• Davide Corna

ESCLUSIVA - Parola di Kevin Durant

L’ala dei Nets ha parlato con Marc J. Spears (The Undefeated) della tragica morte di George Floyd, del Covid-19, di quando giocherà con i Nets e di molto altro... La sua intervista è in esclusiva italiana su Around the Game.


FOTO: Nets Wire

Questo articolo, scritto da Marc J. Spears per The Undefeated e tradotto in italiano da Davide Corna e Alessandro di Marzo per Around the Game, è stato pubblicato in data 5 Giugno 2020.



Kevin Durant è pieno d’orgoglio. Il black pride dell’All-Star dei Brooklyn Nets è salito alle stelle, nel momento in cui gli afroamericani stanno chiedendo rispetto, a seguito della tragica morte di George Floyd.


“Si tratta della nostra cultura”, ha dichiarato venerdì a The Undefeated. “Ho visto la premura, l’amore e l’attenzione che abbiamo in quanto comunità. Considerato tutto ciò che sta accadendo in questo momento, questo mi rende molto orgoglioso. Portiamo un grosso peso sulle nostre spalle, ma continuiamo a lottare. È bello anche vedere che tutti si stanno unendo a noi in nome di ciò in cui crediamo, cioè l’uguaglianza. Ogni volta, la comunità nera si unisce, in risposta alle tragedie. Ma vedere che tutti ci stanno dando il proprio supporto, ognuno a modo suo, è meraviglioso”.


Durant ha raccontato a The Undefeated che effetto ha avuto su di lui la tragica morte di Floyd, cosa sta facendo per richiamare l'attenzione sui temi dell’ingiustizia e della brutalità della polizia, come ha gestito il periodo in cui ha contratto il Covid-19, se rientrerà in campo o meno in questa stagione NBA, e molto altro.


Qual è stata la tua reazione dopo aver visto il video della morte di George Floyd, causata dalla brutalità della polizia?


Mi ha fatto pensare a tutti i precedenti video che abbiamo visto riguardo alla brutalità degli agenti. A un certo punto, ci si stanca di veder accadere cose del genere, o di chiedersi se le cose cambieranno, o se vedremo ancora video di questo tipo in futuro. Il cuore della gente cambierà? Ecco, dopo aver visto in TV un uomo di colore venire massacrato in quel modo, mi sono venute in mente queste domande, e molte altre.


È devastante vedere la vita di un uomo venire portata via in quel modo. Un uomo con una famiglia. Un uomo che era un padre, un figlio, un amico. È stato orribile da vedere, soprattutto da parte di qualcuno che dovrebbe avere il compito di proteggerci. Dovremmo sentirci protetti, e invece... Viviamo in tempi davvero strani.



Cosa pensi delle reazioni da tutto il mondo dopo la morte di Floyd?


Il mondo ne ha abbastanza. È stato bello sentire le voci di così tante persone diverse, in questo periodo. Molte etnie differenti si sono riunite nel richiamare l’attenzione su ciò di cui stiamo parlando da un po’ di tempo, ormai. Anche la nostra generazione, quella dei giovani, si è fatta coinvolgere. Anche i nostri genitori e i nostri nonni hanno lottato per la stessa cosa.


Vedere finalmente il mondo intero riunirsi su questo tema, e leggere e sentire le dichiarazioni di tutte quelle grandi aziende e istituzioni che finora non si erano mai pronunciate in merito... È evidente che quando agiamo uniti, la nostra voce ha un certo potere.



Cosa ne pensi delle accuse contro i quattro ex-agenti?


Voglio vedere questi quattro poliziotti andare sotto processo come accadrebbe a dei normali cittadini. Ho incontrato molte persone in vita mia che hanno avuto a che fare con il sistema. Da quello che mi hanno detto, si capisce che hanno dovuto lottare molto per far ascoltare le loro voci. E quindi, voglio che quei quattro passino attraverso le stesse difficoltà.


I poliziotti sentono di essere protetti, quando fanno cose del genere. Sapere di non avere questa protezione e di doversela cavare da soli proprio - come tutte quelle persone non privilegiate, quelle comunità a basso reddito di cui si approfittano - è diverso. Vogliamo vedere come sapranno gestire una situazione del genere, e non vedo l’ora che sia fatta giustizia.



Hai avuto esperienze dirette con la brutalità dei poliziotti?


No. Ma ti dico che non servono esperienze dirette per comprendere il problema. Ovviamente, facendo qualche domanda in certe comunità vieni a sapere cose di cui altrimenti non sentiresti parlare. Ma a tutti è chiaro come le persone dovrebbero essere trattate, e tutti sappiamo qual è il lavoro di un poliziotto. O quale pensavamo che fosse. E vedere la polizia puntare la pistola e mettere a terra dei civili... non ha alcun senso.


Non l’ho vissuto sulla mia pelle. Ma sono empatico con chi ha subito certe violenze.



Credi che la gente pensi che, visto che sei Kevin Durant e sei multimilionario, a te non potrebbe mai accadere nulla del genere?


Molta gente crede che quando si arriva a un certo livello di ricchezza, si è al di sopra di ogni cosa. A volte potremmo non finire in certe situazioni che capitano alle altre persone, ma comprendiamo comunque. E per essere onesti, ci possono essere altri problemi.


La gente si chiede chi c’è in quell’auto, chi abita in quella casa nel quartiere... Ci sono problemi ad ogni livello. Ma tutti possiamo capire che i poliziotti hanno un lavoro, e ci aspettiamo che lo facciano. Non vogliamo aver paura dei poliziotti, e non vogliamo temere per le nostre vite quando li vediamo.



So che frequenti molti bianchi potenti e di successo, come ad esempio Rich Kleiman, che è il tuo manager oltre che co-fondatore e socio di Thirty Five Ventures. Come sono state le tue conversazioni con Kleiman e con altri, dopo la morte di Floyd?


Ci sono sempre state conversazioni di questo tipo nel mio ambiente. Come possiamo far progredire il mondo da cui veniamo, che è a maggioranza nera? La gente con cui sono stato in contatto e i partner con cui lavoro condividono la visione che ho io. Discutiamo apertamente della mancanza di risorse in certi quartieri, di quanto poco le voci degli abitanti vengono ascoltate. Parliamo del sistema di istruzione, della brutalità della polizia.

FOTO: Bay Area News Group

Facciamo di continuo conversazioni di questo tipo, riguardo a come possiamo migliorare le cose. Sono conversazioni molto lunghe. Soprattutto quando vedi ciò che è accaduto a gente come Trayvon Martins, Philando Castiles, Alton Sterling, Eric Garner, Sandra Bland... Questi avvinimenti si sono ripetuti molte volte.


Pensiamo a tutti i modi in cui potremmo aitutare e queste conversazioni continueranno a esserci. Non erano in pubblico, e non sono mai state trasmesse in TV o su internet, ma queste conversazioni ci sono sempre state.



È importante che persone bianche influenti e potenti si pronuncino pubblicamente sul tema?


È importante che siano informati riguardo alla storia dei neri e da dove veniamo. Che capiscano le condizioni critiche in cui vivono gli afroamericani negli Stati Uniti. Ci sono fatti e situazioni che si possono studiare, basta informarsi. Dico a molta gente ‘una volta che sai dove sei, sei in grado di muoverti diversamente’. Per comprenderci davvero, bisogna studiare quello che abbiamo passato.



Puoi parlarci del tuo coinvolgimento nei programmi di giustizia razziale? (Durant si è impegnato con organizzazioni come Center for Police Equity, NAACP Legal Defense Fund, Silicon Valley Debug, Open Societies Institute, Baltimore Justice Fund, Inner Harbor Project).


Ci sono molte cose che devono cambiare nel nostro mondo. Giocando nell’NBA, io ho una buona base di partenza. Semplicemente, molta gente sa chi siamo, e noi possiamo sfruttare questo fatto per aiutare la società. Veniamo da quartieri in cui si vede molta gente andare incontro a ostacoli e situazioni difficili. Ci sono molti fattori che ci impediscono di uscire veramente da quei quartieri ed elevare il nostro livello di vita sociale e lavorativa.


Dopo aver incontrato alcune persone che ce l’hanno fatta, dopo aver girato il mondo e visto tante cose, hai voglia di riportare questa esperienza nel tuo quartiere. Molti di questi programmi con cui lavoriamo hanno fatto un lavoro straordinario nell’essere presenti ogni singolo giorno per aiutare queste comunità. C’è quanto basta per tutti, se ci aiutiamo l’un l’altro. Si tratta di prendere a cuore ciò che vedi, e provare a migliorarlo. Inizi a ottenere più risorse e più consapevolezza, e così sei in grado di aiutare ancora più gente in giro per il mondo. È un’evoluzione continua.



Come stai, tu, dopo aver avuto il Covid-19?


Sto bene. Non ho avuto sintomi, sto bene. Non potevo uscire di casa, sapevo che le cose sarebbero cambiate ed è sempre difficile avere a che fare con qualcosa di sconosciuto. Ma a parte questo, sono stato bene.


Ti ricordi cosa hai provato, quando hai saputo di essere positivo al virus?


Ero scioccato. E poi ero curioso, volevo sapere cosa significava, com’era questo virus. Ho iniziato a raccogliere più informazioni possibili, e questo mi ha calmato. Ero curioso di sapere cosa stavo affrontando, e come potevo combatterlo.



Quanto è stata coinvolta la tua fondazione negli sforzi relativi all'emergenza dovuta alla pandemia?


Mia madre e la mia fondazione hanno organizzato un evento settimana scorsa alla Bishop McNamara High School a District Heights, nel Maryland. Abbiamo dato da mangiare a circa 100 famiglie. Poi, abbiamo dato da mangiare ad alcune famiglie anche a New York, e aiutato un paio di imprese a Brooklyn.


Stiamo cercando di fare la nostra parte, in qualche modo. Ma non volevo parlarne. Voglio solo fare, senza parlarne molto. Stiamo cercando di capire cosa possiamo fare per aiutare la città in cui gioco ora e le altre in cui ho vissuto.



Ci puoi parlare dell’accordo con Degree per aiutare 100'000 bambini donando 1 milione di dollari per mantenere aperti i centri ricreativi e i programmi sportivi in comunità disagiate sparse per gli Stati Uniti, durante la pandemia e dopo di essa?


Essendo cresciuto in un centro ricreativo e conoscendone il valore, voglio sicuramente fare ciò che posso per la comunità. I nostri partner fanno un lavoro fantastico nell’assisterci in ciò che vogliamo fare nella comunità. La partnership con Degree è andata benissimo fino ad ora. Avrà impatto più che altro sulle città in cui ho giocato: l'area di New York, Austin, DC, Oakland e San Francisco. Devo ottenere più informazioni sulle città, ma si tratterà più che altro dei posti in cui ho giocato a basket.



Quanto è stato doloroso vedere la nazione e il mondo intero venire colpiti così duramente dalla pandemia?


È tutto talmente disorientante. Così, all’improvviso. È difficile spiegare quanto velocemente ci siamo dovuti chiudere nelle nostre case. Ci ha costretti ad adeguarci. Andando avanti, le cose cambieranno e ci adegueremo. È un periodo strano. È ancora difficile da spiegare.


Gli sport stanno iniziando a tornare, in maniere diverse. Saranno come in una bolla, senza spettatori sugli spalti. Una nuova normalità. Ripeto, è un periodo disorientante per tutti.



Cosa ne pensi della decisione dell’NBA di tornare con 22 squadre, inclusi i tuoi Nets, in una bolla a Disney World, mentre il mondo ancora soffre per la pandemia?


Non so come sentirmi, come sembrerà e come sarà. Mi interessa vedere cosa succederà d’ora in poi, visto che manca ancora più di un mese. Ma non vedo l’ora di vedere come chiuderanno questo piano.


L’NBA ha un’ottima dirigenza. Si assicureranno che tutti siano al sicuro a Orlando, e che si giochi il miglior basket possibile. Avremo a disposizione i migliori servizi possibili. Ho fiducia nell’NBA e penso che tutto andrà bene. Attendo solo di vedere come apparirà la nostra Lega in questo mondo affetto dal Covid-19.



L’11 Giugno sarà passato un anno dal tuo infortunio al tendine d’Achille. Quella data significa qualcosa per te?


No, è successo, e guardo avanti. So che ora giocherò in una situazione diversa. Apprezzo e do valore a ogni esperienza che ho passato nella Lega, buona o cattiva. Quindi, vado avanti. Non lo vedo come qualcosa da ricordare. Guardo avanti e mi preparo per la prossima stagione.


FOTO: NBA.com

A che punto sei del processo di riabilitazione?


Sto andando bene. Mi alleno ogni giorno. Mi muovo. Mi sento di nuovo come un giocatore normale. Sto eseguendo la mia routine estiva. Mi alleno ogni giorno e di mattina vado in palestra. Mi sento bene.



Pensi che giocherai con i Nets a Orlando? Oppure la tua stagione è comunque finita?


La mia stagione è finita. Non penso che giocherò. Abbiamo deciso la scorsa estate che non avrei giocato fino alla prossima stagione. Tornare in questa stagione non era nei piani.



Credi che per te sia urgente tornare a giocare, o preferisci aspettare ancora?


Per ora aspettare è la scelta migliore per me. Non penso di essere pronto per giocare ad alta intensità nel mese prossimo, è meglio che io mi prenda altro tempo per essere pronto per la prossima stagione e per il resto della mia carriera.



Qual è la cosa che ti manca di più riguardo alla pallacanestro, oggi?


Lo spogliatoio, il prepartita e i miei compagni. E non vedo l’ora di giocare per la prima volta davanti al pubblico del Barclays Center. Mi manca molto anche sentire lo spirito di squadra nello spogliatoio.



Durante il periodo ai Thunder hai subito vari infortuni al piede, che ti hanno tenuto fuori per un po’. Questi infortuni sono stati d’aiuto nel prendere la decisione di non ritornare in azione durante questa stagione?


Avevo bisogno di ri-prepararmi da capo e concentrarmi solo su me stesso e su ciò che volevo ricavare dalla situazione. Per la prima volta, durante la riabilitazione, mi sono sentito completamente a mio agio, senza sentire l’obbligo di dover viaggiare con la squadra e fare tutto il resto come se fossi in grado di giocare; potevo quindi prendermi tutto il tempo che mi serviva e concentrarmi su me stesso ogni giorno.


FOTO: Sporting News

Non sentivo nessuna fretta, stavo bene nel contesto in cui mi trovavo. Durante i periodi degli infortuni precedenti mi mettevo pressione e volevo sbrigarmi a tornare in campo, anche perché vedevo gli altri miei compagni divertirsi e volevo essere lì con loro. Questa volta, invece, sono stato più paziente durante il percorso dal punto di vista mentale: non gioisco troppo quando la squadra vince né quando lavoro bene per la riabilitazione durante la giornata. Ora tendo a vivere la mia vita secondo per secondo, cercando di capire cosa sia meglio per star bene a lungo termine.



Una prova della tua maturazione?


Decisamente. Mi sento più maturo rispetto a quando ho subito altri infortuni, anche dal punto di vista riabilitativo. Prima tornavo a giocare più presto, forse troppo presto, perché mi infortunavo subito il polpaccio o il bicipite femorale. A OKC è successo questo: tornavo a giocare, e una o due settimane dopo mi sarei infortunato nuovamente.


Dopotutto, credo che aver superato quei momenti mi abbia preparato. So che questo infortunio mi porterà via più tempo degli altri, devo solo essere più paziente. Dio sa che voglio tornare a giocare, ma prima devo assicurarmi che il mio corpo sia nella sua forma migliore.



Pensi di unirti ai Nets a Orlando a luglio, o continuerai la riabilitazione a Los Angeles?


Su questo sto ancora riflettendo, ho ancora un po’ di tempo per decidere. Per adesso, però, direi che mi piace molto la routine che sto seguendo ora.



Hai conosciuto Jacque Vaughn, l’head coach ad interim dei Nets? E che ne pensi dell’attuale questione allenatori?


Sì, certo, Jacque è qui con noi da inizio stagione. Abbiamo ricevuto le notizie sulla decisione di Sean Marks, (general manager dei Nets, ndr)... vedremo cosa ne uscirà. Prima della pandemia, i ragazzi stavano giocando bene. Non vedo l’ora di vedere come ripartiremo e come finirà la stagione.



Che ruolo pensi avrà l’NBA riguardo alle ingiustizie razziali e alle brutalità della polizia, quando si tornerà a giocare?


Ogni uomo e ogni grande società si sta facendo avanti per dire “Guardate, d’ora in poi parleremo di questo in maniera più profonda di prima”. L'NBA è sempre stata in prima linea per questioni sociali e supporto dei giocatori, che infatti stanno parlando con la Lega a riguardo. Anche molti proprietari e general manager si stanno interessando. E tanti giocatori stanno partecipando alla causa protestando nelle città e organizzando eventi a riguardo, anche tornando nelle loro comunità d’origine e raccontando storie, sfruttando la loro immagine.


Il mondo è in continua evoluzione, e penso che ora stia prendendo la strada giusta. Quello che vogliamo non è solo avere giustizia per George Floyd e per tutti coloro che sono morti a causa della polizia, ma anche che gli uomini aprano cuore e mente riguardo alla questione razziale più in generale. Spero che col tempo riusciremo a vedere un cambiamento.



Ormai non sei più solamente un giocatore di pallacanestro, ma anche un uomo d’affari coinvolto nel mondo della tecnologia, dei media e d’altro ancora. Quanto è importante per te questo aspetto?


Essendo in NBA e viaggiando per il mondo, gli interessi aumentano. Ci sono molte risorse che possono aiutarti fuori dal campo. Mi interessano molte altre cose, oltre al basket, come la tecnologia, la filantropia e lo storytelling, e mettere in atto le mie idee a riguardo è stato vitale per me. Cerco sempre di realizzare tutto. Se vogliamo girare un documentario sulla Prince George’s County cerchiamo di mettere insieme tutte le proposte e realizzarle nel modo giusto. Riguardo alla tecnologia, vivere nella Silicon Valley negli ultimi 3 anni mi ha fatto imparare molto. Ho cercato di costruire cose che mi piacciono e di raccontare storie su ciò che amo, sulla cultura nera. Spero di continuare a costruire progetti per cui i miei nipoti lavoreranno in futuro.


FOTO: Broadway World

Cosa significa per te tornare a giocare, e farlo con la divisa dei Nets?


Significherà molto, sono felicissimo. Non vedo l’ora di giocare di nuovo e di collaborare con i miei compagni in campo per raggiungere l'obiettivo che tutti desideriamo. Cercherò di utilizzare al meglio ciò che ho imparato dalle mie esperienze e le mie conoscenze come giocatore NBA. Davvero, non vedo l’ora. La nuova sfida che ho davanti mi rende davvero esaltato.



Ti piace Brooklyn?


Sì, è bello vivere in una città con una grande energia e una grande cultura. È nuova nel mondo della pallacanestro, sono 6 o 7 anni che Barclays è coinvolta nel progetto. Sento un’energia nuova, stanno cercando qualcosa su cui appoggiarsi. E la squadra di oggi è una delle prime nella storia dei Nets da cui i tifosi si aspettano qualcosa di grande, già da prima che scendiamo in campo.


Le aspettative che hanno su di noi mi danno la carica, voglio giocare al massimo anche per loro. In questa città, la cultura cestistica è profonda, e questa squadra dovrà esprimerla al meglio.


Non vedo l’ora.









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