• Alessandro Rosi

Il talento di Mr. Vogel

Frank Vogel ha saputo superare un anno difficile come quello della morte di Bryant anche grazie alle esperienze nel suo passato, come quando fu costretto a gettarsi dalla finestra di casa.


FOTO: silverscreenandroll.com

Continua a girare il pallone sulla parte finale dello spazzolino da denti mentre Frank Vogel se li sta lavando. Un numero impressionante, da circo, quello che l'attuale allenatore dei Lakers mette in scena da David Letterman all'età di soli 8 anni. La sua performance è nello spazio dedicato a "Stupid Human Tricks", stupide acrobazie umane, ma la sua non lo è poi così tanto.


"Perché dovrebbe essere stupido quello che fa?", scherza anni dopo la leggenda dei Pacers Reggie Miller mentre commenta una partita di Indiana, "sta lavando i denti e allo stesso tempo sta pensando al Gioco!".


Uno sport a cui inizia a giocare fin da quando è piccolo. Nasce nel 1973, l'anno in cui finisce la guerra in Vietnam, quando Salvador Allende si suicida in Cile dopo il golpe dell’ex Capo di Stato Maggiore Pinochet e quando avviene la prima telefonata con il cellulare. Anni in cui la tecnologia si sta sviluppando sempre di più e ciò gli permette di seguire i suoi Phillies, la squadra di baseball di Philadelphia che diventa campione nel 1980. La squadra NBA invece, i 76ers, quell'anno perdono il Titolo contro i Lakers. Franchigie che Vogel incontrerà entrambe più tardi nella sua carriera.


Prima c'è il college. Va al Juniata in Pennsylvania, dove gioca per tre anni nella squadra che milita in Division III. Poi si trasferisce all’Università di Kentucky. Qui si laurea in biologia e diventa video coordinator per i Wildcats, la squadra allenata da coach Rick Pitino. L'allenatore di origini italiane è per Vogel un punto di riferimento. Così il loro legame diventa sempre più forte e, quando nel 1997 Pitino diventa head coach dei Boston Celtic, lo porta con lui.

FOTO: theathletic.com

Per 5 anni continua a fare il video coordinator. Poi diventa scout, assistente dietro la panchina, assistente in panchina, primo assistente e poi coach. La scalata di Vogel è lunga e passa per diverse squadre della Lega. Celtic, 76ers, Wizards, e Lakers. Sì, avete letto bene, Vogel nel 2005-2006 è scout per i gialloviola. Da head coach li ritrova anni più tardi, anche se non è la prima scelta.


Per il dopo Luke Walton la proprietà di Los Angeles nel 2019 pensa prima a Tyronn Lue, caldeggiato anche da LeBron James, e poi a Monty Williams. Ma con nessuno dei due riesce a trovare un accordo. Sceglie allora Vogel, che arriva in un momento difficile: la morte di Bryant, di sua figlia Gianna e di altre 7 persone in un incidente in elicottero. Superare un dramma come quello non è semplice, sopratutto per una squadra che ha grandi obiettivi e non va alle Finals da 10 anni. Ma lui sa come gestire la situazione. Qui però bisogna fare un passo indietro.


È il 10 dicembre 1990. Il 17enne Vogel sta dormendo. Qualcosa però non va. Si sveglia, guarda la porta e vede del fumo che gli viene incontro. La casa sta andando a fuoco. Urla, corre dalla madre e insieme a lei si getta dalla finestra. Lì impara che si vive una volta sola, che bisogna cercare di ottenere il massimo da ogni occasione. Così riesce a guidare i suoi giocatori attraverso un momento difficile come la morte di Bryant. E anche quel LeBron James che avrebbe preferito Tyronn Lue lo riconosce.

FOTO: nba.com

“È stato magnifico, incredibile”, ha commentato il Re dopo la vittoria della West Conference. Non è però l'unico modo in cui Vogel ha inciso sul Prescelto. Abbiamo visto come l'attuale allenatore dei Lakers nasce come video coordinator, e tutt'ora fa dei video un'ossessione. “Li vede più di chiunque altro”, ha rivelato il giocatore dei Lakers Alex Caruso. “È come se fosse un nerd del basket.


E anche LeBron pare che sia stato sveglio fino alle 4 del mattino dopo Gara 1 delle Finale per vedere tutte le debolezze degli avversari. All'estrema cura dei dettagli e della cura dei video, Vogel aggiunge però anche dell'altro.


Nelle sessioni video l'allenatore dei Lakers usa spesso scene di film sia per sdrammatizzare che per mandare alcuni messaggi. Dopo vittoria in stagione contro gli Atlanta Hawks sceglie un pezzo della pellicola Creed.


Qui si vede Balboa insieme al giovane allievo Creed davanti allo specchio della palestra.

Ogni volta che entri nel ring", dice Balboa puntando il dito verso lo specchio, "è lui quello contro cui lotterai.


Ma non è l'unico modo in cui Vogel motiva e ha motivato i suoi giocatori durante la stagione. A metà anno, uno dei tiratori riferimento per i Lakers, l'ala piccola Kentavious Caldwell-Pope, sta attraversando un momento di difficoltà. Vogel che fa? Ci punta lo stesso, aumentando i suoi minuti.

“Sapere che nonostante le mie difficoltà il mio coach continua a credere in me, è molto importante", scrive in un post sui social Caldwell-Pope. Da quel momento inizia a tirare con il 46.6% nelle successive 30 gare. Ed è decisivo in diversi momenti dei Playoffs. L'energia positiva di Vogel incide su tutti.




Di lui l'assistente Kidd, non uno qualsiasi, dice che è "un grande leader".

Antony Davis racconta che "viene ogni giorno, vittoria o sconfitta, con la stessa attitudine, Mai troppo esuberante e mai troppo molle". 


Vogel non lavora solo sull'aspetto emotivo, ma anche – se non soprattuto – sulla difesa. Nei cinque anni a Indiana, il coach nato a Waterford ha permesso ai Pacers di finire tra le 10 miglior squadre in difesa della Lega. E in questi Playoffs con i Lakers ha concesso 108.4 punti per 100 possessi, cambiando continuamente approccio e cercando continui aggiustamenti che alla fine hanno pagato.


Non c'è che dire: un talento Frank Vogel. Come quello di Mr. Ripley nel film del 1999 di Anthony Minghella. Solo che se l'abilità di un magistrale Matt Damon era quella di aver assunto l’identità di un ricco giovane alla ribalta senza farsi scoprire, la grande capacità di Vogel sta invece nell'aver saputo riportare i Lakers sotto ai riflettori con un incredibile e minuzioso lavoro defilato dietro le quinte.


Sarà anche grazie al suo talento mostrato al David Letterman. Un tipo così è sicuramente un uomo perfetto per Hollywood.





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