• Luca Losa

I (troppi) problemi dei Pelicans

Uno sguardo alle difficoltà incontrate dai New Orleans Pelicans in questo inizio di stagione.


FOTO: USA Today

Il back to back tra venerdì e sabato scorso compendia efficacemente la stagione fin qui dei New Orleans Pelicans: una squadra con un potenziale enorme, dai rendimenti schizofrenici e con un'identità ancora tutta da formare. Concedendo alla sconfitta contro Houston, la seconda partita del back-to-back, le attenuanti del caso, vale la pena ai fini dell’analisi concentrare maggiormente l’attenzione sulla vittoria di venerdì notte contro i Milwaukee Bucks.


In una sfida che sapeva di battaglia impari per i padroni di casa, visto il loro recente stato di forma, i ragazzi di coach Van Gundy sono riusciti, tuttavia, a portare a casa una vittoria convincente guidati da un ritrovato backcourt.


Lonzo Ball ed Eric Bledsoe, il primo interessato a scacciare recenti rumors di mercato, il secondo apparentemente con il dente avvelenato nei confronti della sua ex squadra. I due hanno combinato per 14 triple, 7 a testa, dando alla squadra una fondamentale pericolosità da oltre l’arco per una compagine che finora ha fatto molta fatica a trovare fluidità offensiva.


Nella prima metà di gara, oltre all’attacco ha girato anche la difesa, vera notizia di giornata. Non solo perché di fronte c’era il miglior attacco della Lega, ma anche e soprattutto per la pesante involuzione mostrata da NOLA nelle ultime settimane. Nei primi 24’ di gioco i Pels hanno raggiunto i 28 punti di distacco, maggior deficit subito nei primi due quarti dai Bucks da tre anni a questa parte, con Antetokounmpo che è stato tenuto a 9 punti con 3/10 dal campo.


Stan Van Gundy nella Zoom Call con i media pre-partita aveva parlato così delle contromisure da adottare per limitare il greco:

“Per contenere Giannis dovremo tornare in difesa velocemente, non lasciare il fianco scoperto in transizione, stringere il campo ed essere bravi a non mostrargli varchi verso il canestro.”

Tradotto, bisogna difendere di squadra, aiutare Steven Adams - il prescelto per la marcatura su Antetokounmpo - e soprattutto evitare i lapsus commessi nella fase difensiva nell’ultimo periodo.


Non è un caso che Van Gundy si sia soffermato in particolare sull’aspetto difensivo. Anzi, si tratta del filo conduttore di questo inizio di stagione e l’aspetto di gioco su cui si sta maggiormente lavorando. Il mantra durante l’offseason è stato uno e uno solo: instillare nel giovane gruppo una mentalità vincente, dando un’impronta prettamente difensiva a una squadra che nella stagione precedente aveva mostrato parecchie lacune su quel lato del campo. In quest’ottica vanno osservati per l’appunto gli arrivi di Adams e Bledsoe.


Nonostante un inizio promettente e soprattutto coerente con la filosofia che si voleva seguire - quattro vittorie nelle prime sei e quarto miglior dato della Lega per Defensive Rating - si è poi assistito a un progressivo peggioramento e a un'inquietante regressione proprio nei meccanismi difensivi.


Nelle ultime 10 partite il Defensive Rating di squadra sta a 118.4, penultimo dato della Lega, e si traduce in un -5.5 di Net Rating (23esimi). I punti concessi agli avversari sono 112.8 (22esimi), con il 55.8% di percentuale dal campo effettiva lasciata agli avversari.


Anche nelle cosiddette “hustle metrics”, i Pelicans si collocano sistematicamente sotto la media NBA: sono terzultimi per stoppate a partita (3.8), 16esimi per deflections e rubate, quintultimi per punti da palle recuperate e tra gli ultimi per numero di tiri da due contestati a partita (29.8, il che fa impressione se paragonati ai 40.5 di OKC, leader in questo dato). Questi numeri denotano una preoccupante mancanza di aggressività, il che stride con l’enorme attenzione posta sull’aspetto difensivo nel costruire questo roster.


A preoccupare altrettanto ci sono gravi errori di concetto e attenzione: posizionamenti e angoli sbagliati, rotazioni difensive in ritardo, aiuti mancanti o eccessivi. In particolare, ci si aspetta di più dalle due giovani stelle della squadra, Brandon Ingram e Zion Williamson. Coach Van Gundy in primis:

“Ne ho parlato con loro a riguardo, e gli ho detto ‘guardiamo ad alcune delle più grandi coppie di questa Lega: LeBron James e Anthony Davis, Paul George e Kawhi Leonard, Khris Middleton e Giannis Antetokounmpo. Cosa hanno in comune?’ Il mio punto era mostrargli che fossero tutti two-way player, che giocassero su entrambi i lati del campo. La mia sfida è costruire uno spacing e una struttura offensiva migliore per questi due ragazzi. La loro sfida, invece, è prendersi maggiori responsabilità difensive. Fare un passo avanti, diventare difensori migliori.”

I due, curiosamente, sono la personificazione delle lacune difensive della squadra. Il primo, Ingram, manca di aggressività, raramente fa giocate nella metà campo difensiva e mette pressione sul pallone. Il secondo, Zion, mostra a sprazzi ottime difese sull’uomo - dopotutto, è dotato di capacità fisiche/atletiche sovrumane - ma spesso e volentieri stacca completamente la spina quando difende off-the-ball. E gli avversari non possono che ringraziare.


Nel possesso difensivo qui sotto, Williamson ripiega eccessivamente verso il centro dell’area lasciando completamente libero il tiratore in angolo, che ha poi gioco facile sul suo pessimo closeout:



Qui, invece, accenna un aiuto all'altezza della lunetta, si perde completamente l’uomo e viene punito con un taglio backdoor al centro dell'area:



Queste mancanze stanno diventando abituali. L’aspetto più inquietante è che ormai gli attacchi avversari puntano sistematicamente Zion e ne espongono tutti i difetti. Che è successo quindi del difensore che abbiamo visto dominare a Duke?


La risposta più ovvia è che lo strapotere fisico non basta in NBA per essere un buon difensore. Le sue lacune fino al salto nei pro non erano ancora venute fuori. Tra high school e college non ha mai dovuto lavorare seriamente sui concetti base della difesa, potendo rimediare ai suoi errori con il solo atletismo che gli ha sempre permesso recuperi e stoppate irreali per il 99.9% degli altri esseri umani.


La buona notizia per i tifosi dei Pelicans è che si tratta di dettagli su cui si può lavorare e migliorare. Zion, dopotutto, ha giocato appena 41 partite in NBA. Non rappresenterebbe certo il primo caso di giovane talento che ha bisogno di tempo per tararsi al livello della NBA. Un esempio, tra gli ultimi, a cui fare riferimento potrebbe essere quello di DeAndre Ayton, al quale è servita una stagione di “apprendistato” per diventare l’ottimo difensore quale è oggi. Con il centro bahamense condivide doti atletiche e fisiche fuori dalla norma, ovvero una privilegiante base di partenza.


Se, come analizzato, le cose non vanno bene in difesa, non si può dire il contrario nemmeno per l’attacco. Se vogliamo, ciò era piuttosto preventivabile. Il roster, ponendo attenzione in pratica solo sulla fase difensiva, è stato costruito, soprattutto il quintetto base, in maniera anacronistica: l’importanza del tiro da tre, vitale negli attacchi moderni per gli spazi che apre se credibile, è stata misteriosamente dimenticata, sacrificata sull’altare della difesa.


Anche con una difesa elitaria, come nei piani di dirigenza e coaching staff, siamo sicuri che nella NBA di oggi questo gioco valga la candela? I Pelicans sono terzultimi per percentuale da oltre l’arco (34.3%), 22esimi per triple tentate a partita (32.3) e 19esimi per Offensive Rating (109.9), con il 53.2% di percentuale effettiva dal campo.


Bledsoe è l’unico Pelican che sta tirando davvero bene da fuori (quasi 40% per lui in stagione), ma la reputazione che si è costruito tirando in una carriera decennale con appena il 33% fa sì che le difese non gli riservino le attenzioni che ci aspetteremmo da un tiratore da 40%. Per ora, la scelta di molte difese è ancora sostanzialmente "lasciarlo tirare".


Il risultato sono spaziature non ottimali, a essere generosi, e un attacco a difesa schierata prevedibile e poco fluido. Un peccato e in un certo senso uno "spreco", considerando che aspetto potrebbe avere una fase offensiva che si può permettere il lusso di schierare Ingram e Williamson contemporaneamente - capaci come sono di fare gravitare su se stessi le attenzioni di intere difese, e recentemente migliorati nel servire i compagni (come sottolineato dallo stesso Van Gundy nel post-gara contro Milwaukee).


La musica potrebbe essere molto diversa se le due stelle fossero supportate da un'artiglieria credibile da oltre l’arco. Ball non è sempre quello visto contro i Bucks, anzi (32.5% finora quest'anno, 5 punti percentuali netti in meno del 2019/20); Nickeil Alexander-Walker (30.1%), JJ Redick (29.8%, che sarebbe un minimo in carriera per distacco) e Nicolò Melli (23.8%) stanno tutti tirando male.


Soprattutto nei momenti in cui SVG tiene in campo due lunghi non pericolosi fuori dal pitturato come Adams e Williamson, tutto questo diventa un problema.


Il roster, ad oggi, è questo. L’unico vero shooter tra i ranghi, Redick (che, al dire il vero, in questa stagione sembra l'ombra del cecchino che abbiamo imparato ad apprezzare), è interessato insieme a Lonzo da rumors di mercato. Entrambi sono contratti in scadenza (il secondo da RFA) nella prossima offseason.


Intanto, la cosa più importante per New Orleans è ritrovare la difesa delle prime partite stagionali, quella immaginata da Van Gundy e il front office in offseason. Altrimenti, diventa molto difficile "compensare" a delle difficoltà che nell'altra metà campo sembrano essere di natura strutturale.




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