• Mauro Oltolina

The Shot - 3/3 - Il miracolo di Ray

Ci sono tiri che, oltre a stravolgere le sorti delle Finals, hanno marchiato le rispettive epoche cestistiche. Da Jerry West a Ray Allen, passando per Steve Kerr: ai campioni, talvolta, basta un istante per scrivere la storia del gioco.


Prologo

Prima di scolpire il morbido e delicato panneggio de La Pietà, il puro talento di Michelangelo Buonarroti fece di sicuro esercizio su un blocco di marmo non raffinato. Proteso alla morbosa ricerca della tecnica migliore per esaltare il Bello.

Perché è prerogativa degli esteti la ripetizione del gesto.

Circa 500 anni dopo, un altro sublime artista stava per scolpire nel cuore di migliaia di testimoni un’opera altrettanto stucchevole.

Un’opera che fu il risultato egualmente di numerose prove predisposte ad essere pronto, nel momento opportuno, a meravigliare. E a non fallire.

Perché se Sir (è di un signore del Gioco che si parla) Walter Ray Allen decide di prendersi quel tiro, quando la campana sta per rintoccare e la polvere stridere sotto gli stivali del pistolero in procinto di estrarre l’arma, è perché ha già deciso: io questo tiro lo metterò.

Ossessione

“Mi infastidisce seriamente quando le persone dicono che Dio mi abbia benedetto con un tiro meraviglioso. Rispondo sempre, a quelle persone, “Non sminuite il lavoro che faccio ogni giorno” Non a volte. OGNI giorno”. Quasi una malattia, quella della perfezione. Una routine quotidiana e inevitabile dettata da un lieve disturbo ossessivo-compulsivo proprio silentemente di tutti i grandi del Gioco. È l’ossessione che porta Ray Allen, ore prima di qualsiasi match, a tirare e tirare e tirare, anticipando lo shootaround della squadra.

I testimoni di questo straordinario rito rimangono ogni volta abbagliati dalla liquida perfezione del gesto: un limpido fiume che scorre senza mai intopparsi, senza che le sue acque mai si increspino.

Perchè anche il più piccolo spruzzo alimenta l’ossessione.

E l’ossessione rende immensi i grandi.

Battaglia

Agli atti pratici è come se fosse un furto. Spurs quasi sempre avanti con una pallacanestro fino a quel momento celestiale.

Un attacco vorticoso associato ad una difesa di tentacolare espressione contribuiscono a soffocare il fuoco di South Beach.

Questa non era una novità all’ombra dell’Alamo: non a caso una tale sapienza cestistica li aveva condotti, in quella Gara 6, avanti di 5 punti a 28 sospiri dal Larry O’Brien 2013.

Miami è disperatamente aggrappata ad un Lebron da 27 punti e 9 assist e un Mario Chalmers che talvolta puoi aspettarti.

Il canovaccio sembra già scritto: chi gioca meglio, da squadra, non può perdere.

Il fascino criptico del Gioco, tuttavia, si declina in numerose sfumature: una tra queste è legata al fatto che una trama già delineata possa essere deliberatamente sovvertita.

E allora ecco che James spara da tre, ma l’AAA col cuore in gola ode solo lo stridente rumore del pallone che si infrange sul ferro. Fiato mozzato: è finita.

Nel buio della disperazione una flebile luce, quella della speranza: rimbalzo Miller, che ridona ossigeno a 18'000 pazienti in apnea. Palla a James, tiro da tre: schiocco della retina.

No, non può averlo fatto di nuovo.

Il tabellone sospeso segna coi suoi LED freddi e meccanici un appassionato +2 Spurs: 92-94. A soli 20 battiti di cuore dal grido della sirena finale.

Fendenti vengono dati, fendenti vengono ricevuti: prima James perde una palla imbevuta di sangue depositandola nelle mani di Ginobili. La Garra Charrùa non tradisce mai: è fatto per la passione, e in quei due liberi a 20 secondi dalla fine c’è tutto il trasporto del tango argentino mischiato al veleno di un serpente texano.

Lebron, subito dopo una coltellata in pieno petto, segna la tripla del -2.

Ricevo e do.

Si era fino a quel momento distinto in battaglia un giovane Sperone, un guerriero di poche parole ma dalle mani logorroiche.

Per questo motivo la panchina Nero-Argento sorride, alla visione di Kawhi Leonard che si approssima alla linea del tiro libero, dopo aver subito fallo da un Mike Miller in riserva di tempo ed energie.

Quei 17 punti maturati in una gara 6 di finali NBA ad appena 22 anni, d’altronde, non lasciano adito a particolari dubbi. Il ragazzino ha gli attributi.

Statuario di fronte alla linea del tiro libero, Leonard sorregge un macigno con la stessa devozione con cui cullerebbe una piccola creatura.

Fissa il centro del ferro, inespressivo ed incurante di un’intera arena che strepita per portarlo all’errore.

È proiettato verso il solo obiettivo che conti: segnare entrambi i liberi per portare gli Spurs sul +4 ed ipotecare gara e titolo.

Il pallone parte, all’apparenza sciolto come al solito. Descrive una parabola a prima vista impeccabile, salvo danzare maleficamente sul ferro per venirne rigettato.

Sgomento. Leonard conferma la propria tenuta mentale con un doppio cinque ai compagni. Come se nulla sia successo. Anche se dentro di sé avverte che sia avvenuto qualcosa di difficilmente reparabile.

Non importa.

Non importa se la situazione resta comunque disperata. Perché la mano di Kawhi non trema, su quel secondo libero.

Non importa. Se il punteggio dica 95-92 a 19.8 secondi dalla fine, e che a difendere ci siano quegli Spurs.

Perché dall’altra parte Lui sente, annusa il momento. Annusa il dolce profumo di quella frazione di secondo per cui è stato “creato”, per cui è nato.

Istanti

19.8 secondi.

Un’eternità e un amen.

È quel limbo emotivo nel quale il tempo sembra sfuggire tra le dita di coloro che inseguono e andare a rilento per coloro che scappano.

La rimessa di Miami è istantanea. Il pallone finisce a Chalmers, ovviamente per poter essere smistato poi a James, una volta di là. Ma la difesa di Parker è asfissiante, per questo Bosh decide, granitico, di portare un blocco. Switch feroce di Kawhi, cliente difensivo assai scomodo per Rio. Ma ormai aveva portato a termine il suo compito.

Lebron è servito con tempismo perfetto sull’arresto.

Il pallone è rilasciato da Lebron con la netta sensazione che non ci possa essere una seconda occasione: al suo polso spezzato per forza deve seguire il fruscio della retina, ad accogliere un insperato pareggio.

Un intero popolo, in piedi. Paralizzato. Il fiato mozzato in gola. Il cuore che risuona nel petto.

Quel pallone, di esistenziale importanza, sta per segnare le sorti di questo scontro.

Tam. Il rumore metallico del ferro spezza ogni speranza come un ramo rinsecchito. Tum. Il tabellone, colpito in seconda battuta da un flipper quasi emotivo, risuona cupo.

La palla si impenna.

Tre maglie nere a reclamare urgentemente il rimbalzo. Una sola, la numero Uno bianca di Bosh, lo cattura per davvero.

Eccola, l’ormai esile fiammella dell’illusione riaccendersi. Divenire nuovamente fuoco ardente. Esiste ancora una possibilità, nell’appuntamento col destino.

Ed è nelle mani di colui al quale si è rivolto non solo Bosh, ma la gente dell’At&t center intera.

È nelle mani di un uomo che è nato e vissuto per momenti come questi.

Gli occhi incollati al ferro: sa esattamente dove dovrà ricevere. Le sensazioni esplodono in un’amplificazione sensoriale per pochissimi. Forse solo per lui.

Quelli che seguono la ricezione del pallone sono aggraziati passi di Valzer, a raggiungere e superare indietreggiando la linea da tre.

Come una creatura: la percepisce, la sente nel cuore, nella pelle, nello spirito.

"Non sminuite il lavoro che faccio ogni giorno. Non a volte. OGNI giorno”

E’ tutto già filmato, montato, ripetuto, visto, rivisto e memorizzato. Nella sua testa.

Il pallone è sollevato sopra la testa con leggerezza. Il salto spiccato con verticale leggiadria. A toccare il cielo.

Sembra quasi che ce lo si aspetti. Che ogni singolo fotogramma del gesto non possa essere messo diversamente. Il fatto che tutto questo stia accadendo in una frazione di secondo, con mostruose coordinazione e difficoltà, sembra non sfiorare nessuno.

Si è entrati in una dimensione in cui il tempo è quasi secondario, relativo.

La perla è rilasciata, lucente. Quasi galleggiando si getta verso l’anello. Nulla può un ubiquo Parker, braccia alte nel vano tentativo di opporsi.

Dietro il polso spezzato ha riunito le cinque dita in un unico becco, appuntito: quello di un rapace pronto a gettarsi sulla propria preda.

Sono tutti in piedi. Tutti attendono, quasi immobili, la melodia giusta.

Splash.

La fiamma dell’illusione scoppia in un incendio quasi indomabile: quello della certezza. E dell’incontenibile gioia.

La panchina Spurs stramazza al suolo. Quella Heat si riunisce nei salti in alta quota di Norris Cole.

Sir Walter Ray Allen ha appena attaccato la giugulare della partita. E della serie.

95-95.

Si va all’overtime.

Per vincerlo.

Si vuole Gara 7.

Per tornare dal Texas con un solo bottino: il terzo titolo.

Esigenza

Quel tiro scoppia di esigenza.

Per certi sportivi vincere è un’esigenza, una sorta di dipendenza. Lo era per gli sconfitti, metaforicamente riversi nella polvere, uccisi da un gesto tecnico che li ha letteralmente afferrati per la gola e soffocati. Mentre si raccoglieva il pallone dal fondo della retina, il referto diceva che quelli erano i punti numero “3”, “4” e “5” di Jesus.

Non aveva fatto nulla, nulla. Quel tiro ha cambiato non solo la storia di quella serie, ma anche di quella dell’anno successivo.

“After that shot...”.

Esiste forse un periodo NBA prima di quel tiro e uno dopo.

Era esigenza dell’Alamo avere la propria vendetta.

Ray Allen ha spinto gli Spurs ad esprimere forse la migliore pallacanestro dell’era moderna, prima dell’avvento degli alieni della Baia: una pallacanestro fatta di collettività, di quick decision, one touch e difesa granitica, cinque dita di una mano in sinergico e sinuoso movimento.

Il Bello che apre la strada al Bello.

Ladro

Ray Allen non è un ladro. Non è un ladro sportivamente parlando, e non lo è nemmeno dal punto di vista umano. Non per noi. Ma per coloro che sanguinano Nero-Argento sì. Perché Ray Allen con quel tiro indimenticabile ha sì rafforzato la sua grandezza, ma ha anche letteralmente “rubato” un titolo già nelle tasche dei San Antonio Spurs.

Se provassimo a chiedere ad un abitante dell’Alamo se, per lui e per il suo cuore, Ray Allen sia o meno un ladro credo che, con profondissimo rispetto, ammetterebbe di sì. Perché, nel profondo dell’animo, proverebbe ancora quella sensazione di vuoto incolmabile e repentino che provò quella sera, alla vista della retina fulminata: gli fu rubata una parte di anima.

Ci sono giocate nelle serie finali che cambiano la Storia. Tale fu quel tiro, che per bellezza estetica contestualizzata in un momento così drammatico è rimasto scolpito nel cuore di tutti. È un tiro talmente carico di passione e di amore per il Gioco da aver influenzato gli animi di tutti e tre i versanti: il dolore lancinante degli Spurs, la gioia incontenibile degli Heat, e la benedizione dei neutrali.

Ray Allen non è un ladro, è semplicemente nato per momenti come quello.

Consapevolezze

“Nessuno può segnare questo tiro se non si chiama Ray Allen”.

Un gesto di consapevolezza, di inestimabile fiducia in quello che non può essere considerato solo e soltanto un mero gesto di fredda e meccanica ripetizione. Perché ciò che rende così entusiasmanti i migliori interpreti del Gioco è la capacità di trasferire l’emozione del gesto e del momento a chi li guarda, per poterlo vivere con loro nello stesso istante. Essere quasi tagliati su misura per questo.

Chiaramente Ray Allen non è mai stato solo tiro: per larghi tratti se non la totalità della sua carriera, sino all’approdo a Boston, è stato un giocatore totale.

Era stato soprannominato “Candy man”, richiamando la dolcezza del suo trattamento di palla e l’eleganza dei suoi movimenti.

È innegabile però che Ray Allen sia stato molto tiro: un gesto così compatto, così perfettamente oliato e raffinato per meccanica non può passare inosservato. Ciò che rapisce è l’attitudine alla ricezione e al concepimento di quell’atto; attributi che quotidianamente ha raffinato per elevarsi da Campione a Leggenda.

È una qualità innata, posseduta da pochi eletta ed allenata allo sfinimento soltanto da coloro che riconoscono un tale dono; che ne comprendono l’inestimabile valore ed imparano a “conviverci”.

Imparano a vivere per tiri così, come se fosse una parte di loro. Un cuore pulsante.

E Ray Allen è nato per quel tiro.

Ray Allen ha vissuto per quel tiro.

#Miami #Spurs #NBAFinals #clutch #rayallen

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