• Andrea Fanicchi

Il Rinascimento di Tobias


FOTO: NBA.com

Il più grande problema di Tobias Harris è aver firmato - nel luglio 2019 - un quinquennale da 180 milioni di bigliettoni verdi. Povero lui. Chissà quanti vorrebbero avere lo stesso problema. Non alzate le mani, non riuscirei a contarle.


E’ proprio da questo paradosso che vorrei partire per descrivere le vicissitudini della stagione scorsa dell’ala di Philadelphia e il suo rifiorire di quest’anno. Alti e bassi con tante motivazioni, ma dove quella legata al nuovo accordo, allo status che esso comporta e alle aspettative che crea, non possono essere secondarie.


Come ha detto lo stesso Tobias nella press conference dopo il recente incontro con i Washington Wizards, - alla quale noi di AtG eravamo presenti - i tifosi di Philly che oggi mi riconoscono come All-Star, sono gli stessi che lo scorso anno sarebbero venuti a prendermi a casa. Belli focosi nella città dell’amore, non sempre fraterno, evidentemente.



Ma in fondo un po’ di ragione ce l’avevano pure loro. I tifosi intendo. Tobias era arrivato dai Clippers, allenati da Doc Rivers - notate bene - e per prenderlo i Sixers avevano rinunciato ad un “tiratorino” mica male, di nome Landry Shamet, ora alla corte dei Nets, ad un paio di prime e ad un paio di seconde scelte. Bottino importante.


In quella stagione Tobias veniva dal massimo in carriera per punti segnati con 21.9, col 43% da tre su 5 tentativi. Ai Sixers si era dovuto ritagliare un nuovo ruolo e adattarsi alla convivenza con Embiid, Butler e Simmons. Le cifre erano calate, ma anche le percentuali. L’impatto ai Playoffs era stato, quanto meno, rivedibile. Con Phila che si era schiantata sul tiro e i quattro rimbalzi sul ferro di Kawhi Leonard a Toronto. Gioco, partita, incontro e poi titolo. Mica male. Poteva andare diversamente, ma non andò.


Poi la free agency, Philadelphia sceglie - forse obtorto collo - di lasciar partire Jimmy Butler e nel giro di pochi minuti annuncia il (quasi)-max a Tobias Harris. Habemus Albatross.


Bravo il papà di Tobias, suo agente, a negoziarlo, ma come detto qualche strascico la firma deve averlo pur lasciato. Quando diventi il giocatore più pagato di una franchigia che ha già Joel & Ben a libro, quando sai che sarai pressoché inamovibile per il prossimo lustro e che ogni tuo mattone, ogni tua palla persa, ogni tua amnesia difensiva si porterà dietro il commento - e gli diamo pure 36 milioni all’anno, a quello - la coscienza pesa un po’ di più, forse. Soprattutto se sei un bravo ragazzo, cittadino modello, impegnato nel sociale, testa pensante. Pure troppo. Fatto sta che la stagione scorsa, soprattutto nella breve parentesi dei Playoffs, è stata un disastro.


Smettila di riflettere troppo, sembra gli abbia detto il suo mentore Doc Rivers, non appena i due si sono incrociati nuovamente a Camden. Smettila di palleggiare in eccesso, smettila di pensare a mille soluzioni e sbagliarne altrettante. Giocate più semplici, prevalenza del mismatch, dentro a tutta o ricerca del compagno. Basket libero, basket essenziale. E così sembra fare Harris da inizio di questa nuova stagione. Secondo violino designato - quando c’è Embiid - ma caccia all’opportunità in campo aperto.


FOTO: NBA.com

Tobias è un treno in contropiede, genera 5 punti a partita dalla transizione, con 1.37 punti per possesso per azione. Élite per categoria. Basta vederlo prendere il rimbalzo e partire. Non sarà Giannis, forse, ma si mangia il campo in un amen e va a concludere forte della sua preponderanza fisica, della sua avvedutezza tecnica. Più grosso di molti di quelli che cambiano su di lui, più tecnico di molti di quelli che avrebbero anche le spalle larghe per contenerlo.


Da quando lo hanno “snobbato” per l’ASG, Tobias sembra essersela legata al dito. Qualche sera fa lo ha anche gridato al mondo e, forse, a qualche suo compagno. “I’m an All-Star”. Da inizio marzo viaggia a 22 punti a partita, col 50% dal campo, il 39% da tre e il 90% dalla lunetta, ad un passo dal club del 50-40-90. Top of the pops.


Bene, tutto molto bene fino a qui, quasi 40 partite disputate non possono essere un fuoco di paglia, non possono essere confuse con un mese particolarmente fortunato. Ma il bello viene adesso. Ora che Joel Embiid è fuori e che ci sarà da difendersi dalle concorrenti per un posto al sole della Conference. E poi dopo, quando arriveranno i Playoffs e non si scherzerà più. Lì faremo il punto sulla bontà del Rinascimento di Tobias.


Bravo, bello, molto ricco e, speriamo, vincente.