• Lorenzo Lecce

L'intervista: Nicolò Melli


A 28 anni, dopo essersi fatto strada con un costante e incessante processo di crescita in Eurolega, “Nik” è ora sul palcoscenico più luminoso del panorama cestistico mondiale: l’NBA.

In una squadra, oltretutto, tra le più interessanti per il futuro, considerando la presenza nel roster dei Pelicans di giovani di grande prospettiva come l’ex Lakers Brandon Ingram e la prima scelta assoluta dell’ultimo Draft, Zion Williams (che ancora deve fare il suo debutto in Regular Season).

In attesa della terza partita in prima serata europea di New Orleans (domenica sera contro gli Orlando Magic, ore 21:30), parte del programma di NBA Primetime Games (che quest'anno prevede il numero record di 48 partite), abbiamo avuto l’occasione di fare una chiacchierata con Nicolò Melli riguardo al suo impatto con la Lega, con le sue logiche, i suoi ritmi e i suoi giocatori.

Ecco cosa ne è emerso.

Prima di tutto: qual è il tuo bilancio personale dopo le prime 20 partite?

Il bilancio attualmente è positivo, anche se sono stato molto altalenante. Sapevo che le prime 20 partite sarebbero state strane, con alti e bassi, ma so anche che fa parte di un processo.

Nella tua prima partita in NBA, contro i Raptors, hai segnato 14 punti con 4/5 da tre in uscita dalla panchina. Come ti sei sentito ad affrontare i campioni in carica con una prestazione del genere?

Possiamo dire che è stata la fortuna dei principianti? È andata bene, è stata una bella serata, ma purtroppo non abbiamo vinto. È stata comunque una sera incredibile, anche ho assistito di persona alla loro consegna degli anelli. Poi la palla è andata dentro, è stato un bell’esordio insomma.

Chi è il giocatore che ti ha impressionato di più finora?

LeBron. Per come ha giocato contro di noi, come ha gestito la partita. Impressionante, mi ha davvero colpito.

Come hai sentito il cambiamento nelle transizioni difensive? Ti senti a tuo agio o ti mette in difficoltà?

Per me è un momento di adattamento. Stiamo parlando di un sistema difensivo completamente diverso rispetto a quello europeo e io sto cercando di imparare il più possibile. C’è un altro ritmo e soprattutto un’altra velocità, oltre una diversa mentalità.

Relativamente al tuo ruolo: che differenze hai incontrato finora tra Europa e NBA, soprattutto per quanto riguarda la fisicità, i carichi di lavoro e il tuo ruolo?

Per quanto riguarda il ruolo, non è ancora ben definito all’interno della squadra. Tra una ventina di partite forse potrò rispondere in modo più chiaro. Per quanto riguarda il gioco, qui si cerca prima di tutto di aprire molto il campo. Si corre molto di più, il gioco è molto più atletico e veloce, sia verticalmente che orizzontalmente; e secondo me qua è meno fisico il gioco: ci sono meno contatti, ma gli arbitri lasciano correre meno.

Giocherete per la terza volta in prima serata in Europa: è una cosa di cui si parla in spogliatoio? Si ha una percezione diversa di queste partite?

Sì, assolutamente. Si parla tanto di giocare in prima serata nazionale o anche internazionale. Io sono contento perché i miei familiari hanno la possibilità di guardarmi senza fare levatacce!

Toni Kukoc nel suo anno da rookie ha sempre parlato del fatto che i giocatori andassero a una velocità differente, soprattutto in difesa. Sei d’accordo con lui? Pensi di esserti già abituato?

Sicuramente è molto difficile, perché il ritmo è diverso, le spaziature sono diverse e devo imparare ancora tanto. È un processo, devo abituarmi.

Come vedi i giocatori europei in NBA? Sembra che adesso riescano ad arrivare più pronti in NBA: pensi sia anche grazie al cambio di format dell’Eurolega?

Non credo che il format dell’Eurolega abbia davvero influenzato, ci sono dei giocatori europei che fanno la differenza perché sono fenomeni. Credo, però, che vengano date molto più opportunità agli europei. Sicuramente c’è stato un cambio di punti di vista.

Segui ancora il Fenerbahce?

Sì, seguo tanto il Fener e mi sento quotidianamente con Gigi (Datome, ndr), ma non me la sento di giudicare il loro momento perché sono fuori dal gruppo. La stagione è ancora lunga comunque, e spero possano raggiungere gli obbiettivi che si erano prefissati.

Se fossi arrivato prima in NBA sarebbe cambiato qualcosa? Ci sei arrivato a 28 anni, magari se fossi stato più giovane avresti avuto un percorso diverso...

Non mi sono mai posto il problema o dubbio del “se fossi arrivato prima”, perché a 23/24 anni non avevo proposte. Le prime offerte le ho ricevute un paio di anni fa. Io, comunque, non sono il tipo che guarda tanto indietro, anzi sono molto contento del percorso che ho fatto perché mi ha dato una serenità e una tranquillità che magari non avrei avuto se fossi entrato prima in NBA. Non posso saperlo, non ho la controprova, ma sono molto contento della scelta che ho fatto.

Come vieni considerato dai tuoi compagni, un rookie o un veterano?

Sono un po’ un misto, perché vengo chiamato in causa per le attività da rookie e le incombenze a cui un rookie deve sopperire; ma ho giocato tante partite, lo sanno e quindi mi chiedono anche consigli.

Brandon Ingram sta avendo un’ottima stagione. Pensi abbia un potenziale da superstar?

Ingram è davvero un talento notevole, ha tanto potenziale. È ancora giovane e quello che sta facendo è impressionante: spero per lui - e per noi - che continui così, anche perché abbiamo bisogno di tutti per poter superare questo momento un po’ negativo.

Quale compagno ha legato di più con te e ti ha aiutato di più, finora?

Darius Miller è quello con cui ho legato di più, anche perché eravamo compagni in Germania, ma ho ricevuto aiuto e risposte da tutti. Soprattutto dai veterani, tutti molto disponibili, come JJ Redick. Sotto questo punto di vista siamo davvero un ottimo gruppo, molto unito.

Avete già giocato qualche back-to-back. Quanto è difficile performare due notti in fila?

In tutta onestà, non sto giocando tanto quindi non è particolarmente provante per me, purtroppo. La cosa che mi sorprende, comunque, è la loro organizzazione: se riescono a performare bene, è per l’attenzione a ogni dettaglio. Per quanto riguarda il mio stress fisico-mentale, dobbiamo riparlarne più tardi, in attesa che io abbia un ruolo più chiaro e definito.

Parlando di Nazionale, secondo te la tua presenza al Mondiale avrebbe cambiato qualcosa?

No, non avrebbe cambiato assolutamente niente. I ragazzi hanno fatto un ottimo percorso, di cui dobbiamo essere orgogliosi, soprattutto considerando i gruppi. Sinceramente non penso che sarebbe cambiato nulla se ci fossi stato, non sarei stato il salvatore della patria.

E per il preolimpico, invece, hai già dato la tua disponibilità?

Ho dato la disponibilità per il preolimpico, tutto dipenderà soltanto dalla mia condizione fisica: le uniche volte che non sono andato è perché mi sono infortunato o mi sono operato. Quindi la mia disponibilità c’è e dipenderà soltanto dal mio stato fisico.

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