• Luca Losa

Joel Embiid: The Only Way Is Through

In una lettera a The Players' Tribune, Embiid racconta il momento più difficile della sua carriera e della sua vita



Questo articolo contiene un estratto dell'articolo "The Only Way Is Through", pubblicato in data 15 gennaio 2020 su The Players' Tribune.





La figura di Joel Embiid evade qualsiasi tipo di convenzionalità.


Piaccia o non piaccia, è unico nel suo genere. Unico nel modo di vivere la sua professione, dentro e fuori dal campo. Prima ancora che potessimo vederlo all’opera su un campo della Lega, abbiamo imparato a conoscere il suo lato più fanciullesco, il giullare che è in lui, tramite il virtuale mondo dei social. Celebri, ad esempio, divennero gli approcci a Rihanna e i tentativi di recruiting di niente meno che LeBron James.

Non convenzionale è anche il suo rapporto con la palla a spicchi, perché cominciato a soli 16 anni. Tutti ormai conosciamo la sua storia dagli inizi, dall’infanzia a Yaounde, quando il padre voleva che il figlio diventasse un grande pallavolista, quando lui ancora tirava calci a un pallone sul campo sterrato di fianco a casa. Tutti sappiamo di come sia stato “scoperto” a un basketball camp di Luc Mbah a Moute.

Non tutti però sanno che il primo giorno non si fece neanche vivo, decidendo di passare il pomeriggio a giocare a FIFA col fratello Arthur. Ancora meno, poi, erano a conoscenza di un momento ancora più segnante nella sua vita. Quando, parole sue, “stavo pensando di lasciare l’NBA prima ancora di aver giocato una sola partita”.

In una lettera molto intima rivolta al pubblico di The Players’ Tribune, Joel racconta una parte del suo viaggio in NBA che fino ad ora era rimasta oscura alla maggior parte degli appassionati. Mostra una parte di sé umanamente fragile, che fino ad ora aveva nascosto sotto una maschera da troll. Parla del periodo più terribile della sua vita.


Eccone un estratto:

Poco prima della notte del Draft, come ben sapete, ho dovuto affrontare un’operazione chirurgica al mio piede destro. Arthur era volato fino alla costa est americana per assistere dal vivo al giorno più importante della mia vita, ma la mia operazione era in California e i chirurghi erano troppo preoccupati di possibili traumi per farmi salire su un aereo e farmi volare dall’altra parte del Paese. Quindi rimasi in convalescenza sulla costa ovest, mentre mio fratello rimase ospite presso dei nostri amici di famiglia dall’altra parte del Paese. All’epoca, non potevo prevedere cosa sarebbe successo di lì a poco, ero sicuro che avremmo avuto innumerevoli occasioni per rincontrarci.
Ci eravamo promessi che non appena fossi guarito sarebbe tornato per vedermi giocare dal vivo, per vedermi giocare contro Kobe, Steph, KD...
Poi, quattro mesi dopo, ho ricevuto una chiamata.
Arthur era coinvolto in un incidente.
Stava camminando sulla via di casa. Tornava da scuola con alcuni dei suoi compagni quando è stato investito da un furgone.
Come niente, di punto in bianco, mio fratello non c’era più.
Sono solo riuscito a tornare a casa per qualche settimana, per il suo funerale. Quando sono poi tornato a Philly, per continuare col processo riabilitativo... ero veramente a pezzi. Senza Arthur sentivo come se la mia vita avesse perso di significato. Volevo solo mollare tutto e tornare in Camerun, dalla mia famiglia.
Ho dovuto guardare a fondo dentro di me per provare di nuovo gioia. Ogni singolo giorno, quando mi svegliavo, mi dicevo che avevo una scelta. Mollare tutto o continuare a provare a fare un piccolo passo in avanti.
Ho veramente dovuto ricordare a me stesso quanto amassi il Gioco.

Non deve essere stato facile per Embiid riprendere con la quotidianità. La sua carriera in quel momento era imprigionata in un limbo. Non poteva allenarsi coi compagni. Non poteva scendere in campo e, per 48 minuti, dimenticare tutto. La riabilitazione evidentemente ha reso quel periodo dannatamente più complicato.

FOTO: NBA.com

Le enormi aspettative che si portava dietro non miglioravano le cose.


Veniva da due infortuni gravi, uno dopo l’altro. Il primo alla schiena, durante il suo unico anno a Kansas; il secondo invece era il sopracitato infortunio al piede destro, da cui stava guarendo. Una frattura all’osso navicolare, avvenuto durante un workout pre-draft con i Cavaliers, che, complice una ricaduta, lo terrà fermo i primi due anni della sua carriera professionistica.

Nel momento in cui i riflettori del mondo erano puntati su di lui, tutto si è fatto terribilmente difficile. Joel scomparse, inghiottito dagli infortuni. E inevitabilmente c’era già chi lo etichettava, chi lo definiva “injury prone”, chi lo paragonava a Greg Oden...

Avanti veloce fino ad oggi, sappiamo tutti come sia andata a finire. Non siamo qui, per fortuna, a parlare di cosa Embiid potesse diventare, ma, anzi, possiamo godercelo realizzare il potenziale enorme che ci aveva fatto intravedere in una manciata di partite universitarie.

La lettera di Joel, tuttavia, deve rimanere come un monito per noi appassionati, che viviamo il mondo dell’NBA e dello sport in generale solo nella sua parte più superficiale e scintillante. Il dietro le quinte lo diamo spesso per scontato. Della vita privata dei professionisti si è sempre e solo parlato seguendo i soliti canoni: o si descrivono vezzi ed eccessi o, al contrario, si esaltano la “normalità” e l’estrema professionalità. Prima si pensava che l’angoscia assorbisse gli sportivi solo a carriera finita, quando cala il sipario e si diventa "uno dei tanti". Invece quelle sensazioni così umane, la fragilità che contraddistingue la nostra natura, l’angoscia, il disconforto, l’inquietudine, si annidano anche tra le pieghe di una quotidianità privilegiata.

Il tema della salute mentale e della depressione dei giocatori è evidentemente ancora un tabù. Qualcosa, per fortuna si muove. DeMar DeRozan e Kevin Love hanno recentemente parlato della loro depressione e altri giocatori li stanno seguendo a ruota. Tuttavia, se ne parla solo quando la malattia è stata sconfitta, quando il demone è stato cacciato. Il mondo ultracompetitivo e machista del professionismo sportivo non ammette ancora queste “debolezze”, è estremamente conservativo.


Pensate a quanti altri discorsi sono off limits. A partire dall’omosessualità, per esempio.

Un giocatore, se vuole esprimersi onestamente al riguardo, deve trovare da solo la forza di parlare dei suoi problemi più intimi o di salute mentale quando ne sta soffrendo. Non è incoraggiato a farlo. Non si sente libero di parlarne apertamente.


Molto ancora va studiato di questo fenomeno. Molto va fatto affinché poter parlare di queste cose diventi la normalità. La lettera di Joel Embiid è un passo in questa direzione.




Questo articolo contiene un estratto dell'articolo "The Only Way Is Through", pubblicato in data 15 gennaio 2020 su The Players' Tribune.


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