• Riccardo Punis

"I love you, Mama"

Il campo non è tutto. Ciò che facciamo è quello che ci rende veramente umani, e la storia di Ricky Rubio ce lo insegna.




Molto (troppo) spesso si associa un nostro mito, il nostro giocatore preferito, il nostro esempio a qualcuno dotato di eternità, dotato della capacità di non provare dolore; quasi fosse una divinità al di sopra della vita. Questo passato 2020 ci ha insegnato che tutto questo non è vero.


È l’estate del 2011, Los Angeles, California. Un ragazzino di nome Ricky Rubio compra un piccolo appartamento nella “Città degli Angeli”. Gli piace davvero molto. È vicino alla spiaggia. Si ritaglia un piccolo spazio per allenarsi tutti i giorni, duramente. Siamo in pieno Lockout, in attesa che inizi la sua prima stagione NBA. Dal Barça ai T-Wolves, dopo una stagione paurosa con un titolo ACB accompagnato da una Copa del Rey nella stessa stagione e da una Eurolega appena l’anno prima. Rubio è la quinta scelta assoluta nel Draft 2009, ma decide di non sbarcare immediatamente oltreoceano. Due anni per prendersi la Spagna e l’Europa e arrivare in NBA da giocatore maturo.


Un giorno il suo agente gli dice di partecipare ad un “pickup game”, una sorta di partitella tra amici; peccato che quegli “amici” siano gente come Kevin Garnett, Paul Pierce, Paul George, Danny Granger…insomma, bruscolini. Ma l’esperienza europea e con la nazionale spagnola accumulata negli anni precedenti lo rendono sicuro e gioca alla pari con quei mostri sacri.


In quell’occasione gli capita qualcosa di assurdamente lontano dalle sue più rosee aspettative. Proprio K.G. a fine partitella gli si avvicina e gli dice:


“Man, let me tell you. This place, L.A., it’s alright, yeah? But trust me. Trust me. You go to Minny … you give those people everything you got? Believe me. They’re gonna give you everything back. Trust. Trust!” (Kevin Garnett)

Come faceva K.G. a conoscere il suo prossimo futuro? Non se lo aspettava proprio. Insomma, un campione NBA, un All-Star, che dopo un partitella ti viene lì a dare un consiglio…assurdo! Ricky crede che gli eventi della vita non siano casuali, ma avvengono per un qualche motivo, anche se non sempre chiaro e limpido; e quello scambio di battute non è, non può essere casuale. Sembra tutto iniziare col piede giusto.


Arriva la prima partita della stagione. Ricky parte dalla panca. È agitato, comprensibile. C’è la sua famiglia sugli spalti, ci sono sua mamma e suo papà. “That’s my team”. Tutto il palazzetto chiama il suo nome: “Ricky! Ricky! Ricky!”. Riesce a scorgere il viso materno tra il pubblico. Si apre un sorriso rassicurante, orgoglioso per il figlio partito da Badalona e arrivato fin lì, in NBA.


Per Ricky i suoi genitori non sono solo coloro che l’hanno generato, gli hanno donato la vita; sono un riferimento profondissimo. Il padre, durante i lunghi viaggi in macchina, suole raccontare vecchie storie sentite e risentiti del suo piccolo Ricky. In particolare, ne ama raccontare una: quando il figlio dovette scegliere tra il basket ed il calcio.


Aveva appena dieci anni ed era tempo di decidere quale dei due sport praticare. Sua mamma gli disse: “O uno o l’altro. Non ci possiamo permettere entrambi”. Il piccolo Ricky era un talento sportivo per eccellenza: bravo sia nell’uno che nell’altro. Scelse in calcio. D’altra parte in Spagna era lo sport più popolare e lui sentiva di avere più talento nel calciare punizioni che segnare triple. Gli dispiacque solo per suo padre, grandissimo fanatico della palla a spicchi.


Dopo solo poche settimana però quella scelta si rivelò non essere quella giusta. Mancava tantissimo quella grande palla arancione. Andò da sua madre per un consiglio. “Mamma, voglio tornare a giocare a basket”. La reazione di sua mamma non fu quella sperata. “Non puoi cambiare a stagione inoltrata. Abbiamo già pagato la retta per il calcio”. Si doveva però trovare un’altra soluzione. Il desiderio di Ricky per la pallacanestro era troppo grande per essere spento dal denaro.


Suo padre all’epoca lavorava in una locale società sportiva. Parlò con lo staff societario. Non era consuetudine far entrare in una squadra un ragazzo a metà stagione. Fortunatamente un accordo venne trovato: in cambio di lavoro extra, il figlio avrebbe potuto unirsi alla squadra di basket.


“My mom and dad, my family, that’s my team. Always been that way. I love them for it.” (Ricky Rubio)

Ricky non è solo. Ci sono sempre i suoi genitori, sempre.

FONTE: NBA.com

Quella prima stagione non va per nulla bene. Record di 26-40 in Regular Season, niente Playoffs. La ricostruzione di Minnesota è in atto. A livello personale va anche peggio: rottura del legamento crociato anteriore e stiramento del collaterale contro i Lakers. Un disastro. Passa l’estate del 2012 in riabilitazione. Ma la notizia dura da digerire è un’altra.


Per un breve periodo torna in Spagna, a Barcellona. Sua madre non sta bene. Dopo diversi controlli, si ritrovano in un ospedale catalano. Il medico la guarda. Non ha uno sguardo felice, si percepisce un lieve velo di tristezza e dolore. Nemmeno la sua professionalità riesce a nasconderlo. La parola maledetta risuona nell’aria: cancro, ai polmoni. Fortunatamente lo hanno preso in tempo. Ricky è positivo, deve esserlo, per sua mamma e per suo papà, per la sua famiglia, per la sua squadra. “We all beat it. As a family.


Nelle due stagioni successive è distratto, non è concentrato. Nemmeno quel basket tanto agognato e preferito al calcio riesce a tranquillizzarlo. Non è una valvola di sfogo, anzi. Molto spesso si ritrova a pensare “che cavolo di faccio ancora qui”. Lo spettacolo dell’NBA non gli permette di resettarsi, di prendersi del tempo, di dedicarsi a pieno alla sua famiglia. “The show must go on”, anche se l’uomo dietro al giocatore è a pezzi.


Siamo ormai nel 2015. Minnesota tenta di ripartire nuovamente, questa volta con un rookie. È Karl-Anthony Towns alla numero uno. Ad allenarli è Flip Saunders. Ricky riceve la telefonata del coach: deve aiutare KAT ad entrare nel clima NBA. Forse Flip aveva visto che il ragazzo non era quieto e questo impegno forse avrebbe potuto aiutarlo molto: avere un chiaro obiettivo davanti a sé. Anche la mamma sta migliorando. Il cancro ai polmoni è sotto controllo, almeno così dicono le innumerevoli analisi che ormai accompagnano la routine da due anni.


Arriva comunque una brutta notizia. Un giorno, mentre si sta allenando con KAT, si palesa Flip. Lo vede dimagrito. Tenta di coprire il volto con un cappello, ma si vede che ha qualcosa che non va. Non è il solito. “Ciao Flip, ti vedo bene!” No, non lo vedeva bene. Mentiva a sé stesso per negare l’evidenza. A fine allenamento i due si incontrano nell’ufficio del coach. Da vicino sembra ancora più magro; si vede che è stanco.


“Ricky, I have Hodgkin’s lymphoma” (Flip Saunders)

Quel giorno parlano parecchio. Ognuno racconta all’altro la propria esperienza. Ricky racconta di sua madre, di quanto siano stati difficili per lui quei due anni, di quanto sia difficile avere a che fare con la parola “cancro”, soprattutto quando affligge qualcuno che ami. Parlano molto di Ricky e poco di Flip. Lui era fatto così, non cercava le attenzioni di nessuno.


Ricky per quella stagione cambia casa. Va a vivere in appartamento nella downtown di Minneapolis. Anche questo gli piace molto. Quando la nebbia si dirada, riesce persino a vedere le rive del fiume Mississippi, tanto caro al popolo americano. La casa ha due camere: una per sé ed una per gli ospiti. I suoi genitori lo vanno a trovare dopo un lungo periodo passato in Spagna.


Pochi giorni dopo il loro arrivo devono fare un piccolo viaggio. Il papà racconto ancora una volta quella storia; sì, quella di quando lui aveva dieci anni e doveva scegliere tra calcio e pallacanestro. Per la centesima volta racconta quella storia, ma è bello, è un momento di spensieratezza. Dopo un paio d’ore di macchina, arrivano a destinazione: Mayo Clinic, Rochester. Sono lì per la mamma. Il medico che a Barcellona diede la cattiva notizia nel 2012 si era trasferito lì per lavoro.


Entrano in una stanza. Il medico arriva e porta con sé una cartella clinica. Contiene gli esami di controllo. Il suo sguardo dice qualcosa. Ricky lo nota. È lo stesso sguarda di tre anni prima. No, non può essere. Il medico è impacciato, sinceramente dispiaciuto. Il cancro è tornato, più forte e più rapido. Il colpo è molto forte. Sulla via del ritorno non si sente alcuna storia, tutti sono in silenzio.





Quella stessa notte Ricky capisce di odiare il suo nuovo appartamento. Vi trova un grande difetto: le pareti sono troppo sottili. Sente i suoi genitori piangere tutto il tempo, se non per brevi tratti di opprimente tranquillità. Anche lui non dorme. Si sente perso, totalmente. Vuole solo far star bene sua madre, ma non sa come.


Dannazione! Come odia quella nuova casa!


Un’altra notizia devastante arriva tre giorni prima del Season Opener contro i Lakers: Flip se n’è andato.


La mente di Ricky torna immediatamente a quella conversazione, torna a sua madre. Lei sta abbastanza bene, tutto sotto controllo, ma la mente umana porta sempre a pensare al peggio, anche quando non dà alcuna avvisaglia di essere dietro l’angolo. Non riesce comunque a darsi pace in alcun modo. “Cosa ci faccio ancora qui?”. Chiama il papà, vuole farsi dire esattamente cos’ha la madre.


Quella stagione è un dannato inferno. I risultati non sono continui, la perdita così improvvisa di Saunders li lascia abbastanza scombussolati. Le condizioni di sua “mama” non sono delle migliori. Un sali-scendi come la sua carriera cestistica.


Arriva l’All-Star Break. Quattro giorni pausa dalla Regular Season. Non ci pensa due volte. Prende e torna in Spagna, dalla sua famiglia. Diciassette ore di viaggio per rivedere sua mamma. Ad accoglierlo sulla porta di casa è proprio lei. Una cura per la malattia rivedere il figlio a casa dopo tanto tempo. Ricky non si può trattenere, deve andare ad allenarsi e dopo tre giorni riinizia la stagione. Il giorno dopo torna a Minneapolis. Quella visita ha fatto bene anche a Ricky. I due mesi successivi vanno molto meglio, sia dal punto di vista individuale che di squadra – la franchigia chiude con un record di 29-53 con un discreto finale di stagione.


Ricky ritorna a casa. È l’ultima volta che vede sua madre. Le sue condizioni peggiorano, tanto.

Muore poche settimane dopo il suo rientro.


“When someone you love dies, it’s like a fog wraps around you. That’s how it was for me. I felt so directionless” (Ricky Rubio)

Il dolore è enorme, come è naturale che sia. A volte pensa di chiamare a casa, sua madre, ma non può. Vorrebbe spaccare tutto. Ogni tanto, consapevole dell’inutilità materiale del gesto, le manda un messaggio. Quell’azione gli fa bene, per un attimo; lo fa sentire vicino a sua madre, la sua eroina. È arrabbiato. Non sopporta nemmeno più il basket. Attraversa un periodo di profonda depressione. Una squadra non può funzionare senza il terzo “Big Three”.


“When someone you love dies, it’s like a fog wraps around you”

Ha bisogno di un aiuto professionale.

Torna in sé stesso, riesce ad essere quello di prima. Sua mamma era una persona dolce, attenta a far star bene gli altri e lui non vuole essere da meno. Si ricorda di una promessa. L’ha fatta nel viaggio di ritorno dalla Mayo Clinic.


"I told her that I was going to make sure that, no matter what happened to her, we were going to help a lot of people going through similar struggles."

E vuole assolutamente mantenerla.


Tutto accade per una ragione. Nel 2017 Ricky viene scambiato, va a Utah. Quell’anno scopre una cosa: è la prima volta che in NBA si possono attaccare sulle magliette pubblicità. Quella degli Utah Jazz è di “5 FOR THE FIGHT”, una fondazione benefica per la ricerca scientifica contro il cancro.

Nulla accade per caso. Si informa di più sugli enti benefici e sulle loro attività. Vede una grande opportunità per mantenere la sua promessa.


Ricky decide di creare la sua fondazione, la “Ricky Rubio Foundation”, in onore di sua madre.


"I’m not going to lie here, the kids’ smiles in the hospitals really keep me going. That’s how I get fulfilled. I know that’s what Mama would have wanted. She’s right there with me. "

A Utah gioca per due stagioni, nelle quali riscopre la dolcezza della tranquillità. Il suo livello di gioco è discreto, e la dimensione dei Jazz calza con la sua. Il risultato è un beneficio tangibile anche al suo morale.


Le dinamiche della Lega, si sa, sono imprevedibili. Viene scambiato e approda a Phoenix, dove trova una squadra costituita da un core di giovani talentuosi e di ottime speranze. Dopo l'esperienza con Donovan Mitchell, il nuovo fit con Devin Booker è per lui molto stimolante, e gioca un'ottima stagione con occupazioni di veterano a 13 punti e 8.8 assist di media in oltre 31 minuti di utilizzo. Tanti minuti, come quelli giocati ai Jazz nelle due stagioni precedenti. Una riscoperta progressiva nei confronti di un Gioco in passato indigesto, ma per il quale non è mai riuscito a dismettere l'amore.

FONTE: NBA.com

Dopo appena una stagione - e un'esperienza entusiasmante nella Bubble- con una rocambolesca trade, torna ai T'Wolves via OKC.


Il suo primo approdo negli Stati Uniti, sua prima città, sua prima franchigia. KG aveva ragione: Minneapolis ha davvero un che di speciale. Ci torna, dopo tre anni, non più da ragazzo forse poco esperto della vita, poco avvezzo al dolore; ci torna da uomo, da leader. Gli occhi carichi di malinconia oggi sono animati da una luce nuova, carica di serenità: semplicemente lo si vede.


Chissà se ora a Ricky piace la sua nuova casa, chissà se ancora quelle maledetti pareti riprendono il pianto dei suoi genitori... Ogni tanto lo sente, sicuramente, ma sa che ora, per quanto il momento possa essere difficile, ci sarà sempre un obiettivo nella sua vita. Come nelle migliori dei lieto-fine, il protagonista soffre, perde se stesso, ma ritorna, risorgendo come una fenice dalle proprie ceneri, ad una vita più serena.


Sua "mama", da lassù, sarà sempre al suo fianco.



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