• Andrea Lamperti

Jimmy for the ages


FOTO: NBA.com

La miglior partita nella carriera di Jimmy Butler e una delle migliori prestazioni che si ricordino nella storia recedente delle NBA Finals.

La Gara 3 di “Jimmy Buckets” è stata veramente “for the ages”.

Stando sul parquet per 45 minuti, ha trascinato gli Heat dalla palla a due alla sirena finale. E soprattutto, alla vittoria: l’unica cosa che conta - “non mi interessa della tripla-doppia” - nell’universo di Jimmy.

Costringendo i Lakers all’1-2 nella serie, con la forza, malgrado le assenze di Goran Dragic e Bam Adebayo. Dimostrando un’altra volta quanto la sua leadership, la sua forza di volontà e il suo senso del dramma vadano ben oltre il “personaggio-Jimmy”. Ben oltre quelle parole, quell’atteggiamento.

Leader. Con la L maiuscola. Quello di cui gli uomini (e ragazzi) di Erik Spoelstra avevano bisogno per non capitolare in modo definitivo, dopo le sconfitte in G1 e G2, in queste Finals; e quello che Jimmy si è dimostrato, nel frangente più critico della stagione, nel momento di massima difficoltà della squadra nella bubble. Sul palcoscenico più importante, contro la miglior squadra dell’NBA.

40 punti, 13 assist, 11 rimbalzi, 2 palle rubate e 2 stoppate. Prima tripla-doppia in carriera nei Playoffs e terza (dopo LeBron James e Jerry West) da 40+ PTS nella storia delle Finals. Giocando alla sua maniera, ma nella versione più dominante mai vista nei suoi 9 anni nella Lega.

Attaccando il canestro con feroce aggressività dal primo all’ultimo possesso (14 tiri liberi), facendo pagare ogni chilo nei mismatch contro gli switch difensivi dei Lakers, punendo gli aiuti e le contromisure di Frank Vogel con scarichi sul perimetro e letture di elevatissima qualità, segnando a ripetizione dal mid-range. Rialzandosi senza mai accusare il colpo dopo l’ennesimo contatto duro, l’ennesima caduta a terra. Difendendo e andando a rimbalzo senza mai risparmiarsi. Gestendo la palla e la partita nei suoi passaggi più delicati.

Avreste mai pensato di vedere, nel 2020, un “quarantello” nelle NBA Finals senza neanche un tiro tentato da tre punti, e per di più da parte di un esterno? Gli unici ad esserci riusciti, prima di Butler, sono Shaquille O’Neal e Kareem Abdul-Jabbar... Roba d’altri tempi - o, in ogni caso, per giocatori con fisici e caratteristiche completamente differenti.



“Leader”. “Campione”. Due termini quotidianamente abusati nel linguaggio sportivo, ma che per una volta - con buona pace della retorica - trovano la propria sublimazione in una prestazione che è già nell’epica del Gioco. E la lista di espressioni “inflazionate” che Butler ha eroicamente incarnato questa notte potrebbe allungarsi all'infinito: “resilienza”, “gettare il cuore oltre l’ostacolo”, “mai sottovalutare il cuore di un campione”...

In questo 2020, anno della tragica scomparsa di Kobe Bryant, la Gara 3 di Butler è stata la più clamorosa prova di “Mamba Mentality” cui abbiamo assistito. Proprio ora che i Los Angeles Lakers, da favoriti, sembrano pronti per allungare ancora le mani sul Larry O’Brien.

Jimmy Butler, del resto, è sempre sceso in campo pretendendo due cose, prima di tutto, da sé stesso. Paura di nessuno: mai; fare quello di cui ha bisogno la squadra: sempre. Ed eccolo, rispondere a LeBron e urlare al Mondo che sono i Lakers, ora, ad “essere nei guai”. Lottare furiosamente contro il destino (apparentemente già scritto) di James e Davis, regalando a Miami la miglior partita della sua carriera, nel momento più importante per la franchigia - e di maggior necessità per i compagni - da anni a questa parte.

Con un Butler così, “for the ages”, abbiamo una Gara 5. Almeno.





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