutti gli allenatori bianchi abbiano problemi a relazionarsi con i giocatori neri; ma che, nella mia esperienza personale in NBA, è stato così.


Di recente ho parlato con Larry Hughes, mio ex compagno ai Washington Wizards, delle nostre esperienze con Doug Collins, che è bianco, ed Eddie Jordan, che è nero. Sia io che Hughes ricordavamo un tentativo fallito da parte di Collins di relazionarsi con i suoi giocatori.


La canzone "Dilemma" di Nelly con Kelly Rowland era uscita da poco, e Hughes aveva fatto un cameo nel video. Un giorno, Collins entrò nella training room ballando e rappando come il vecchio Kris Kross, alzando le ginocchia e puntando le dita verso il pavimento (i più giovani potrebbero non riconoscere questo movimento, ma non saprei come descriverlo meglio), dicendo a tutti "Conosco questa canzone di Nelly e Kelly, sapete?", e tentando di cantare il ritornello.


“No matter what I do / all I think about is you / even when I’m with my boo.”


Provate ad immaginarvelo. Un cinquantenne bianco che entra in una palestra piena di giocatori neri, mentre prova a rappare. Lo guardammo tutti. Qualcuno rideva sotto i baffi, altri, come me, erano assolutamente increduli. Ci fu uno strano silenzio, dopo di che Collins si girò e tornò nel suo ufficio.


Fu Christian Laettner il primo a parlare: "Che diavolo era quello?", e scoppiamo tutti a ridere.


Ma ciò che Collins stava cercando di fare era la stessa cosa che molti altri coach bianchi avevano difficoltà a fare: relazionarsi con i giocatori neri. Ora, non tutti i tentativi si traducono in fallimenti epici come questo, ma ne ho visti diversi andare male.


Coach Jordan, d'altro canto, ti prendeva semplicemente da parte, o ti portava nel suo ufficio, e ti parlava. Non sembrava forzato, costruito, ed entrava davvero in relazione con i suoi ragazzi.


Anche Hughes dice di non aver mai avuto lo stesso tipo di connessione con Collins. "Quando ero con Doug, mi chiedeva sempre 'Stai bene? Va tutto bene?', mi ha detto Hughes. "Era sempre nervoso quando era con me, forse a causa del mio comportamento".


Lo posso capire, perché Collins non sapeva come comunicare nemmeno con me. Un po' di tempo dopo, qualche suo ex assistente mi disse che non era a suo agio, che non riusciva a capire che tipo ero - il che lo rendeva nervoso. E quindi mi chiedo, come puoi allenare dei giocatori se stare con loro ti rende nervoso?


Per me, avere quel tipo di connessione con Jordan è stato fondamentale; ha costruito un rapporto di fiducia che ha avuto effetto anche sul campo.


Nel mio periodo ai Wizards, ho pubblicato il mio primo libro di poesie, More Than An Athlete. Tenevo anche discorsi in giro per Washington parlando di politica, razzismo e della brutalità della polizia. Di tanto in tanto, Coach Jordan mi chiedeva cosa pensavo di qualche argomento specifico, e mi stava semplicemente ad ascoltare. Contribuiva con le sue esperienze e ne discutevamo. Mostrava un genuino interesse in quello che contava per me, e costruimmo un bel rapporto. Ecco come si può sviluppare una relazione con un coach, semplicemente comunicando.


E tutto questo si traduceva anche sul campo. Avevo fiducia in ciò che mi comunicava durante le partite, quello che voleva che facessi e il ruolo in cui voleva che giocassi. Così anche nei momenti in cui non giocavo quanto avrei voluto, quando mi diceva che avrei dovuto lavorare più di quelli che avevano più minuti di me per guadagnarmi spazio, io avevo fiducia in lui ed eseguivo esattamente ciò che mi chiedeva. Questo finì per portarmi a essere il centro più utilizzato, sebbene fossi 10 centimetri più basso delle alternative. Tutto questo è successo grazie alla comunicazione e alla fiducia.

FOTO:NBA.com

Di nuovo, non sto dicendo che tutti i coach bianchi sono nervosi nei confronti dei giocatori neri. Ci sono molti allenatori bianchi che hanno un ottimo rapporto con i giocatori di colore; Steve Kerr e i Golden State Warriors sono un ottimo esempio.


Stan Van Gundy, da poco assunto dai New Orleans Pelicans, di recente si è espresso apertamente in merito all'attivismo, il che probabilmente lo porterà ad avere rapporti migliori con i suoi giocatori, più che nelle sue precedenti esperienze con Orlando e Detroit.


E giusto per essere chiaro, non sono fra quelli che credono che Steve Nash abbia ottenuto il ruolo a Brooklyn per una sorta di "white privilege". È accaduto semplicemente perché Durant, che ha sviluppato un buon rapporto con Nash quando questi faceva lo special assistant per Golden State, ha sponsorizzato la sua assunzione, e Kyrie Irving si è detto d'accordo.


Ma ciò che ho visto e vissuto a Washington con un coach bianco è stato completamente diverso da ciò che ho vissuto con un coach nero. E nel mondo di oggi, c'è bisogno di leadership da parte delle persone di colore.


Dite ciò che volete delle prestazioni di Doc Rivers e dei Clippers ai Playoffs di quest'anno, ma la sua presenza nella bolla è stata fondamentale per i giocatori. Poteva relazionarsi con loro in modi impossibili agli altri. C'è un motivo per cui molti allenatori bianchi chiedono ad assistenti di colore di fare da "cuscinetto" con i giocatori.


"Chi può essere in grado di farlo?" - ha detto Hughes. "Di solito è gente che ci somiglia, che ha il nostro stesso atteggiamento. Che sa come rapportarsi e come stare sia dalla parte del coach che da quella dei giocatori. Di solito in questo ruolo non ci sono assistenti bianchi, perché non sanno stare da entrambi le parti. Di solito sono persone di colore, in grado di mantenere questa posizione. Deriva da come siamo cresciuti, dalla nostra cultura."


"Tyronn Lue è uno di questi. È passato da un ruolo come questo a guidare i suoi ragazzi al titolo".


Se le squadre NBA si rivolgono agli assistant coach neri per relazionarsi con i giocatori, perché non accade più spesso che sia direttamente la persona al comando a poter avere questo ruolo? Perché continuiamo a vedere allenatori che si sono dimostrato incapaci di rapportarsi con i giocatori, ma che hanno nuove opportunità, mentre altri coach neri che hanno avuto successo sul campo e con i giocatori non trovano un posto?


Assistant coach come Randy Brown (Chicago Bulls), Greg Buckner (Memphis Grizzlies), Sam Cassell (Clippers), Jarron Collins (Warriors), Howard Eisley (New York Knicks), Darvin Ham (Atlanta Hawks), Tim Hardaway Sr. (Detroit Pistons), Popeye Jones (Indiana Pacers), Jamahl Mosley (Dallas Mavericks), Ed Pinckney (Minnesota Timberwolves), Ime Udoka (San Antonio Spurs), Wes Unseld Jr. (Denver Nuggets) e Nick Van Exel (Grizzlies) sono solo alcuni dei candidati che meritano un'opportunità.


Mark Jackson, nel frattempo, ha allenato in NBA per l'ultima volta nel 2014. Molti dei suoi ex giocatori a Golden State, fra cui Curry, Thompson e Iguodala, ne hanno parlato molto bene. Anche Kerr ha riconosciuto i meriti di Jackson nell'aver reso i Warriors un'eccellente squadra difensiva, portandoli dalla 27esima posizione per efficienza difensiva, fino alla quarta posizione nella sua ultima stagione.


Anche Jamal Crawford si è chiesto perché non si sia parlato di Mark Jackson per i diversi posti vacanti.

E quindi, perché un coach che ha avuto successo sia sul campo che con i giocatori viene snobbato?


La scorsa stagione ho chiesto a Jackson se era ancora interessato ad allenare.


"Certo che mi interesserebbe allenare nuovamente in NBA", ha risposto. "I tre anni da coach di Golden State sono stati fra i migliori della mia vita. Ho sviluppato relazioni, ho avuto un certo livello di successo... è stato divertente. E di sicuro non vedo l'ora di avere di nuovo l'opportunità di allenare".


C'erano nove posti liberi come head coach in questa offseason. Ne sono stati occupati otto finora, con solamente tre posti andati ad allenatori di colore.


Byron Scott ha allenato per l'ultima volta nel 2016, ai Lakers. Una volta ha dichiarato che più giocatori dovrebbero "sponsorizzare" allenatori di colore, proprio come Kobe Bryant fece per lui. E forse questa potrebbe essere una prima soluzione al problema.




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