• Lorenzo Losa

Il lato oscuro delle statistiche

In un mondo sempre più incentrato sui numeri e sulle statistiche, anche una singola palla persa o un tiro sbagliato possono fare la differenza... a livello contrattuale.


FOTO: NBA.com

In una puntata dal titolo “Campioni nel mondo” della quarta stagione de “Il Testimone”, programma televisivo realizzato e condotto da Pif e in onda dal 2007 su MTV, il regista siciliano si recava a New York per fare quattro chiacchiere con un giovane Danilo Gallinari, che all’epoca, inizio 2011, giocava ancora per i Knicks ed era alla sua terza stagione Oltreoceano.


Nella lunga intervista con il Gallo ad un certo punto il discorso si concentrava sulle differenze tra basket europeo e mondo NBA. Uno degli aspetti su cui Danilo si soffermò maggiormente era la grande importanza che ricoprivano le statistiche personali nella valutazione della partita. Alla fine di ogni gara infatti, come da lui raccontato, la prima cosa che si leggeva una volta tornati negli spogliatoi era un foglio lasciato dallo staff tecnico, che riassumeva la partita di ogni singolo giocatore con le principali voci statistiche.


Questo esempio risalente ormai a quasi 10 anni fa è molto esplicativo riguardo al diverso approccio e alla diversa mentalità con cui si valutava la prestazione dei singoli nei due continenti, e soprattutto fa capire quanto già fossero importanti e centrali i numeri individuali nella Lega americana.


Ad una decade di distanza la situazione non è cambiata, anzi. Ormai anche le statistiche avanzate sono entrate a pieno diritto nel vocabolario di ogni appassionato della Lega americana e i numeri in generale assumono un ruolo basilare nella valutazione dei giocatori - da parte dei tifosi, dei media e soprattutto da parte delle franchigie.


Quando i vari front office si trovano a dover fare valutazioni su un possibile obiettivo di mercato, oppure quando si trovano a negoziare i contratti con i giocatori e i loro agenti, i numeri offrono uno spaccato il più analitico possibile sull'atleta in questione. Va da sé che i giocatori per ottenere i migliori contratti possibili, o in alcuni casi per sbloccare bonus già previsti in essi, devono raggiungere e mantenere determinate cifre e/o tirare con determinate percentuali. E questo non sempre, come stiamo per vedere, li porta a compiere la scelta migliore per la squadra...


Potrebbe essere capitato anche a voi di vedere, sul finire di partite già ampiamente decise, i giocatori della squadra in attacco fare di tutto per non avere la palla fra le mani al suono della sirena, passandosi il pallone tra di loro in quella che sembra a tutti gli effetti una versione de “la patata bollente”.



Una parziale spiegazione del fatto deriva dalla paura che tale infrazione possa essere conteggiata effettivamente come palla persa. Voce del tabellino che evidentemente nessun giocatore vuole riempire, ma che pesa maggiormente ad esempio nella valutazione di guardie e playmaker.


Non a caso a volte si assiste a giocatori meno inclini ai turnover “normali” (ovvero, di gioco), leggasi i lunghi e le seconde linee della squadra, immolarsi per i compagni e raccogliere volontariamente il pallone dalle loro mani, consci del fatto che una palla persa in più non fa poi tanta differenza per loro.


La realtà dei fatti però, almeno stando ai dati di NBA.com, è che queste circostanze, le cosiddette Shot Clock Violation, vengono conteggiate tra le palle perse di squadra e non vanno quindi a inficiare il tabellino dei singoli. Il motivo per cui i giocatori si ostinino a reiterare questa pratica rimane quindi oscuro... ma almeno in questo caso non va di mezzo l’interesse della squadra, trattandosi come detto di eventi che avvengono solo in partite già virtualmente concluse.


Altro frangente in cui spesso prevale il tornaconto dei giocatori a non “sporcare” i propri numeri, ma che in questo caso collide con il bene del team, sono i classici “tiri della disperazione” dalla propria metà campo, o poco oltre, sulla sirena dei primi tre quarti.



Si tratta chiaramente di tentativi complicati e dalla bassissima percentuale di realizzazione, presi in fasi non decisive della partita; sì, ma arrivare a non tentarli per paura di peggiorare le proprie percentuali, come si vede dalla clip soprastante, è quantomeno opinabile.


La faccenda non è certo una novità degli ultimi tempi e la motivazione è sempre la stessa: non rovinare i propri numeri. Si dirà, ma per quale motivo le squadre non decontestualizzano questo tipo di tiri ed evitano di conteggiarlo tra i tentativi da tre?


Già lo fanno in realtà, tanto che Daryl Morey, GM dei Rockets, anni fa si trovò a convincere Shane Battier a prenderseli, ricordandogli come quei tiri non pesassero sul computo totale dei tentativi da fuori. La risposta del due volte campione si può riassumere così: “E chi me lo dice che la mia prossima squadra non li conti?”


Più recentemente anche Kevin Durant si è espresso in merito. “Dipende da come sto tirando. Se a fine primo quarto sono 4/4 dal campo, o nel terzo a 10/17, ci provo; ma già se fossi a 8/19 evito, faccio un palleggio in più e aspetto il suono della sirena”.


Come si è potuto notare dal video sopra e da queste parole di KD, i giocatori sono arrivati al punto di fingere di averci tentato, provando il tiro sempre poco dopo il suono della sirena. Questa situazione è tanto frequente che, come ha sottolineato Tim Frazier tempo fa a Bleacher Report, è nota tra i giocatori come “the patented one”, ovvero il tiro brevettato.


Durante le partite, dunque, gli atleti hanno ben in mente il loro score personale e in molti casi il loro pensiero è rivolto principalmente a quello. A cercare di mantenerlo il più lindo possibile. Altre volte invece il pensiero si sposta ad un livello successivo, ovvero ai bonus presenti nei loro contratti. Un esempio? Nel corso della stagione 2016/17, Moe Harkless, allora tra le fila dei Portland Trail Blazers, aveva una clausola nel contratto che prevedeva un bonus di 500.000$ qualora fosse riuscito a concludere la Regular Season con una percentuale da tre superiore al 35%.


Arrivò alle ultime quattro partite stagionali con una percentuale ferma al 35.1%. Indovinate quanti tiri da oltre l’arco tentò nelle ultime quattro uscite? Zero, ovviamente.


A chi prima dell’ultima partita gli chiese se volesse prendersi dei tiri da tre, se necessario, rispose semplicemente: “Tu lo faresti?”

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