• Marco Cavalletti

Jimmy Butler, “uguale a chiunque altro”



Questo articolo, scritto da Marc J. Spears per The Undefeated e tradotto in italiano da Marco Cavalletti per Around the Game, è stato pubblicato in data 12 maggio 2021.



Si sa, il mondo non è che un palcoscenico, dove ognuno ha la sua parte. E una volta calato il sipario sulle Finals del 2020, era chiaro che Jimmy Butler si fosse conquistato un nuovo ruolo: quello di attore protagonista.


Un attore capace di condurre i Miami Heat al proscenio delle NBA Finals, proiettando al contempo la propria carriera in una nuova dimensione. Ma come è cambiata, da allora, la vita di Jimmy Butler? “Ad essere onesto, non è cambiata affatto”, ha detto Butler a The Undefeated.

“La mia faccia sarà un po’ più riconoscibile. Gli affari saranno un po’ aumentati. Ma per quanto mi riguarda, voglio solo preparare qualche caffè, giocare a domino, bere una birra qui e là, e un sacco di vino nel mezzo. E aiutare più persone che posso intorno a me. Io sono così. Prima della Bubble, durante la Bubble e dopo la Bubble.”


L’aumento di visibilità, per Butler, ha portato con sé nuove prospettive e possibilità anche al di fuori del rettangolo di gioco. Tre settimane fa, ad esempio, è arrivato l’annuncio di una partnership pluriennale stipulata fra il giocatore e Rhone, brand di abbigliamento sportivo e lifestyle, all’interno della quale vestirà i panni di investitore, business partner e collaboratore creativo. Butler, intenzionato inoltre a collaborare con Rhone nell’organizzazione di camp per giovani cestisti una volta allontanatosi lo spettro della pandemia, si è detto emozionato all’idea del nuovo ruolo, che lo renderà peraltro proprietario di minoranza della società.

“Io non ho fatto altro che metterci dei dollari, per dimostrare quanto io creda in tutto questo e quanto sia fondamentale aiutare le persone che ne hanno più bisogno. Mi è stata data l’opportunità di provare a rendere il mondo un posto migliore, di aiutare le persone delle comunità che mi stanno più a cuore, come quelle di Miami, Chicago, della California, di Houston e, presto, dell’Africa intera.”

Durante la sua esperienza nella Bubble di Orlando, Butler ha voluto mandare un chiaro messaggio a tutti i naviganti, ribadendo di non sentirsi altro che "un normale afroamericano". Per dimostrarlo, l'1 agosto, prima della partita contro i Nuggets, ha indossato una maglia che non riportava alcun nome, salvo poi venire intimato dagli arbitri a sostituirla con la divisa canonica.

“È stata una grande decisione”, ha dichiarato Butler riguardo al suo messaggio di giustizia sociale.

“Nonostante tutto, io sono uguale a chiunque altro. […] La gente vede la mia faccia sui cartelloni pubblicitari, conosce il mio nome grazie alla squadra per cui gioco, ma in fin dei conti, rimango comunque un afroamericano come gli altri. E lo sarò sempre. E ne vado fiero.”

Dopo gli omicidi di George Floyd e Breonna Taylor per mano della polizia l’anno scorso, Butler è stato uno dei giocatori NBA più vocali nella lotta portata avanti dall’intera Lega contro le ingiustizie sociali. E l’impegno dimostrato dal fronte dei giocatori è continuato anche quest’anno.


Il 10 maggio, la NBPA ha diffuso su Twitter un numero di telefono, chiedendo ai tifosi di chiamare i senatori che li rappresentano nel Congresso per spingerli ad approvare il “George Floyd Justice in Policing Act”. Solo di uno degli ultimi esempi di utilizzo da parte dei giocatori NBA della propria piattaforma per promuovere un cambiamento sociale - e, come ha sottolineato Butler, "di certo non sarà l’ultimo".



“Si tratta di una questione ancora fin troppo presente sulla pelle di tutti. Noi continuiamo a combattere per una causa che è di tutti. Non combattiamo solo per la Black America, ma per ogni individuo di colore, affinché tutti vengano trattati allo stesso modo. È una lotta durissima, e c’è ancora molto lavoro da fare, ma stiamo andando nella direzione giusta.”

Butler e i Miami Heat si affacciano ora ai Playoffs con un record di 40-32, sesti nella Eastern Conference e reduci da 8 vittorie nelle ultime 10 partite giocate; un buon finale di stagione regolare, dunque, ma Miami dovrà tornare a far vedere quella versione di se stessa vista nella Bubble l’anno scorso, se vorrà sperare di tenere testa ancora ai Milwaukee Bucks.

“Io so perfettamente di cosa siamo capaci. Dobbiamo solo andare là fuori e dimostrarlo”, ha detto Butler, che in questa stagione ha tenuto una media di 21.5 punti, 6.9 rimbalzi e 7.1 assist. “Sono stufo di parlarne e basta. […] Io posso dire tutte le cose giuste, ma finché non scendiamo in campo e facciamo parlare i fatti, nulla di tutto questo avrà importanza.”

Si può affermare con una discreta sicurezza che dentro Butler bruci un fuoco simile a quello che infiammava il compianto Kobe Bryant, alimentandone la ormai famosa Mamba Mentality. Proprio in occasione del recente ingresso di Kobe nella Hall of Fame, Butler ha voluto ricordare quel suo spirito competitivo; quella ferrea volontà - sconfinante spesso nell’ossessione - di vincere a qualsiasi costo.

“Adoravo quella parte di Kobe. Cercava sempre di migliorarsi e crescere in ogni aspetto del Gioco e della vita, imparando nuove lingue, a tirare con la sinistra, a tirare da tre punti... Era così completo, così avanti rispetto a chiunque altro in qualsiasi aspetto del Gioco, che l’unica parola che possa descriverlo è ‘incredibile’. È complicato anche solo provare a esprimere la sua eredità a parole, perché tutti volevano essere come Kobe.”

Butler, 31 anni e all’apice della carriera, ha delle possibilità di entrare a sua volta a far parte del prestigioso novero dei grandi di Springfield, un giorno. L’ex Bulls, intanto, ha parlato della classe della Hall of Fame del 2020, nella quale oltre a Kobe figurano altre due leggende come Tim Duncan e Kevin Garnett.

“Hanno fatto moltissimo per il gioco della pallacanestro. Non si può intavolare alcuna conversazione sui grandi del Gioco senza citare i loro nomi. Ritrovarsi faccia a faccia per tutti quegli anni, fronteggiarsi così tante volte in una Lega così piena di talento e riuscire comunque ad essere i migliori è davvero impressionante.”
“È davvero difficile riuscire a mantenere un tale livello per tutti quegli anni. Questo lo rispetto moltissimo. È un riconoscimento più che meritato per tutti e tre. Hanno stabilito uno standard al quale aspirano tutti. Tutti vogliono essere come loro.”

Il palco della Hall of Fame, tuttavia, rimane per Butler ancora lontano. Almeno per ora. Certo quanto ineluttabile, invece, rimane il palco della vita, nel quale ognuno – stando al Bardo di Stratford-upon-Avon – dovrebbe tendere a essere la meraviglia e l’ammirazione del suo tempo. E di certo, Jimmy Butler ci proverà, tanto dentro quanto fuori dal campo.


Aspirando non a grandi gesti, né a protagonismi, ma a suscitare negli spettatori quell’ammirazione unica che solo un uomo straordinariamente normale è in grado di suscitare.