• Andrea Miotti

Steve Kerr racconta "il tiro che sconvolse la mia carriera"


© Chicago Tribune / TNS

Più di venti anni.

Quando si è giovani quel lasso di tempo sembra un'eternità, riempita dal susseguirsi di giornate estive e regali sotto l'albero.

Ma, invecchiando, e iniziando la seconda metà della vita, quei vent'anni possono passare in un batter d'occhio. O forse nello stesso tempo che un jumper ci mette a lasciare i polpastrelli di un tiratore ed insaccarsi nel fondo della retina.

"20 anni? Wow" - dice Steve Kerr, scuotendo la testa e sorridendo.

Aveva 31 anni quando mise a referto i due punti più importanti della sua carriera: un jumper dalla lunetta, assistito da un passaggio deciso a tavolino da Michael Jordan, che mandò in estasi lo United Center, mettendo il punto esclamativo sul quinto titolo dei Bulls.

Il tiro vincente di Kerr che eliminò i Jazz in sei partite. Per molti, semplicemente, The Shot.

Kerr ora ha 54 anni.

"Relativamente parlando, quel tiro ha cambiato la mia vita. E' stato sicuramente il momento di svolta della mia carriera".

Kerr disse questo in un momento tranquillo, al campo di allenamento dei Warriors ad Oakland, California, ad inizio febbraio. Alla vigilia della partita proprio contro Chicago.

I suoi problemi alla schiena sono noti, derivanti da alcune complicazioni - dovute ad un intervento malriuscito nel luglio del 2015. E aveva appena spiegato il perché si sentisse a suo agio nel parlare di temi scottanti, quali l'immigrazione e il controllo delle armi - in un clima politicamente molto polarizzato. E parlando, talvolta indirettamente, della morte di suo padre Malcom, che fu ucciso a Beirut durante un attacco terroristico quando Steve aveva 18 anni. Episodio che spiega il "Relativamente parlando" della precedente frase di Kerr.

Ma, come spesso accade negli sport, un tiro può portare con se significati ben più profondi.

"Fu davvero una svolta per me, perché prima ero una persona ansiosa. Troppo riflessiva. E quella è stata, probabilmente, la prima volta che sono riuscito a dire 'al diavolo', esponendomi a un rischio senza pensare alle conseguenze, in una situazione davvero importante" - ha detto Kerr in un'intervista al Tribune.

"Questo potrebbe suonare strano, ma certi tiratori non dovranno mai affrontare questo tipo di problema nella loro carriera.

Sono semplicemente nati pronti per prendersi determinati tiri e responsabilità. Ma non io, dopo quel momento, mi sono sentito molto più clutch. Pronto a lasciarmi andare, completamente, durante la partita. Senza più pensare alle conseguenze".

Steve, che nel corso della sua carriera di 15 anni nella Lega ha avuto una media di sei punti a partita, dall'essere un semplice role player diventò un giocatore che vinse altri due titoli con gli Spurs.

"Quel tiro non mi ha solo dato solo la fiducia di potercela sempre fare, ma anche la mentalità che ne consegue. Realizzare che non puoi solo preoccuparti di quello che sarà, ma devi lasciarti andare e rischiare. Ho lavorato molto per ottenere questa mentalità”.

“Gli esercizi che Phil Jackson faceva, il mindfulness training: tutte queste cose mi hanno aiutato. Mettere se stessi nel giusto assetto mentale è un qualcosa di davvero complicato, ma è quello che sono riuscito a raggiunge in quel periodo”.

Gli atleti non ammettono spesso tali vulnerabilità: Kerr è sempre stato atipico per la sua onestà nella percezione di se stesso.

Ancora oggi riguardare il video del timeout prima del tiro di Steve può far venire i brividi. Jordan, masticando freneticamente la gomma, si gira verso Kerr. "Mi disse: sii pronto, Stockton mi raddoppierà. E aveva ragione”.

Nel video, vediamo Kerr molto calmo e sicuro di se stesso.

“Se lui ti raddoppierà, io sarò pronto” - Kerr rispose a MJ nel video di quella notte, del 13 Giugno 1997.

E Steve, pronto, lo fu per davvero. Cambiando radicalmente la sua carriera.

“Credo con assoluta certezza che quel tiro mi abbia aiutato ad avere il lavoro da commentatore per TNT. Fino a quel punto ero un role player. Essere un opinionista televisivo - soprattutto per TNT - è davvero un gran lavoro. La maggior parte delle persone che ottengono questo tipo di incarico sono degli Hall Of Famer”.

“La maggior parte delle persone non aveva idea di chi io fossi, non fino a quando non ho giocato dei momenti importanti con i Bulls.

Penso che quel tiro abbia elevato il mio status. Fino a quel momento ero un ragazzo che era 'solo' riuscito a rimanere nella Lega per tanti anni, senza, però, aver mai combinato nulla di davvero rilevante. Quello è stato uno di quei momenti che rimane impresso nella mente delle persone”.

Kerr è conosciuto per la sua umiltà e la tendenza a sminuirsi. Ecco un esempio lampante:

“Vedo sempre molte persone avvicinarsi a me, dicendomi che grande giocatore fossi. Le leggende ingigantiscono sempre la realtà. Metti un tiro come quello e sarai sempre ricordato come un giocatore molto migliore di quello che in realtà eri”.

Il Chicago Tribune, fondato negli anni ‘40 da James Kelly, è il quotidiano più letto dell’Illinois e un punto di riferimento per i tifosi dei Bulls. La sua sigla, WGN (World’s Greatest Newspaper), è associata a quella AtG da ottobre 2017. Questo articolo, scritto da K.C. Johnson e tradotto in italiano dalla nostra redazione, è stato pubblicato in data 10/6/2017.

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