• Luca Losa

Da Westbrook al Play-In: l'intervista a Bradley Beal


FOTO: NBA.com

Questo articolo scritto da Marc J. Spears per The Undefeated e tradotto in italiano da Luca Losa per Around the Game è stato pubblicato in data 8 maggio 2021.



Durante l’incontro virtuale di due settimane fa della fondazione My Brother’s Keeper Alliance, per la serie “On and Off the Court”, un ragazzo ha chiesto alla stella dei Washington Wizards, Bradley Beal, chi fosse il giocatore più difficile da marcare dell’intera NBA. Senza esitazioni, il tre volte All-Star ha risposto “me”, prima di citare la stella dei Nets, Kevin Durant.

Per come sta giocando e guidando i suoi in lotta per un posto ai Playoffs, Beal forse avrebbe potuto fermarsi alla sua prima risposta. E' secondo nella Lega, dopo Steph Curry, con i suoi 31.1 punti a partita.

“Ho visto Brad crescere da quando era un giovanotto appena arrivato tra i professionisti”, racconta la stella delle Washington Mystics, Natasha Cloud, anche lei parte dell’evento della fondazione. “È da sempre un grande scorer e un giocatore utile sui due lati del campo, e col tempo ho potuto anche apprezzare e notare le sue doti caratteriali e da leader.”

Alla crescita in campo dell'ormai veterano dei Wizards si è anche accompagnata una maturazione fuori dal parquet. Bradley è diventato un mentore per moltissimi teenagers afroamericani, fondando una sua squadra AAU e la Ron Brown College Preparatory High School, sempre nella capitale, e combattendo da sempre le ingiustizie sociali.

In occasione dell’evento della fondazione, ha passato più di un’ora a parlare con i ragazzi della My Brother’s Keeper Alliance. Ha affrontato innumerevoli temi: la sua carriera, giocare con Russell Westbrook, arrivare ai Playoffs, denunciare apertamente le ingiustizie sociali, il processo di Derek Chauvin e altro ancora. Di seguito, i punti salienti di questa bellissima chiacchierata.

Avevi un GPA medio superiore al 3.5 e stavi seguendo un percorso per diventare studente di medicina all’Università della Florida. Ci racconti dell’importanza dell’educazione nella tua vita?

Ero un vero e proprio nerd, un po’ diverso dagli altri ragazzini, amavo la scuola. Mia madre era una professoressa di atletica a scuola. Non avevo altra scelta che andare bene. Lei mi ha anche insegnato a giocare a basket. Mettevo la scuola e la pallacanestro allo stesso livello di importanza. E li affrontavo con la stessa competitività. Ho trovato il modo di farmi piacere anche la scuola, sopportare le cose che a nessuno piacciono, e anche nella pallacanestro è lo stesso. Magari non ti piace la parte di preparazione fisica, magari non vai d’accordo con l’allenatore o non ti piace qualcosa che sta facendo. Magari non sei in buoni rapporti con un compagno. Devi comunque andare avanti e fare il tuo lavoro. Nulla è perfetto.


Ho affrontato alla stessa maniera il basket e la scuola, cercando di mantenere sempre la stessa mentalità. E, dopotutto, la vita è molto più che solo la pallacanestro.

Come ti sei fatto la pelle dura per sopportare scetticismi e critiche, e rimanere sicuro e convinto nel parlare pubblicamente delle ingiustizie sociali?

Do credito alla mia educazione. Do credito a mia madre. Da un certo punto di vista, la rimprovero anche, perché è sempre stato un amore severo, duro. Ma l’ha sempre fatto pensando al mio e al nostro bene. Pensava che questa fosse la ricetta per il successo. E ovviamente, da ragazzino a volte non comprendi certi atteggiamenti.


Ero un ragazzo molto tranquillo e riservato. A volte non capivo perché mi spingesse così tanto in certe cose. Ora, a guardare indietro, mi è tutto più chiaro. E ricordarmi di tutti gli sforzi che mia madre faceva mi spinge oggi a lottare contro le ingiustizie.

Quali sono stati i tuoi pensieri quando, nel giorno in cui l’ufficiale di polizia di Minneapolis è stato dichiarato colpevole dell’uccisione di George Floyd, una ragazzina di 16 anni, Ma’Khia Bryant è stata assassinata da un poliziotto a Columbus, Ohio?


Nei giorni di avvicinamento al processo ero nervoso. Mi spiace dirlo, ma non pensavo che sarebbe andata come doveva andare. Questo è un sintomo di come sono le cose tuttora.


Vederlo sentenziato colpevole all’unanimità è una grande vittoria. Ma il punteggio è ancora di 1000 a 1. È un piccolo progresso, ma ancora lontano da quello che vogliamo.


Poi, vedere l’ennesimo atto di brutalità della polizia contro un membro della nostra comunità qualche ora dopo mi fa pensare che nulla sia cambiato. È frustrante. Da padre di due piccoli ragazzi neri, devo sopportare tutto ciò, processarlo e andare avanti. C’è molta strada da fare e bisogna andare avanti, anche se sembra che nulla cambi.


FOTO: Instagram @bradbeal3

Da atleta nero di successo, senti la pressione di dover essere attivo contro le questioni di ingiustizia sociale?

Non direi pressione... mi motiva il fatto di venire da questi ambienti. L’ho vissuto. E tuttora ho familiari e amici in quegli ambienti. Penso di essere la loro voce, voglio esserlo.


E, dopotutto, sono un essere umano, un cittadino, come tutti gli altri. Se mi tolgo la divisa, sono un cittadino come tutti gli altri. Anche adesso non sono un giocatore di basket professionista. Sono prima di tutto un padre. Sono come tutti gli altri su questo Pianeta.


Quindi no, non sento particolari pressioni.

Com’è essere un compagno di Russell Westbrook, dentro e fuori dal campo?

È stupendo. È stato quasi ironico constatarlo. Sapete, ci sono molti pregiudizi su Russell. Prima della trade sentivamo cose come “non va d’accordo con gli allenatori”, “è egocentrico”... è vero l’opposto. Amo tutto di lui. Ha un grande carattere e il suo approccio alla pallacanestro mi ha spinto ad avere l’annata che sto avendo. Ci ha aiutato a svoltare la stagione. La responsabilità che si mette addosso è enorme, un vero leader. Si spinge a livelli che pensi non possano esistere. Fa sembrare scontate le triple-doppie che fa registrare, ma non c’è nulla di scontato. Questa è la sua forza, questa incredibile mentalità. Non la si insegna e non la si impara.

E quello che apprezzo di più di lui è che prova a tirare fuori il meglio da ognuno dei suoi compagni. Anche dal 15esimo della squadra, che probabilmente giocherà solo nel garbage time. Ma quando scendi in campo, anche solo 20 secondi, sopra di 20, vuole che tu dia più del massimo. È questo che amo di lui. È ossessionato dalla vittoria. Vuole essere il miglior giocatore che può essere. Vuole migliorare tutti i suoi compagni. E c’è una cosa che gli ho rubato: il suo approccio alla partita.


Quest'anno ho davvero capito perché è stato l’MVP della Lega.

Qual sarà la chiave per i Wizards nella volata ai Playoffs, passando dal Play-In?

La salute è sempre la chiave. Senza tutti i tuoi soldati, le battaglie diventano molto più complicate.


Ora giochiamo veramente bene e penso che la nostra stagione si possa raccontare così. All’inizio abbiamo dovuto fare il conto con moltissime assenze, richiamare ragazzi dalla G League. Di conseguenza ne risentiva la chimica di squadra e anche quel senso di affiatamento tra compagni. Non avevamo una vera identità di squadra. Poi, dopo l’All-Star Break e la trade deadline, le cose hanno iniziato a girare. Noi siamo questi, ora non ci resta che spingere al massimo per tutte le partite che restano.


Ci sentiamo in ritmo, adesso. Pensiamo che dovremmo essere più in alto in classifica e che possiamo entrare nei Playoffs. Saremo tosti da affrontare.


FOTO: talkbasket.net

Cosa pensi della nascita di Overtime (lega professionistica per studenti dell’High School), della G League Ignite e della possibilità per giocatori liceali di passare direttamente in NBA nei prossimi anni?

Ho sentimenti contrastanti al riguardo. Se sei abbastanza talentuoso, forse, potrebbe valere anche la pena scegliere uno di questi percorsi alternativi al college. Io, però, ho fatto un anno al college e apprezzo la maturazione e la crescita che mi ha permesso quell’esperienza, prima di tutto come persona. Oltretutto, ti prepara un po’ di più al livello successivo. Ti abitui a vivere da solo per uno, due, tre anni, invece che entrare nella Lega quando ancora vivi con tua madre.


Ci sono ovviamente dei pro. Il basket giocato al college è diverso da quello giocato in NBA, è una pallacanestro più di sistema, mentre in NBA si è più liberi. È importante però non fermarsi alla superficialità della faccenda. I ragazzi devono ricordarsi che se lo scopo ultimo è arrivare nella Lega, non bisogna saltare passi importanti del processo di maturazione. Saltare il college e diventare subito un professionista non è facile per tutti, anzi.

Ribadisco spesso questo concetto alla mia squadra AAU: ci sono solo 450 giocatori in NBA e ci sono miliardi di persone in questo mondo, milioni che condividono la nostra stessa passione e giocano a pallacanestro. Bisogna sempre ricordarsi quanto sia speciale e difficile entrare a far parte di questo club ristretto.

Come gestisci le tue finanze e quando hai imparato a farlo?

Onestamente, nessuno me lo ha spiegato fino a quando sono sbarcato in NBA. Ma ora ho un consulente che mi guida in tutti i miei investimenti, sia sul mercato che personali. Poi ho anche un commercialista, ovviamente, che cura tutti gli aspetti tributari. Al loro fianco c’è un altro consulente, che controlla tutta la mia situazione finanziaria in generale.


I giocatori NBA sono conosciuti, a volte, per la facilità con cui sperperano i propri soldi, se li fanno sottrarre, perdno tutto. È molto importante essere accorti al riguardo e circondarsi di professionisti, in modo da avere stabilità e sicurezza. Ma da ragazzi, nessuno ti insegna tutto ciò.


Io sono uno abbastanza "tirchio". Lo sono sempre stato. Quindi per me non è stato così complicato gestire questa situazione, una volta che sono entrato nella Lega. Non davo niente a nessuno. Sai, appena sbarchi in NBA, spuntano cugini che non hai mai conosciuto, amici di amici... Nessuno ti prepara a questo. E penso che la nostra comunità dovrebbe cominciare a preparare i più giovani a queste eventualità: solo con questa consapevolezza si può creare ricchezza da passare poi alle generazioni future.

Hai un messaggio che vorresti dare ai giovani ragazzi neri?

Accettate chi siete. Accettate di vivere la vostra verità. Accogliete le sfide. Accettate quanto questo possa essere difficile. Lavorateci sopra, sapendo che niente arriverà facilmente.


Nessun passo del vostro viaggio verso quello che volete diventare sarà scontato: ci saranno ostacoli sul vostro percorso e dovrete sforzarvi per eliminarli, passarci sopra, schivarli. Qualsiasi cosa sia, dovrete riuscire a superarla: quell'esperienza contribuirà a farvi diventare chi sarete un giorno.

E, da ultimo, è anche una questione di opportunità. Approfittate delle opportunità che vi capitano, perché non sempre capitano a tutti, soprattutto alle persone della nostra comunità.