• Alessandro Di Marzo

Aspettando una chiamata: l'intervista a Jason Kidd


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Questo intervista, realizzata da Marc J. Spears per The Undefeated e tradotta in italiano da Alessandro Di Marzo per Around the Game, è stata pubblicata in data 2 giugno 2021.



Se il Jason Kidd di oggi potesse parlare al sé stesso del passato, ai tempi di quando aveva un incarico da head coach NBA (eventualità che potrebbe ripetersi, nel caso in cui fosse lui la scelta dei Boston Celtics come successore di Brad Stevens), gli direbbe “ehi, rilassati e basta”.

“Rilassati e goditi la crescita della squadra e dei singoli, senza essere troppo duro e perfezionista”.

L’attuale assistant coach dei Los Angeles Lakers si è spiegato così in merito a questa visione:

“Penso che a Milwaukee e a Brooklyn avrei potuto avere un approccio differente, meno duro e sgarbato. Nel mezzo della competizione ci si chiede soltanto - Cosa posso fare per vincere? E i ragazzi percepiscono solo questo. Dov’è il divertimento? Diamoci da fare e divertiamoci, uniamo più aspetti della nostra vita ed agganciamoli al nostro lavoro, che è quello di vincere”.

Kidd è una delle più grandi point guard della storia NBA. Oltre 19 anni giocati nella Lega, 12.091 assist (secondo migliore di sempre, dietro agli imprendibili 15.806 di John Stockton), 10 volte All-Star, campione NBA nel 2011 con i Dallas Mavericks e, ovviamente, Hall of Famer dal 2018.

Dopo la conclusione della sua carriera da giocatore, nella stagione 2013/14 Kidd ha allenato i Brooklyn Nets di Kevin Garnett e Paul Pierce, conducendoli ai Playoffs con un record di 44-38. Si è poi trasferito ai Milwaukee Bucks, dov'è rimasto fino al 2018, con un record totale di 139-152 e tre partecipazioni ai Playoffs, prima di essere sollevato dall’incarico.


Con il supporto di Kobe Bryant, nel 2019 Kidd è poi riuscito ad ottenere un posto come assistente di coach Frank Vogel ai Lakers, conquistando dunque un altro anello.


In questa intervista rilasciata a The Undefeated, Kidd ha parlato delle sue speranze di diventare nuovamente head coach, dei suoi pensieri riguardo a questi Lakers, di come Kobe lo abbia ispirato e di tanto altro ancora.



Quali sono le cose imparate da Vogel e dalle tue precedenti esperienze da allenatore che porteresti con te su una panchina NBA?


Impara dai tuoi errori, ricorda che nessuno è perfetto e circondati di persone intelligenti. E, ancora, sii un buon ascoltatore, filtra al meglio le informazioni che ti vengono fornite ed impara a dire “no”. Dichiarare di non essere pronti a sfruttare una determinata buona idea partorita da qualche assistente non è malvagio: gli altri potrebbero pensare “non approva mai niente di ciò che propongo” ma, forse, non è semplicemente il momento giusto e quell’idea verrà utilizzata più avanti.


Una dei consigli più preziosi di Frank Vogel è il saper ascoltare e comunicare: non si fa problemi a esprimere impressioni negative, ma lo fa sempre in maniera adeguata, senza esagerare nei modi.


FOTO: NBA.com

Cosa ti manca di più della vita da head coach?


Prendere decisioni concrete ed essere nel vivo del gioco, comunicando subito ciò che vedo ai ragazzi in campo. La cosa più bella e vederli sorridere e pensare che, tra sé e sé, si siano detti “ma come faceva a saperlo?”... a volte dimenticano che anche noi siamo stati giocatori.


Un’altra cosa che mi manca è essere coinvolto a pieno nello sviluppo dei giocatori, vederli da inizio stagione per poi assistere alla loro maturazione e al loro miglioramento.

Quanto pensi di essere vicino ad essere nuovamente contattato per un posto da allenatore?


Spero di esserlo molto, sarei felicissimo se qualcuno mi offrisse un'altra opportunità. Lavorare con Vogel, comprendendo i suoi punti di forza ed osservandolo nella gestione di tante situazioni differenti, mi ha fatto imparare molto. La pazienza e la comunicazione sono la chiave di tutto questo, dai top player agli ultimi componenti della panchina.

Cosa e quanto significherebbe, per te, diventare nuovamente head coach?


Mi renderebbe contento perché credo di poter dare una mano ad alcuni giocatori desiderosi di maturare tanto. Come giocatore ho affrontato tantissimi scenari differenti, sono stato più volte un All-Star e un candidato MVP. Invecchiando, poi, ho giocato dalla panchina e, a fine carriera, vedevo il campo sempre più raramente, visto che le energie progressivamente erano sempre meno. Una volta ho detto a Mike Woodson che avrei potuto aiutarlo maggiormente dal fondo della panchina che stando in campo.

La mia esperienza mi permette dunque di poter aiutare molte figure, non solo le stelle, ma anche i role player e tutti gli altri. E, alla guida di un’organizzazione, penso di poter davvero offrire questo aiuto.

Di recente Jason Collins, ex centro NBA, mi ha detto che varie squadre avevano rifiutato di firmarlo nella free agency 2013, presumibilmente a causa della sua dichiarata omosessualità. L’unico a volerlo, a quanto pare, sei stato tu a Brooklyn. Collins ha dichiarato che non lo dimenticherà mai.

Come compagno, ai Nets, l’ho sempre rispettato, giocava bene e garantiva molti rimbalzi. Oltre a quello, in ogni caso, ho pensato che sarebbe stato un ottimo innesto per rimediare ai tanti infortuni che la squadra stava affrontando nel reparto lunghi. Avendo giocato con lui, conoscevo la sua intelligenza e le sue capacità. Cercavamo semplicemente qualcuno che potesse svolgere un lavoro soddisfacente, e lui era il profilo giusto.


Tutto lo staff era d’accordo. Nessuno, davvero nessuno ha minimamente pensato alla sessualità. Chiunque lo rispettava, abbiamo pensato solo al lato cestistico.


FOTO: NY Daily News

Attualmente, in NBA ci sono 7 head coach afroamericani. In una Lega dove gli atleti di colore sono il 75% del totale, cosa pensi di questo squilibrio?


Il numero crescerà, anche per quanto riguarda allenatori donne. Oggi è basso, ma sono sicuro che continuerà ad aumentare. Penso che anche l’NBA stessa si impegnerà al massimo da questo punto di vista.

Sei mai stato contattato da alcuni college per allenare? E se ci fosse l’opportunità, ci penseresti?


Non ancora, ma mai dire mai. Ad agosto, inoltre, mi laureerò. Se qualche Università si interessasse a me, non credo che rifiuterei.

Quanta importanza dai alla laurea?


Molta. In primo luogo perché, senza di essa, far capire ai miei figli il valore dell’istruzione è più difficile, dato che mi rispondono “beh, tu non sei nemmeno laureato”. È importante anche per trasmettere questo valore a tutti i giovani che conosco, perché le reazioni rimangono uguali a quelle dei miei figli. Da agosto, dunque, potrò affermare, ma soprattutto dimostrare che credo nel valore dell’istruzione. Avrò la mia laurea, non importa il tempo impiegato, e verrà posta accanto alle medaglie olimpiche e all’anello del titolo NBA.

Cosa ti ha spinto a dar vita a un programma di Amateur Athletic Union (AAU) femminile a San Francisco, tua città natale?


Nelle tragedie, a volte, si intravedono piccoli spiragli di luce. Dopo la morte di Kobe Bryant ho pensato a quanto avesse fatto per lo sport femminile, non solo per sua figlia Gianna. Il suo contributo mi ha lasciato a bocca aperta, stava facendo davvero moltissimo. Non dico che potrò offrire un contributo maggiore del suo, ma voglio comunque assicurarmi che quella luce non si spenga mai. Ed ecco che è nata l’idea di istituire questo programma di basket femminile giovanile.


FOTO: Jason Kidd

Cosa vorresti fare, oltre a questo, una volta tornato a casa nella Bay Area?


Una delle altre idee è quella di costruire una scuola ad Oakland. Ho parlato con LeBron James della sua, “I Promise School” ad Akron, per comprendere maggiormente il progetto. L’idea sarebbe quella di chiamarla “Bill Russell Academy” e renderla una scuola pubblica. Dar luce a lui, per tutto ciò che ha fatto per noi, mi renderebbe molto felice (abbiamo parlato dell’incontro tra i due e del rapporto di Kidd con la Bay Area qui). Trasmettere la sua filosofia di vita in una scuola e dedicargli una via della città sarebbero due traguardi che significherebbero molto per me. Non è solo una leggenda del basket, ma un’icona dall’immenso valore umano.


Ho parlato anche con Marshawn Lynch (ex giocatore di football, campione NFL nel 2014 e nativo di Oakland) riguardo alla possibilità di aprire una IMG Academy qui a Ovest. Anche questa mi sembra una buona idea.

Cosa hai imparato da Kobe e come hai affrontato la sua scomparsa?


Ho imparato innanzitutto che tutto è possibile, soprattutto con il suo contributo nel mondo del cinema dopo il ritiro. Dalla pallacanestro al mondo del business, la sua etica del lavoro poteva portarlo ovunque.


Col passare del tempo capisco che “the great ones die young”, oggi e nel passato. Kobe era troppo giovane per andarsene, ma ha lasciato un’eredità che può ancora essere raccolta, come quella - pesante - dello sport femminile. Non una, ma tante persone possono impegnarsi per mantenere vivo ciò che Kobe ha offerto al mondo.

Come è stato unirti ai Lakers, dopo tanti anni di battaglie contro di loro?


Da piccolo ero un grande tifoso dei Lakers, specialmente a causa della presenza di Magic Johnson. Ho perso più volte contro di loro, li ho battuti nel 2011 ed ora sono qui ad allenarli... un percorso particolare. In ogni caso, sono un figlio della California e sto avendo l’opportunità dei vivere qui, allenando una della franchigie più iconiche nella storia dello sport. Niente male, direi.

Cosa stai imparando con LeBron James ed Anthony Davis?


LeBron è un genio, la sua intelligenza è di un altro livello e la sua etica del lavoro non è da meno. Ancora oggi è affamato di vittorie, e giocare per tutto questo tempo a un livello del genere è incredibile.


AD è immensamente talentuoso ed è davvero una grande persona. Tutti si accorgono del suo talento, ma conoscerlo fuori dal campo ti fa capire quanto sia speciale. E non sfidatelo a golf, sta diventando forte anche in questo!

Hai vinto nel 2011 con Dallas e l’anno scorso con LA. Qual è la differenza tra vincere come allenatore e come giocatore?


Non vedo molte differenze. Da giocatore rendersi davvero conto del lavoro del coach è difficile, ma la fatica la prova chiunque in squadra. La bellezza del rapporto giocatore-allenatore risiede proprio in questo: il giocatore deve fidarsi del piano del coach e concretizzare nel miglior modo le decisioni prese.