• Francesco Munari

Il complicato rapporto tra NBA e Cannabis


FOTO: Al Harrington (Twitter)

1. STERN E L'IMMAGINE DELL'NBA


"If marijuana is now in the process of being legalized, I would think you should be allowed to do what is legal in your state. I'm now at the point where personally I think it should be removed from the banned list".


“Ora che la marijuana è in fase di legalizzazione, credo che ognuno dovrebbe essere libero di fare ciò che è legale nel proprio stato. Sono giunto alla conclusione che dovrebbe essere rimossa dalla lista delle sostanze proibite”.


Queste furono le parole di David Stern ai microfoni di Uninterrupted durante un'intervista nel 2017 con l’ex giocatore Al Harrington sul tema della legalizzazione della cannabis nella NBA (come analgesico sostitutivo agli antidolorifici).


Vent’anni prima, lo stesso David Stern aveva preso l’iniziativa di introdurre la cannabis nel “NBA/NBPA Anti-drug policy”. Va considerato che era sua intenzione cambiare rapidamente l’immagine sregolata di una lega orfana dei suoi showmen più importanti: Bird, Magic, Jordan...

A cavallo del nuovo millennio, l’ex-commissioner imboccò con decisione un rigoroso percorso di modernizzazione della NBA, mettendo le basi per un futuro fatto di importanti partnership commerciali a livello internazionale che avrebbero assicurato il sostentamento e la crescita economica della lega. Alla decisione di proibire l’utilizzo medico o ricreativo della marijuana, seguì l’introduzione del cosiddetto “dress code”, che nel 2005 consigliava caldamente agli atleti della NBA di uniformare il proprio guardaroba eliminando nello specifico quei capi d’abbigliamento appartenenti all’immaginario gangsta rap dei primi anni 2000: durags, jerseys, t-shirts extra large, collane e orologi “bling bling”, baggy pants...


Nelly e 50 Cent, due dei rapper più influenti del panorama hip-hop dei primi anni 2000

Numerosi furono gli atleti che percepirono questi provvedimenti come un mero capriccio di forma. Allen Iverson disse che stavano prendendo di mira “la sua generazione, la generazione hip-hop”. Secondo Jason Richardson e Stephen Jackson i provvedimenti erano razzisti. Per Tim Duncan erano "una montagna di m***a".


Un provvedimento non esattamente accolto a braccia aperte e che fa tutt’ora parte del regolamento NBA (seppur non venga più imposto, per altri “noti” motivi di moda).


A posteriori, si può argomentare che i cambiamenti portati dal regime Stern furono efficaci. Riuscirono infatti a presentare agli occhi del pubblico i giocatori come professional businessmen della palla a spicchi.


Alla luce delle scoperte mediche degli ultimi anni e della testimonianza di rispettati veterani della NBA, però, le motivazioni che portarono Stern a proibire la marijuana risultano oggi obsolete. Anni di demonizzazione della Cannabis, utilizzata come capro espiatorio della dilagante povertà e criminalità nei ghetti d’America, hanno ostacolato la ricerca scientifica che oggi rivela come persino i tanto stigmatizzati effetti collaterali siano meno dannosi di altre sostanze culturalmente normalizzate quali alcool e tabacco. Ma cosa ha spinto il dibattito sportivo statunitense a preoccuparsi così tanto della legalizzazione della cannabis?



2. LA CRISI DEGLI OPPIOIDI


La crisi degli oppioidi, analgesici e antidolorifici quali fentanyl, oxycodone e metadone, ha raggiunto negli Stati Uniti livelli allarmanti. Nel 2017, i centri per la prevenzione e il controllo delle malattie rivelarono che il 68% delle morti per overdose furono causate da oppioidi prescritti o illeciti. Nel 2019, secondo le stime dei servizi sanitari americani, più di 130 decessi al giorno erano legati a un’overdose di questi ultimi. L’HHS (Health and Human Services) ha ufficialmente definito la crisi degli oppioidi come un’emergenza di salute pubblica.


Per capire la natura e le origini di questa epidemia, bisogna tornare agli anni ’90. All’epoca le compagnie farmaceutiche rassicurarono la comunità medica americana che, nonostante si trattasse di droghe esponenzialmente più potenti della morfina, le medicine oppioidi erano un metodo valido ed efficace per trattare il dolore causato da infortuni di natura fisica o legato a gravi forme di malattia. Dei seri rischi legati alla dipendenza, agli effetti collaterali ed eventualmente ai sintomi d’astinenza non venne fatta menzione. Questo portò a un graduale aumento della richiesta, legale e non, di medicinali derivati dall’oppio, rendendone quotidiano il consumo da parte di molti cittadini statunitensi e atleti NBA.


Come enfatizzato da Al Harrington, Matt Barnes e Stephen Jackson (membri dello storico “We Believe” team di Oakland) nel podcast “All The Smoke”, non c’è un singolo giorno che passi senza che un’atleta NBA patisca una qualche forma di dolore causato dallo stress fisico del gioco e dai numerosi viaggi “from state to state”. Spesso, per lenire questi malesseri, vengono utilizzati degli antidolorifici; e nonostante i giocatori vengano seguiti da equipe mediche di alto livello, talvolta ne abusano.


E’ tristemente noto il recente caso di Tyler Skaggs, pitcher dei Los Angeles Angels, deceduto nel luglio 2019 a causa di un mix letale di alcool, fentanyl, oxycodone ed etanolo. Aveva 27 anni.



Questo è il preoccupante percorso che ha portato anche i più convinti conservatori a considerare la cannabis come valida alternativa “analgesica” per il trattamento del dolore nella NBA.



3. L'NBA E LA CANNABIS


Originaria dell’Asia centrale, la Cannabis o canapa è una genere di pianta della famiglia delle cannabacee. Storicamente viene considerata una pianta adattabile a diversi tipi di terreno, con un grande potenziale di produzione da cui si ricavano fibre tessili, carta, corde e olio.


Evidentemente il signor Stern non era contrariato dalla sua versatilità agricola.


Furono infatti le più piccole piante femmina, quelle che vengono coltivate per il loro alto contenuto di THC (Tetraidrocannabinolo, l’ingrediente psicoattivo che può provocare confusione, sonnolenza ed euforia), ad attirare grande attenzione. Dalle foglie e dai fiori di questi esemplari è composta la marijuana, la droga vera e propria (erroneamente ci si riferisce alla pianta con il nome della droga). La marijuana viene più comunemente consumata per via aerea attraverso combustione, ma può anche essere ingerita come ingrediente di torte, biscotti e molti altri dolci.


Secondo le stime esposte nel famoso documentario “WEED” del Dr. Sanjay Gupta, a cui tra l’altro si riferisce Stern stesso nell’intervista con Harrington, la marijuana può avere effetti collaterali gravi per gli adolescenti che ne consumano grandi quantità con un alto contenuto di THC. Il cervello di una persona sotto i 18 anni, infatti, pur essendo già sviluppato per provare sensazioni di piacere e di “ricompensa” come quello di un adulto, non ha ancora pienamente sviluppato la parte che gestisce gli impulsi e le riflessioni pre-decisionali. Questo impedisce a un adolescente di gestire in maniera controllata il consumo della sostanza. La dipendenza è proporzionale alla percentuale di sostanze psicoattive assunte.


Generalmente, il consumo di marijuana ha un effetto analgesico e gli effetti collaterali variano a seconda del soggetto, dalla quantità consumata e dalle condizioni di salute fisica e mentale. Tra i più comuni effetti vi sono euforia, sonnolenza, appetito, modesta perdita dell’equilibrio e della coordinazione muscolare.



Quello che negli anni ha attirato l’attenzione di buona parte della comunità medica è il CBD (Cannabidiolo), il cannabinoide con un alto potenziale curativo che è risultato particolarmente efficace nel trattamento di artrite, glaucoma, epilessia e reumatismi causati dall’età avanzata, da stress fisico o post-operatorio.


Nonostante l’uso o possesso di cannabis sia tutt’ora illegale secondo la legge federale (che si applica agli interi Stati Uniti), 33 stati su 50 ne hanno legalizzato l’utilizzo a scopo medico. Undici di essi ne hanno legalizzato anche il consumo ricreativo - un'apparente incongruenza giuridica che deriva dall’emendamento “Rohrabacher– Farr”.


Nella NBA la marijuana è tutt’ora sostanza proibita, anche in ambito medico. Poiché i cestisti viaggiano frequentemente di stato in stato, per la lega risulterebbe complicato gestire i processi di legalizzazione della sostanza: per esempio, un giocatore legalmente in possesso di marijuana alla partenza di un volo da Los Angeles infrangerebbe la legge non appena atterrato a Memphis.


Oggi, però, si comincia a percepire la volontà di un cambiamento. Sono tanti gli ex-giocatori ed ex-coach che si sono espressi pubblicamente sui benefici della pianta e dell’utilizzo medico o ricreativo che ne hanno fatto durante e dopo la loro carriera per i motivi più disparati.


Steve Kerr e Phil Jackson hanno ammesso di aver fatto uso di prodotti a base di cannabinoidi per il trattamento dei loro gravi problemi alla schiena. Veterani come Stephen Jackson ammettono di aver fumato quasi ogni giorno durante la loro carriera, per trattare il dolore causato dai numerosi infortuni, per regolare il sonno (disturbato dai frequenti viaggi aerei) e per gestire il rush di adrenalina post-partita. Matt Barnes confessa di aver fumato prima di ogni partita senza conseguenze sulle sue performance. Paul Pierce e Kevin Durant investono pubblicamente in compagnie che si occupano della produzione e distribuzione di prodotti a base di cannabinioidi.


Ma è Al Harrington l’ex giocatore ad aver attratto più attenzione dai media di recente per la sua avventura nel business della marijuana legale. Ed è una storia che vale la pena raccontare.



4. AL HARRINGTON E VIOLA


Nato e cresciuto a Orange, New Jersey, Al Harrington ha militato per 16 stagioni nella NBA sotto le bandiere di Indiana, Atlanta, Golden State, New York, Denver, Orlando e Washington. Incaricato di proteggere con fisicità l’area in difesa e di risultare particolarmente attivo in attacco, Al si guadagnò il rispetto di molti dei suoi colleghi; ma a causa dei numerosi infortuni subiti nel corso della carriera, non trovò mai “casa” in nessuna franchigia - eccezion fatta per gli Indiana Pacers che lo scelsero nel Draft del 1998 e con i quali avrebbe speso buona parte della sua carriera, se non fosse stato per l’incredibile episodio che coinvolse la squadra nel 2006...


Al racconta di come, nelle due stagioni con i Denver Nuggets, egli fosse solito leggere i quotidiani per tenersi aggiornato su quel che succedeva nel mondo.


A catturare la sua attenzione erano i numerosi articoli che trattavano di “medical marijuana”, ovvero dell’utilizzo di cannabis in ambito medico per alleviare i sintomi di malattie quali il glaucoma, il cancro e la sclerosi multipla. All’epoca infatti in Colorado si stavano ponendo le basi per la legalizzazione ricreativa della cannabis, avvenuta poi nel 2014 (l’uso medicinale della pianta era già stato legalizzato nel 2000).


Torniamo a quel lontano 2011 allora, al giorno in cui la nonna di Al, Viola Harrington, raggiunse Denver per assistere a una partita del nipote: un gesto affettuoso considerati i problemi di salute che la affliggevano. Da diversi anni infatti Viola soffriva di diabete che le provocava spossatezza e gravi problemi alla vista causati dal glaucoma. Gli antidolorifici che le venivano prescritti la rendevano debole e depressa. Al, vedendo la nonna in quello stato, le fece una proposta audace: “Ho letto sui giornali che la cannabis è particolarmente utile nel trattamento del glaucoma, perché non la provi?”


Viola, devota donna di chiesa, non era particolarmente entusiasta all’idea di assumere marijuana, ma per poter rivedere suo nipote “baby doll” Harrington giocare a basket, si lasciò convincere nel giro di un paio di giorni. Al stesso, in realtà, era cresciuto con vero e proprio terrore della marijuana: ai tempi della sua adolescenza infatti la cannabis era demonizzata dalla società americana come droga “ponte”, perché avrebbe irrimediabilmente portato chi ne faceva uso a diventare un tossico dipendente dal crack o a passare il resto dei suoi giorni in prigione. Si trattava pur sempre di un’ultima spiaggia. Al confidava che gli articoli dei giornali di Denver fossero veritieri e che dessero i frutti sperati, alleviando le pene della nonna.


Procuratosi una piccola dose di Vietnam Kush dal negozio più vicino, la fece vaporizzare in una busta di plastica cosicché Viola la potesse inalare senza doverla fumare. A casa della nonna la sistemò sul tavolo dove era solito gustare il suo stufato e andò nella vicina stanza per schiacciare un pisolino. Al suo risveglio il primo pensiero fu di tornare in cucina per verificare che la nonna, che aveva assunto la sostanza, non si stesse arrampicando sulle pareti.


Aperta la porta, Viola si girò nella sua direzione e con le lacrime agli occhi disse: “Sono guarita! Riesco a leggere la mia Bibbia per la prima volta in tre anni...”



Quel giorno e quell’esperienza cambiarono la vita a entrambi. Viola Harrington, su prescrizione del medico, sostituì quasi completamente gli antidolorifici con medicine a base di cannabinoidi che alleviarono i sintomi del glaucoma senza pericolosi effetti collaterali. Al, che negli ultimi sette anni di carriera a causa dei numerosi infortuni a schiena e ginocchia consumava giornalmente grandi quantità di antidolorifici di origine oppiacea, ammette di essere stato fortunato a non aver sviluppato una dipendenza e di come i cannabinoidi abbiano salvato il suo futuro di padre e businessman.


Dopo l’episodio con la nonna, Al provò sulla sua pelle l’effetto analgesico di alcuni prodotti a base di CBD, e comprese quale sarebbe stata la sua vera vocazione: diventare portavoce dei benefici medici, sociali ed economici che la cannabis avrebbe portato alle comunità afflitte dalla “war on drugs” come quella in cui era cresciuto.


Nel 2014 Harrington fonda un’azienda che produce estratti di cannabis a cui dà il nome “Viola Extracts”, in memoria della nonna. Ottenuta la licenza legale per lo stato del Colorado, l’azienda inizia a distribuire piante di cannabis ai clienti malati di cancro e HIV. Nel frattempo Harrington conclude la propria carriera in NBA con qualche apparizione tra Orlando e Washington, mantenendo un basso profilo sui suoi investimenti nel business della marijuana.


Nel 2018, a seguito del suo ritiro dal basket professionistico, ormai vocal leader consolidato della marijuana, Harrington fonda “Harrington Wellness”, l’impresa “sorella” di Viola, specializzata nella produzione e distribuzione di prodotti analgesici dall’alto contenuto di cannabinoidi (CBD) e basso THC. Nello stesso anno investe anche in “Butter Baby”, una piccola azienda di Los Angeles che produce prodotti edibili a base di cannabis. Le tre imprese formano il cosiddetto “Harrington Group”, che negli ultimi tre anni ha fatturato circa 30 milioni di dollari e che punta, come ammette Harrington ai microfoni di All The Smoke, a rendere milionari cento dei suoi partner in altri tre anni. Al infatti ci tiene a evidenziare come l’opportunità di investire nel business della marijuana non sia solo una questione di soldi, ma di potenziale rivincita per tutte quelle comunità, nello specifico le “black and brown communities”, che hanno subito anni di ingiustizie a causa di una società con profonde radici razziste.



Come cita Al nel suo pezzo “9 reasons to end the war on marijuana” su The Players’ Tribune, nonostante venga consumata la stessa quantità di cannabis tra bianchi e neri, le probabilità che un nero venga arrestato per crimini relativi alla marijuana sono quattro volte superiori rispetto a un bianco. La statistica è una rappresentazione numerica di quello che persone come Al hanno vissuto sulla loro pelle in gioventù: se nei campus delle università e delle scuole più prestigiose le perquisizioni erano molto rare, i blitz nei ghetti e nei quartieri più poveri erano all’ordine del giorno.


La politica della sopracitata “War on drugs” influisce negativamente non solo sul presente, ma anche sul futuro delle comunità più povere. A titolo di esempio, un arresto relativo alla marijuana di qualunque gravità, viene registrato sulla fedina penale ed esclude la possibilità di operare all’interno del business della cannabis legale. Non stupisce quindi che ci sia una minoranza di persone come Al, provenienti da comunità come la sua, in questo business.


L'Harrington Group vuole invertire questo trend ed emancipare le black and brown communities d’America.


Per farlo, oltre ad ottenere incoraggianti risultati a favore della legalizzazione a livello statale, è necessario un forte cambiamento d’immagine. Più si parla dell’argomento cannabis in maniera informata su piattaforme mediaticamente rilevanti come la NBA, più sono le possibilità che avvenga questa rivoluzione culturale, legale e sociale che sta tanto a cuore ad Al e ai suoi colleghi.


Altre leghe sportive americane come la NHL e la MLB hanno escluso la marijuana dalla lista delle sostanze proibite; ma nonostante il commissioner della NBA Adam Silver abbia dimostrato più volte di avere una mente aperta e progressista, la sua posizione a riguardo non è cambiata. La straordinaria ripresa estiva della stagione NBA però potrebbe avere in serbo ancor più sorprese di quanto ci si aspetti: come confermato dal noto insider di ESPN Brian Windhorst, sembra che la lega non effettuerà esami del sangue per verificare l’assunzione di droghe leggere da parte degli atleti nella “bolla” di Orlando.


Non sarebbe il primo dei tanti esperimenti che la NBA ha programmato per la ripartenza del 30 luglio, in attesa dei risultati che influiranno sulle decisioni del commissioner per l’immediato futuro.




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