• Fabio Paradisi

Il Poliedrico

Le caratteristiche tecniche di Scottie Pippen lo hanno portato a eccellere sotto diversi aspetti del gioco. Tanto da diventare uno dei migliori di sempre nel proprio ruolo.



Poliedricità, universalità, versatilità. Requisiti che sono il sogno di ogni allenatore e General Manager per rimpinguare il proprio roster, o elementi che vengono snocciolati dai vari agenti nel tentativo di incrementare il valore dei propri protetti.

Caratteristiche che contraddistinguono un giocatore totale, un atleta evoluto, intelligente e profondo conoscitore del gioco, con spiccate qualità tecniche, il tutto montato su uno chassis potente ma estremamente agile.


Al giorno d’oggi l’emblema di questo tipo di giocatore è ovviamente LeBron James: conoscenza e abilità nel gioco da dominatore assoluto il tutto infulcrato in un corpo 20/30 anni avanti rispetto all’attuale evoluzione umana.


Nel 1995 l’avvento di Kevin Garnett nella Lega fa sollevare a furor di popolo l’appellativo di “Freak of the nature” per come un’ala di 2.11 mt potesse avere tanta agilità e pericolosità anche fuori dal pitturato.

Negli anni '80 Charles Barkley incarna la forza del carrarmato e le skills di un esterno.


Tuttavia, se vogliamo trovare il perfetto esempio di chi ha messo in mostra tutti i tratti sopra descritti, rendendoli elemento basilare per il successo personale e delle proprie squadre, la nostra fermata può essere una sola: Scottie Maurice Pippen.


La famiglia Pippen è radicata nel sud degli Stati Uniti, a Hamburg, Arkansas. Preston ed Ethel hanno già dieci figlio quando il 25/09/1965 viene alla luce il loro undicesimo genito: Scottie.

Una prole così numerosa comporta però anche tante bocche da sfamare.


Il signor Preston si spacca la schiena nella cartiera della città, sottoponendosi a turni massacranti col solo scopo di riuscire a mettere il piatto a tavola.

Se la famiglia non naviga nell’oro dal punto di vista economico, è pur vero che non mancano gli affetti e la stabilità che costituiscono la base emotiva per ognuno degli undici figli.


Il piccolo Scottie è felice in casa e cresce coltivando la passione della pallacanestro, forgiata nei playground di Hamburg.

Un brutto giorno però il mondo crolla addosso alla famiglia.

Preston ha un infarto che, seppur non letale, lo paralizza in tutta la parte destra del corpo, impedendogli di camminare e limitandone la comunicazione.


Anche se colpito dalla tragedia famigliare, il giovane Scottie si appresta ad iniziare la propria esperienza alla locale high school.

Il ragazzo ha una profonda passione per il gioco, ma è convinto che il proprio talento non sia sufficiente per trasformare la palla a spicchi in una professione.


Non raggiunge i 190 cm ed è magrolino, ma nonostante questo coach Wayne intravede in lui del potenziale.

Decide di affidargli la palla schierandolo da playmaker, permettendogli così di affinare qualità di gestione del gioco che torneranno molto utili anche a ben più alti livelli.


Nel corso dei quattro anni liceali il futuro Bulls migliora sensibilmente fino a diventare il leader della propria squadra.

Tuttavia la crescita tecnica tardiva e i limiti fisici tengono lontani i grandi college e nessun reclutatore bussa alla porta di casa Pippen.

Coach Wayne convince l’allenatore di Central Arkansas, Don Dyer, a dare una possibilità al proprio ragazzo.

Dyer è scettico sulle doti del mingherlino e non ha borse di studio da offrire.


FOTO: nba.com

Decide comunque di arruolare Pippen come “walk on”, permettendo al giovane di pagarsi gli studi come studente/lavoratore: diventa infatti il responsabile delle attrezzature sportive.


Da brutto anatroccolo, Scottie si tramuta presto in uno splendido cigno. Cresce di svariati centimetri fino a raggiungere in un anno la definitiva altezza di 203 cm.

Va in campo aggressivo e con fiducia, mette in atto le doti da playmaker apprese alla high school, ma sfrutta anche il fisico possente e la impressionante lunghezza delle braccia (221 cm di apertura alare).


Gioca senza problemi tutti e cinque i ruoli e non c’è un solo avversario che sia in grado di contenerlo.

Central Arkansas però è un piccolo college che gioca la NAIA (National Association of Intercollegiate Athletic), ben lontano dai riflettori della NCAA.

Siamo negli anni '80, Facebook, Instagram e YouTube sono ben lontani dall’essere creati.


Nessuno scout NBA quindi ha mai sentito il suo nome o si è mai interessato più di tanto alle performance dell’all-around.

C’è chi suggerisce a Pippen di cambiare istituto, prestando i propri servigi a college ben più blasonati, con lo scopo di “finire sulla mappa” ma il nativo di Hamburg preferisce rimanere al proprio posto e completare la propria maturazione.


Nella sua annata da senior realizza 23.6 punti e 10.0 rimbalzi di media che suscitano finalmente l’interesse di qualche scout.

In particolare il suo nome giunge all’orecchio di Jerry Krause, il GM dei Chicago Bulls.


Krause è un tipo particolare. Non è noto per essere una persona socievole o simpatica a chiunque ma ha un certo fiuto per il talento e ha l’innata e rara capacità di individuare il giocatore idoneo al contesto in cui debba essere inserito.


I Bulls devono costruire una squadra competitiva intorno a Michael Jordan. Krause sa che non può rischiare dopo il buco nell’acqua fatto al Draft 1986 con la chiamata di Brad Sallers.

Ma vede in Pippen qualcosa di straordinario, quel giocatore dal potenziale ancora inespresso, perfettamente complementare a MJ.


Decide di rischiare, ma sorge un problema. Dopo l’iniziale anonimato, le quotazioni di Scottie sono salite.

I Bulls hanno la scelta n. 8 ma potrebbe non bastare.

Contro ogni opinione all’interno del team, Krause imbastisce uno scambio con Seattle e ottiene la chiamata n. 5 portando così in bianco-rosso Pippen in cambio di Olden Polynice e un paio di scelte.


Chicago ha anche la pick n. 10 che produce l’arrivo di Horace Grant, ala forte perfetto back up del titolare Charles Oakley.

Pippen e Grant da subito vengono inseriti nello scacchiere di coach Collins.


FOTO: usatoday.com

Il n. 33, nella stagione da rookie, mette in mostra lampi del proprio talento che si rivela però ancora grezzo.

Partendo sempre dalla panchina, è un ottimo back-up per gli esterni, prezioso sia in attacco che in difesa.


Nei Playoffs del 1988, dopo una proficua Gara 4 al primo turno contro Cleveland, conquista il quintetto base e ripaga la fiducia con 24 punti e il passaggio del turno.

Anche se nel second round Detroit elimina i Bulls, ormai le porte dello starting five si sono aperte e Pip è l’ala piccola titolare.


La stagione successiva vede incrementare il proprio minutaggio e la responsabilità in campo.

Per far crescere la squadra, Krause decide di cedere Charles Oakley, sua intuizione al Draft 1985 e vera guardia del corpo di Jordan (se qualcuno toccava Michael in campo, “the Oak” letteralmente lo sdraiava nell’azione successiva). In cambio arriva da New York Bill Cartwright.


Pippen e Grant sono ormai titolari inamovibili e i Bulls affrontano ancora i Pistons ai Playoffs.

Detroit è una squadra fisica e aggressiva e, oltre alle celeberrime Jordan rules, adotta un gioco estremamente violento su tutti i bianco-rosso-neri.


Scottie è preso di mira dai vari Rodman, Laimbeer che lo massacrano limitandone la resa.

Dopo pochi secondi dalla palla a due della decisiva Gara 6, il numero 40 di Detroit stampa il proprio gomito sinistro sulla testa di Pip.

La sua partita termina all’istante e, dopo 48 minuti infuocati, anche la stagione dei Bulls.


Se la stagione successiva rappresenta un ulteriore step nella crescita e maturazione tecnica di Scottie, l’epilogo finale si rivela purtroppo nuovamente amaro.

Chicago incrocia ancora le armi con i rivali di Detroit per la conquista della corona della Eastern Conference.

Si arriva alla fratricida Gara 7, un epilogo che passerà alla storia con l’appellativo di migraine game


A pochi minuti dalla palla a due, Pippen accusa una forte emicrania, talmente intensa da confessarlo al trainer Mark Pfeil.

Scende ugualmente sul parquet, ma si muove con forte circospezione, le sue prestazioni sono limitate e tira dal campo con un orrendo 1/10.


I Pistons passano con un perentorio +19, mentre nell’analizzare la scatola nera, i tori non possono che rimarcare l’assenza in campo del miglior n. 33.

Nell’ambiente ormai si inizia a mormorare che l’ex Central Arkansas soffra l’eccessiva pressione e tenda a scomparire nei momenti decisivi.


Lo stesso Jordan, notoriamente spietato coi compagni di squadra nel tentativo di elevarli a una durezza mentale da Titolo, non manca di stuzzicare numerose volte il compagno di squadra in merito all’emicrania.


Le cose cambiano fortemente a partire dalla Regular Season 1990-91, quando prende il posto di head coach Phil Jackson.

L’ex assistente di Collins adotta offensivamente l’idea del suo fido Tex Winter, diventato poi celeberrimo col nome di Triple Post Offense.


Il Triangolo, come viene volgarmente ribattezzato, giova molto alla squadra e in particolare al n. 33, che si rivela vero esegeta del gioco, grazie al suo alto QI e alla nota versatilità.

In attacco oltre a essere l’alternativa n.1 rispetto a MJ, è prezioso sia a rimbalzo che nel distribuire palloni ai compagni, mentre in difesa è semplicemente diabolico, potendo marcare qualunque ruolo, capace di rubare palloni con braccia infinite e diventando uno scienziato nel posizionarsi sulle linee di penetrazione.


FOTO: nba.com

Chicago domina la Lega e in finale a Est va in

scena una nuova sfida coi Pistons.

Questa volta i ragazzi di Jackson sono maturi e annientano i bi-campioni di Detroit con un indiscusso 4-0 che li proietta verso le prime Finals della loro storia.


Ad attenderli i Los Angeles Lakers di Magic Johnson.

Proprio il n. 32 costituisce la chiave di volta dei giallo-viola e Phil Jackson decide di spedire sulle sue orme proprio Pippen.

Scelta perfetta, perché l’ala compie un lavoro egregio, complicando notevolmente la vita in attacco dell’avversario.


I Bulls vincono serie e Titolo per 4-1 e salgono finalmente sul trono NBA.

Adesso ci si chiede chi possa fermarli.

I timori si rivelano fondati, perché Jordan è indiscutibilmente il miglior giocatore del pianeta, ma Pippen è un elemento fondamentale in una squadra aggressiva difensivamente e precisa come un Patek Philippe.

A livello di numeri è la sua migliore stagione in carriera (21.0 punti, 7.7 rimbalzi, 7.0 assists, 1.9 recuperate).


Si ripete un copione già visto, con Chicago rullo compressore che batte in testa solo al secondo turno dei Playoffs 1992, dove si scontra con la fisicità dei Knicks di Pat Riley e necessita di 7 gare per passare il turno.

Tornati in finale, la vittima sacrificale sono i Blazers.

In una serie che mette sotto i riflettori la sfida Jordan-Drexler, il nativo di Hamburg risulta ancora fondamentale e i Bulls collezionano un nuovo anello.


Il suo status nella Lega è talmente riconosciuto che viene inserito nel roster del leggendario Dream Team per partecipare ai Giochi della XXV Olimpiade a Barcellona.

Per team USA la caccia alla medaglia d’oro si traduce in una piacevole passerella, ma per Scottie ci sono in ballo motivazioni extra.


I Bulls nel Draft del 1990 hanno chiamato il giovane talento croato Toni Kukoc, lasciandolo a maturare ancora in Europa, con la volontà di aggiungerlo in futuro per diventare un elemento prezioso per il roster.

Pip è geloso della tanta attenzione data al futuro compagno di squadra e quando gli Stati Uniti affrontano la Croazia, massacra letteralmente Kukoc, annullandolo dal campo.


Tanto rancore nasce dalla situazione contrattuale del n. 33.

Quando è entrato nella Lega, il talento di Hamburg aveva firmato un contratto di ben 7 anni, nonostante chiunque gli sconsigliasse tale durata, visto il prevedibile aumento dei salari nelle stagioni a venire.


Dopo anni di povertà il ragazzo voleva semplicemente garantire la sicurezza economica alla propria famiglia, ma questo lo aveva portato nel tempo a diventare uno dei giocatori meno pagati della squadra.

Alle insistenti richieste di negoziazione, il proprietario Gerry Reinsdorf accetta sconsigliando però di firmare per un contratto lungo quanto il primo.


Pippen invece commette lo stesso errore, siglando un accordo pluriennale che lo rendo nuovamente sottopagato dopo poche stagioni.

Tornando sul parquet i Bulls tentano l’assalto al terzo Titolo consecutivo.


Con tutte le difficoltà del caso, Chicago approda nuovamente in finale dove questa volta duella con i Suns del neo MVP Charles Barkley.

La scontro con Sir Charles rappresenta una nuova sfida per Pippen, che si trova davanti un altro esempio di giocatore polivalente, dotato di maggiore forza fisica ma meno decisivo in fase difensiva.

Le sportellate, il trash talking, le grandi giocate, un duello per palati fini.



Il n. 33 è straordinario, Jordan totalmente incontenibile in attacco e John Paxson mette la ciliegina sulla torta con la tripla decisiva in Gara 6: Three-Peat e sipario sulla stagione.


Quando ormai il mondo intero considera imbattibili questi Bulls, ecco che arriva la notizia che sconvolge la Lega e non solo: Michael Jordan annuncia il proprio ritiro dal basket.

Pippen rimane ovviamente spiazzato dalla notizia.


Da una parte è disorientato dal non avere più al suo fianco il compagno e il riferimento di mille battaglie, ma d’altro canto adesso Chicago è la sua squadra.

Potrà finalmente strapparsi di dosso l’etichetta di secondo violino.


Dopo un primo periodo di rodaggio, la squadra inizia a girare e Scottie è il leader indiscusso.

Segna 22.0 punti, con 8.7 rimbalzi, 5.6 assist e 2.9 rubate ed è pure nominato MVP dell’All-Star Game.

Cifre elitarie nella storia della Lega.


Al secondo turno dei Playoffs 1994 ecco nuovamente gli odiati Knicks.

Gara 3 rappresenta una pagina nera nella carriera di Pip.

Sotto 0-2 nella serie e col punteggio sul 102 pari a soli 1.8 secondi dalla fine, Phil Jackson disegna lo schema per il tiro decisivo, incaricando Kukoc.


Il n. 33 la prende molto male e si rifiuta di tornare sul parquet.

Il croato segna il buzzer beater ma è una vittoria dal gusto amaro poiché si parla solo del gran rifiuto.

Una macchia indelebile che rimarrà sempre visibile nella carriera del giocatore.

I Bulls vengono eliminati in sei gare, nonostante in Gara 6 il ragazzo di Hamburg regali questa perla in faccia a Ewing.



Durante la offseason prosegue lo smembramento della squadra del Three Peat.

Grant decide di firmare per i giovani e promettenti Orlando Magic mentre Paxon appende le scarpe al chiodo.

In squadra inizia a mancare l’armonia creatasi negli anni precedenti e il ritorno sul parquet di Michael Jordan nel marzo del 1995 tampona solo parzialmente le lacune di un roster rabberciato.


Chicago viene eliminata dai Magic al secondo turno dei Playoffs 1995 per 4-2 e ci si chiede se potrà mai tornare la squadra dominante di un tempo.

Il genio di Krause regala un nuovo colpo portando in città il folle estro, ma soprattutto i rimbalzi, di Dennis Rodman, giocatore perfetto per lo scacchiere rosso-bianco-nero e per essere gestito da coach Jackson.


Jordan torna quello di un tempo dopo un’estate di massacranti allenamenti e i Bulls ritrovano l’equilibrio perso pochi mesi prima.

Sono una squadra con un elevato Q.I. cestistico composta da un tessuto tecnico di pregevole fattura, di cui Pippen rappresenta la trama e ordito.


Non c’è infatti a roster una point-guard di ruolo, ad eccezione del solo Randy Brown, e il coaching staff decide di affidare la cabina di regia a Scottie.

Con la sua conoscenza del Gioco e le sue abilità è il prototipo perfetto di point-forward e il compito gli riesce alla perfezione, perché la squadra dell’Illinois è un rullo compressore che fa incetta di vittorie stabilendo lo storico record di 72-10.


I Playoffs 1996 sono un’autentica cavalcata che portano al quarto Titolo.

A suggellare il ritorno al successo, si inserisce per Pip anche un nuovo oro olimpico da apporre in bacheca, grazie alla vittoria nei giochi di Atlanta '96.


La stagione successiva non è da meno. Durante l’intervallo dell’All Star Game 1997 a Cleveland, la NBA celebra i propri 50 anni eleggendo i 50 migliori giocatore della storia.

Per Pippen arriva la soddisfazione di essere inserito in questa elite.


Nelle Finals i Bulls si scontrano contro gli Utah Jazz di Karl Malone e John Stockton.

Il n. 33 è un autentico dominatore sui due lati del campo ed è il trascinatore dei Bulls insieme ovviamente a Jordan (che regala al mondo “The Flu Game”) e Chicago mette nel forziere il quinto anello.


Ancora una volta ci si chiede chi possa fermare i pluricampioni dell’Illinois e ancora una volta la risposta arriva dalle parti dello United Center.

Scottie è nuovamente in rotta con la dirigenza per ragioni legate al proprio contratto.

Questa volta Jerry Reinsdorf è inamovibile, l’accordo pluriennale va rispettato fino in fondo.


Potete immaginare la nube di polemiche che si erge sopra the windy city quando Pippen si opera ad un piede proprio alla vigilia della Regular Season 1997-98.

Circola la voce che sia una ripicca fatta dal giocatore per le questioni contrattuali.

L’ex Central Arkansas salta le prime 35 partite della stagione, compromettendo non poco l’equilibrio e i risultati della squadra.


Prendono piede anche voci di possibili cessioni, con Krause che sogna di rifondare il roster senza attendere la fine della stagione, dove è già previsto un corposo rebuilding.

Alla fine, grazie anche al veto di sua maestà MJ, Scottie continua ad indossare la sua canotta n. 33 e col suo ritorno in campo Chicago inserisce nuovamente le marce alte per riappropriarsi dei vertici della Lega.


La finale della Eastern Conference vede gli Indiana Pacers opporre molta resistenza ai campioni in carica. L’equilibrio regna sovrano, tanto che solo dopo sette partite Reggie Miller e soci alzano bandiera bianca.

Un fattore chiave è ancora Scottie, lanciato da coach Zen a difendere a tutto campo su Mark Jackson.


FOTO: nba.com

Il play di Indiana è la pedina fondamentale per gestire il gioco e per innescare le bombe di Miller, ma l’ex Bulldog quasi lo cancella dal campo dominandolo fisicamente.


Alle Finals ci sono ancora i Jazz e nonostante una schiena ballerina che riduce il contributo del n. 33 (in Gara 6 gioca forse al 40% del proprio potenziale), il Larry O’Brien Trophy mantiene ancora la residenza in Illinois.


La grande dinastia Bulls è arrivata al capolinea: Jordan appende per la seconda volta le scarpe al chiodo, Jackson si ritira temporaneamente e Pippen è pronto per una nuova esperienza NBA.

La sua nuova casa è in Texas, perché gli Houston Rockets hanno appena perso per ritiro Clyde Drexler e hanno bisogno di una nuova pedina da affiancare a Olajuwon e Barkley.


Forte ora di un contratto finalmente più idoneo a un giocatore di tale caratura, nella nuova casa il n. 33 vive un’esperienza ben al di sotto delle aspettative.

In campo manca la chimica, specialmente con Sir Charles, e pure i risultati scarseggiano.

Dopo una precoce eliminazione al primo turno dei Playoffs 1999, per opera dei Lakers, Scottie ne ha già abbastanza.


Con grande sorpresa chiede di essere ceduto, perché vuole tornare sotto la guida di coach Jackson, accasatosi a Los Angeles.

Viene invece spedito a Portland, dove può provare a sparare le ultime cartucce della carriera in un gruppo comunque di talento Con Damon Stoudamire, Steve Smith, Rasheed Wallace, Sabonis e dalla panchina Schrempf, Greg Anthony, Bonzi Wells, Brian Grant.


La squadra vola, dietro solo ai Lakers di Shaq e Kobe, che hanno trovato in coach Zen la loro grande guida.

Due potenze del genere sono destinate a scontrarsi a viso aperto e il campo di battaglia sono le Finals della Western Conference.

Una serie meravigliosa, decisa dall’esito di Gara 7, dove i Blazers sembrano in controllo, ma vengono clamorosamente rimontati dai giallo-viola dopo essere stati in vantaggio di 15 a 10 minuti dalla fine.


Per Scottie sfuma l’ultima occasione per riuscire a vincere senza MJ.

Le annate successive vedono Portland uscire prematuramente al primo turno dei Playoffs e per il n. 33 un lento ma inesorabile declino.

Nella stagione 2003-04 va in scena un romantico ritorno a Chicago, ma è solo il canto del cigno, per l’ultima apparizione nella Lega.


Anche se tenta un inaspettato ritorno NBA nel 2007 e gioca qualche partita l’anno successivo nel campionato scandinavo, la sua carriera termina con la sua maglia che viene issata sul soffitto dello United Center nel dicembre 2005.


Non bastano le cifre a descriverlo, non bastano i 6 Titoli, le 7 convocazioni per ll’All Star Game o le 3 volte primo quintetto All-NBA, non bastano le 8 volte nel primo quintetto difensivo, non bastano i 2 ori olimpici, né l’inclusione nella Hall of Fame nel 2010, per molti è semplicemente il miglior “secondo” di sempre.


In realtà è stato un giocatore incredibile, unico nel suo genere, che ha avuto un impatto indelebile sul Gioco e che ha per molti versi condizionato il prototipo del giocatore di basket negli anni a venire.

Capace di fare tutto, in grado di essere ovunque e adatto a qualunque situazione.

Scottie Pippen, il poliedrico.



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