• Marco Cavalletti

Il ritorno della Moreyball



Questo articolo, scritto da Paul Keddie per Double Clutch e tradotto in italiano da Marco Cavalletti per Around the Game, è stato pubblicato in data 7 dicembre 2020.



C’è una scena famosa in Moneyball (L’Arte di vincere, film del 2011 basato sul libro di Michael Lewis che racconta l’improbabile ascesa della squadra di baseball degli Oakland Athletics) in cui Brad Pitt, che interpreta il general manager degli Athletics Billy Beane, si consulta con lo scouting department della squadra per discutere dei potenziali giocatori da acquisire.


Beane, che cerca di esplorare ogni possibilità che gli permetta di ottenere un vantaggio sui più grossi e più ricchi rivali, è sempre più infastidito mentre i vecchi e compassati scout della squadra cercano di decidere se ciascun giocatore superi il test “estetico”, concentrandosi sul fisico e sull’apparenza più che sulla produzione, includendo nella valutazione l’ipotesi per cui la bellezza della fidanzata del giocatore possa essere indice della sua fiducia in campo. Alla fine, Beane perde le staffe e spiega perché gli Athletics debbano cambiare approccio: in quanto squadra più povera della Major League, non possono permettersi di inseguire i giocatori che attraggono gli sguardi delle altre franchigie. Gli Athletics devono essere più scaltri, e devono cercare altre soluzioni; devono fare "quello che gli altri non stanno facendo".


Lo stile adottato da Daryl Morey nel corso del suo incarico da GM degli Houston Rockets è stato spesso etichettato (non sempre con accezioni prettamente postitive) come “Moreyball”.


L’insinuazione era ovvia: i Rockets, come gli Athletics, sapevano che per battere le squadre più ricche, le squadre delle grandi piazze, dovevano provare ad essere più scaltri, piuttosto che provare a batterli al loro stesso gioco. Usando le parole di Beane, dovevano fare tutto quello che gli altri non stavano facendo.


FOTO: NBA.com

Questo si è tradotto, ad esempio, nello scambiare Rudy Gay, l’ottava scelta assoluta nel Draft del 2008 e un esplosivo giocatore del college per il funzionale ma tutt’altro che spettacolare Shane Battier, prima che Gay riuscisse a giocare una singola partita per i Rockets.


Morey sapeva che l’NBA in quel periodo tendeva a dare un valore eccessivo a giocatori atletici, pieni di potenziale ma dalla relativa efficienza (giocatori come quello che era destinato a diventare Rudy Gay), ma assegnava un valore troppo basso a giocatori come Battier, che faceva registrare 10 punti di media prima di approdare a Houston, e (soprattutto) la cui difesa e capacità di giocare all’interno di un sistema e segnare con continuità tiri da tre punti con spazio si sarebbe rivelata inestimabile.



L’approccio di Morey sembrava stridere con il modo di pensare diffuso nella Lega in quel periodo, per il quale l’atletismo e la “futuribilità” erano i parametri principali nella valutazione di un giocatore giovane. I Rockets hanno intrapreso una strada diversa, utilizzando un linguaggio che è più probabile trovare in una discussione sui fondi speculativi piuttosto che all’interno di in un front office NBA.


I giocatori sono diventati asset, da essere scambiati e su cui fare leva finanziaria, proprio come degli investimenti. Le scelte al Draft erano “sotto-valutate” e i contratti dei giocatori erano merci scambiabili, e tutto ciò ha fornito a Morey i mezzi per ammassare una montagna di scelte e sostanziosi contratti in scadenza per acquisire James Harden nel 2012.


Oggi, la strategia dei Rockets viene adottata regolarmente dalle franchigie in fase di rebuilding (citofonare Thunder e Pelicans), ma ci si dimentica facilmente di quanto questo approccio risultasse ancora apostatico alla fine degli anni 2000, quando la Lega pullulava ancora di GM terribili, rei di decisioni che hanno danneggiato a lungo termine il futuro delle rispettive franchigie (ad esempio, David Khan).


Inevitabilmente, Morey è diventato il volto stesso della fiorente comunità cestistica delle analytics, che proprio in quegli anni ha visto il suo più grande sviluppo. Lo status di personaggio di culto di Morey è stato anche fortemente coadiuvato dal contributo del GM alla fondazione della annuale MIT Sloan Sports Analytics Conference.


Perfino in quegli anni, la comunità delle analytics discuteva già da tempo sulla possibilità di utilizzare determinate statistiche avanzate per scovare giocatori che potessero risultare sottovalutati con i parametri "tradizionali"; nonché di come il tiro da tre punti fosse criminalmente poco utilizzato nella NBA.


Quando Morey è approdato a Houston, nel 2006, la squadra era 12esima per triple tentate, con circa 17 conclusioni a partita. Arrivati alla scorsa stagione, quel numero è salito vertiginosamente fino a 45, primo dato nella Lega.


Semplificando al massimo, la ragione dietro a questa impennata è di natura aritmetica: una squadra che converte il 35% delle sue triple segna più punti di una squadra che converte il 50% dello stesso numero di tiri da due. L’attacco dei Rockets, di conseguenza, si è gradualmente rivoluzionato, fino a diventare quasi unicamente incentrato su una combinazione meccanica di triple, layup e tiri liberi, sacrificando (almeno agli occhi di alcuni fan) l’intrattenimento sull’altare della funzionalità e dell’efficienza.


Dopo la fine del suo rapporto con i Rockets, a ottobre, Morey è stato accolto dai Philadelphia 76ers, dove gli è stato assegnato il ruolo di President of Basketball Operations.


FOTO: NBA.com

A molti, questo matrimonio è risultato alquanto insolito, dato il rapporto fra le due star della squadra e il tiro da tre punti - soprattutto quello di Ben Simmons. Tuttavia, questa è solo una visione travisata dell’idea originale di Moreyball; non si tratta solo di tirare vagonate di triple, ma di utilizzare qualsiasi risorsa disponibile nella maniera più efficiente possibile.


Ben Simmons, ad esempio, come è ben noto, ha tentato una media di una tripla a stagione (sì, a stagione) da quando è approdato in NBA. D’altro canto, converte i suoi tiri da due con una media del 56% (un dato notevole per una guardia), ed è in grado di arrivare al ferro sostanzialmente quando vuole.


Joel Embiid, da par suo, tenta circa 3.5 triple a partita, convertendole con il 33% (sotto la media), ma ha anche guidato la classifica della Lega per possessi in post-up l’anno scorso, in una Lega in cui il post-up sta diventando sempre meno frequente.




Morey non trasformerà magicamente Embiid e Simmons in tiratori da tre punti da 40%. Tuttavia - proprio come i Rockets negli ultimi 15 anni sono stati i pionieri della progressione della Lega verso un gioco improntato all’utilizzo massiccio del tiro da tre - massimizzando l’abilità di Simmons di prendersi tiri ad alta percentuale al ferro, ed incoraggiando il gioco in post di Embiid, i Sixers ora potrebbero iniziare a muoversi verso un attacco in cui il tiro dalla distanza non è l’opzione preferita.


A fornire un piccolo scorcio sul futuro della squadra, potrebbe essere la trade di Al Horford ai Thunder dello scorso mese. Infatti, non si è trattato solo della classica trade à la Morey, che ha permesso ai Sixers di scaricare il pesante contratto di Horford; con essa, Philadelphia ha anche ricevuto Danny Green, fresco di titolo con i Lakers.


E Green, forse sottovalutato dopo gli ultimi Playoffs, è l’epitome del giocatore che piace tanto a Morey. Un’ala funzionale e poco spettacolare, sostanzialmente la reincarnazione del Battier del 2010 - ciò che ai Sixers è mancato tanto la scorsa stagione.


Il lavoro, comunque, è appena iniziato. Ed è molto probabile che Morey stia anche cercando di scambiare Tobias Harris per ottenere un altro giocatore del genere, nonostante il contrattone dell’ex Pistons e Clippers.


Che Morey riesca o meno nel suo intento di rimodellare il roster dei 76ers secondo i suoi "gusti" prima della trade deadline, questo "Processo" continuerà ad essere un intrigante motivo di interesse.


Scommettereste contro di lui?





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