• Fabio Paradisi

Kings with no Rings - Karl Malone

Storie di 3 MVP leggendari che hanno concluso le proprie carriere senza un anello al dito - Capitolo II.



Charles Barkley cerca di mettersi a proprio agio. Nonostante le dimensioni abbondanti del fondoschiena del giocatore dei Phoenix Suns, l’ampio scrannio è sufficientemente ampio per accoglierlo.

Ma Sir Charles ci pensa un po’ e poi commenta I can’t fit my big butt in there”.


In effetti il luogo dove si trova non è esattamente l’ambiente più usuale di una star NBA.

È seduto infatti nel seggiolino passeggeri di uno dei più grandi tir mai visti, ben 22 metri di lunghezza per oltre 15 tonnellate distribuite su 18 ruote.


La belva della strada fa bella mostra davanti al Delta Center.

Siamo nel weekend dell’All Star-Game 1993 che si tiene a Salt Lake City e il proprietario del mezzo pesante ha invitato l’amico Barkley a provare la comodità della propria creatura.


Stiamo parlando di Karl Anthony Malone, che la partita delle stelle la giocherà poche ore dopo, ma che non nasconde la propria passione per i tir e per mille altri aspetti della vita di campagna, figlia del proprio vissuto e del proprio percorso di vita.

Una star atipica ma che ha saputo lasciare il segno nella Lega.


***


Summerfield, Louisiana. Siamo nel sud degli Stati Uniti e negli anni 60 purtroppo i termini come “razzismo” e “segregazione raziale” sono all’ordine del giorno.

È in questo contesto che il 24 luglio del 1963 nasce Malone, ultimo di nove fratelli.

La situazione famigliare non è fin da subito delle migliori.


Il padre abbandona la famiglia per sposarsi con un'altra donna, salvo poi suicidarsi anni dopo (anche se Karl lo scoprirà successivamente, nel 1994).

Tutto il peso della genitorialità grava sulle spalle di mamma Shirley che cerca da subito di inculcare nei figli la disciplina e il lavoro duro.


Crescendo proprio in una fattoria, il giovane Karl modella il proprio fisico e la propria durezza, passando le giornate abbattendo alberi, pescando e andando a caccia.

Oltre alla vita campestre scocca anche la scintilla per la palla a spicchi e inizia a coltivare questa passione nella squadra della locale Summerfield High School.


Da subito si capisce che il ragazzo ha un dono. Trascina l’istituto a tre titoli statali consecutivi fino al suo anno da senior, nel 1981, quando arriva il momento di scegliere il college .

Malone pare da subito indirizzato verso University of Arkansas, dove coach Eddie Sutton è pronto ad accoglierlo a braccia aperte.


Il ragazzo vorrebbe tuttavia rimanere vicino a casa e all’ultimo momento sceglie di firmare per la locale Louisiana Tech.

I suoi voti non sono tuttavia sufficienti per ottenere l’eleggibilità e così il primo anno al college fila via lontano dal parquet.


A partire dalla stagione da sophmore, Malone indossa finalmente la canotta dei Bulldogs e coach Andy Russo beneficia così del terrificante potenziale del nuovo aggiunto.

Già nella prima annata in campo il n. 32 produce 20.9 punti e 10.3 rimbalzi col 58.2% dal campo.


FOTO: Pinterest

Il nativo di Sumerfield è una vera potenza della natura che sfrutta il fisico forgiato da anni di lavoro per produrre punti e rimbalzi oltre che per affinare la propria tecnica.


Nell suo ultimo anno al college trascina letteralmente la propria squadra a un sorprendente record di 29-3, miglior performance della Southland Conference.


Arriva quindi un meritatissimo invito al gran ballo, la prima partecipazione al torneo NCAA nella storia dell’ateneo.


Guidati dal proprio leader i Bulldogs arrivano fino alle Sweet 16 dove una cocente sconfitta contro Oklahoma per 86-84 risveglia i ragazzi di coach Russo dal loro sogno.


La carriera di Malone con Louisiana Tech si ferma qui, ma il futuro cestistico del tre volte miglior giocatore della Southland Conference è più roseo che mai.

Le sue prestazioni collegiali hanno fatto leccare i baffi a numerosi scout: la NBA lo attende.


Il Draft 1985 regalerà alla storia vari steal of the draft (Dumars, Sabonis, Mario Elie) e anche Malone non viene chiamato nelle primissime posizioni, sentendo nominare il proprio nome solamente con la quindicesima scelta.

Ad assicurarsi i suoi servigi ci pensano gli Utah Jazz.


Da buon ragazzo di campagna, che non ha mai abbandonato la terra natia, Karl commette la prima gaffe già durante la prima intervista da Jazz, rilasciando la poco felice Sono molto contento di diventare un giocatore per la città di Utah” evidenziando qualche lacuna in geografia.

In realtà Malone era certo di venir chiamato molto prima, intorno alla ottava posizione, quando on the clock ci sono i Mavericks.


Il n. 32 era talmente convinto del futuro approdo nella città texana che aveva già affittato un appartamento a Dallas.


Nonostante le piccole vicissitudini il rookie si inserisce alla grande nella nuova realtà, dimostrandosi fin da subito pronto per il piano di sopra.

Promosso subito nello starting five dei Jazz, l’ex Bulldogs chiude il suo primo anno con 14.9 punti e 8.9 rimbalzi (migliore della squadra) oltre all’inserimento del primo quintetto dei Rookie.


La squadra vanta un certo spessore, con l’attacco che si concentra sulla capacità realizzativa di Adrian Dantley, con i centimetri in mezzo all’area di Mark Eaton e con la qualità del futuro canturino Thurl Bailey.

Da segnalare anche il cambio del playmaker, un secondo anno ex Gonzaga University che aveva già conosciuto Malone anni prima in un raduno per la nazionale USA: John Stockton.


Utah chiude la Regular Season 1985-86 con un record di 42-40 e la qualificazione ai Playoffs. La corsa si ferma già al primo turno, con un’eliminazione contro i Dallas Mavericks.

Nella stagione 1986-87 il ragazzo della Louisiana diventa già il punto di riferimento offensivo della città dei mormoni, inchiostrando 21.7 punti e 10.4 rimbalzi.


La doppia doppia di media diventerà fedele compagna del suo boxscore anche per le successive otto stagioni.


FOTO: Twitter

Nonostante un leggero miglioramento nel record di squadra (44-38) ancora una volta il primo turno della post season è letale per gli uomini allenati da Frank Layden.


Sconfitta 3-2 contro i Golden State Warriors.

Un grosso step nella carriera di Malone arriva l’annata successiva.


La sua produzione offensiva esplode in maniera fragorosa (27.7 punti a sera) e il suo fisico, sempre più roccioso e potente, detta legge a rimbalzo, raggiungendo quello che sarà poi il career-high sotto i tabelloni (12.0).


La prima convocazione per l’All-Star Game è più che meritata.

Inoltre John Stockton viene giustamente promosso titolare alla regia della squadra.


La visione di gioco del nativo di Spokane è qualcosa di sublime. Non a caso il n. 12 stampa una stagione da 13.8 assist di media che costituiranno la prima di ben dieci consecutive in doppia doppia di questa speciale classifica (oggi ampiamente il leader ogni epoca per assist).


Il nuovo asse play-ala di Utah continua a migliorare di stagione in stagione, col n. 32 che incrementa negli anni le proprie cifre, con addirittura il picco di 31.0 punti nel 1989-90, unito al solito dominio a rimbalzo.

Il suo corpo è sempre più una statua marmorea, che produce durezza ma anche un’insospettabile velocità e rapidità, unita a una costante crescita tecnica.


Ecco uno dei punti cardine del successo di Karl Malone: fin dalla giovane età è sempre stato un lavoratore maniacale e instancabile.

Ha passato intere estati in massacranti lavori in montagna, alzando pesi, arrampicandosi, correndo agganciato a un paracadute, e mille altre attività che hanno prodotto un vero carro armato.

Senza tralasciare le ore in palestra, per migliorare e affinare la propria tecnica cestistica (ad esempio la percentuale dalla lunetta passa dal 48.1% nella stagione da rookie al 76.6% quattro anni dopo).


Anche le prestazioni del collega Stockton crescono in maniera consistente.

In aggiunta, l’aspetto più incoraggiante per la dirigenza bianco-viola consiste nella crescente sinergia tra il play e l’ala forte.

I due giocatori migliorano costantemente la propria chimica, in particolare sviluppando il pick and roll portandolo a livelli di eccellenza.


I due rendono questa collaborazione a due talmente vicina alla perfezione, che gli verrà assegnato un soprannome: “Stockton to Malone”.

Malone può tagliare verso il canestro per ricevere e usare il fisico per segnare nel pitturato o aprirsi in pop e sfruttare il tiro dalla media.


Stockton di contro è bravo a punire col tiro da fuori eventuali spazi trovati sul blocco del compagno e ad andare addirittura fino in fondo nonostante il fisico e l’altezza “normali”.

Inoltre è precisissimo nell’imbeccare gli altri compagni in caso di rotazione della difesa.

Virtualmente il pick and roll dei Jazz è un’arma inarrestabile..


Tuttavia i risultati di squadra non riescono a raggiungere i livelli sperati. Ad eccezione della stagione 1987-88, nei primi cinque anni di carriera di Malone la squadra di Salt Lake City viene sempre eliminata al primo turno dei Playoffs.

Già nel dicembre 1988, la proprietà della squadra ha stabilito che sia necessario un cambiamento e ha deciso di rimuovere Layden dal ruolo di head coach e di spostarlo sulla poltrona come presidente.


FOTO: sltrib.com

Al suo posto in panchina viene promosso l’assistente allenatore Jerry Sloan.


Ex giocatore dei Chicago Bulls, Sloan si dimostra subito l’uomo giusto per il team, pretendendo dai suoi uomini il massimo impegno e lavoro duro.

Praticamente l’allenatore cucito sulla figura di Karl, che rinnova per 10 anni con la franchigia.


Le cose iniziano a girare meglio nella stagione 1990-91, chiusa con un record di 54-28.

Oltre al solito duo-leader, sono elementi preziosi del roster il solito Thurl Bailey e la guardia Jeff Malone, mentre in difesa continua a farsi sentire Mark Eaton.


In realtà tutto l’assetto difensivo dei Jazz è consistente, grazie alla mano di Sloan.


La crescita prosegue l’anno dopo, col gioco offensivo sempre incentrato su Stockton to Malone, ma cercando di dare anche maggiori responsabilità Jeff Malone per rendere il gioco più imprevedibile.


Il risultato sono le finali della Western Conference contro i Portland Trial Blazers.

Nella serie il n. 32 è inarrestabile, con 28.2 punti, 11.7 rimbalzi e il 54.7% dal campo, ma alla fine sono Drexler e compagni ad avere la meglio e ad accedere alle Finals.


Nell’estate del 1992 il nativo di Summerfield, insieme a Stockton, parte per la Catalogna per prendere parte alle Olimpiadi di Barcelona ed essere un componente della prima squadra di basket dei giochi formata da giocatori professionisti.


Il Dream Team ovviamente vince l’oro con una certa facilità.


Tornato in patria il neo olimpionico si ributta a capofitto a caccia del titolo. La squadra è ormai tra le migliori della Lega, ma manca qualcosa per il definitivo salto di qualità.

Nonostante tutto Malone continua a essere un metronomo per la costanza di rendimento, tanto da guadagnarsi il soprannome di Mailman.


È costantemente convocato per la partita delle stelle e nel 1993, in occasione dell’All-Star Game tenutosi nella nuova arena di Salt Lake City, il Delta Center, fa gli onori di casa e viene nominato co-MVP, ovviamente di concerto con Stockton.


Con l’aggiunta di Jeff Hornaceck, guardia tiratrice mortifera con alto Q.I. cestistico, viene raggiunta una nuova finale di conference nel 1994, ma arriva una nuova sconfitta contro i futuri campioni NBA di Houston.

Sempre i Rockets, avviati verso il back-to-back, eliminano i ragazzi di Sloan al primo turno dei Playoffs 1995.


È chiaro tuttavia che i Jazz siano maturi per il grande salto.

La post season 1996 regala una nuova finale a ovest, ma sono i Seattle Sonics ad avere la meglio in Gara 7 e a sfidare i Bulls in finale.


La Regular Season 1996-97 porta però nuovi colori e logo sociale e un profumo diverso: la squadra vola e produce un record incredibile di 64-18, il migliore a ovest.

The Mailman, che ha da poco messo in bacheca un nuovo oro olimpico coi giochi di Atlanta 1996, è come sempre incontenibile, con 27.4 punti e 9.9 rimbalzi e il 55.0% dal campo. Riesce anche a punire bene i raddoppi generati dal suo dominio in post e i compagni ringraziano (4.5 assist).


Viene giustamente premiato col meritato titolo di MVP della Lega.

Oltre all’ex Bulldogs, anche il resto della squadra produce il proprio contributo. Non solo il socio Stockton, ma anche il già citato Hornacek, oltre che nuove preziose pedine, come Bryon Russell, Howard Eisley, Chris Morris, Greg Ostertag, Antoine Carr e la matricola Shandon Anderson.


Nei Playoffs 1997, eliminate le due squadre di Los Angeles nei primi due turni arriva l’ennesima rivincita con i Rockets nelle Western Conference Finals.

I Jazz sfruttano il fattore campo portandosi sul 2-0, ma Olajuwon e compagni pareggiano la serie, con Gara 4 che viene risolta da un tiro sulla sirena di Eddie Johnson.


Utah riprende il comando una volta tornata a Salt Lake City e Gara 6 è ancora una volta sul filo.

A porre fine all’astinenza da finale dei Jazz ci pensa John Houston Stockton che batte così la sirena.




La squadra della città dei mormoni approda finalmente alla NBA Finals ma gli avversari che li attendono sono più ostici che mai. I campioni in carica: i Chicago Bulls.

Tuttavia Malone è più deciso che mai ad aggiudicarsi quel Titolo che suggellerebbe il successo personale ottenuto col titolo di MVP.


In Gara 1, nonostante la pressante e competente difesa di Dennis Rodman, segna 23 punti con 15 rimbalzi.

Con 9.2 secondi sul cronometro e il punteggio in parità, il postino subisce fallo e va in lunetta. Ha segnato 9 punti nel solo ultimo periodo, con un solo errore su 4 ai liberi, dove in stagione ha tirato con il 75.5%.


Incredibilmente il n. 32 sbaglia entrambi i tiri, commettendo il grave errore di sanguinare davanti agli squali.

Michael Jordan ringrazia e segna il buzzer beater che porta in vantaggio i Bulls.

Se la seconda partita è nuovamente appannaggio della squadra di coach Jackson, tornati al Delta Center i ragazzi di Sloan ritrovano linfa vitale e pareggiano i conti, con Karl che rappresenta un rebus irrisolvibile per la difesa rosso-bianco-nera.


Gara 5, sempre in terra mormona, si gioca in un ambiente di fuoco.

La partita passerà alla storia come l’ennesimo regalo di MJ ai posteri, the Flu Game.

Colto da virus intestinale e da febbre alta, Jordan gioca comunque in maniera irreale e segna 38 punti, inclusa la tripla che di fatta chiude i conti.


Tornati nell’Illinois the Mailman non molla la propria rincorsa, ma Jordan si traveste da profeta e prevede la difesa decisiva degli avversari, che lo raddoppiano sul 1vs1, passando la palla a Steve Kerr pronto per scoccare il tiro decisivo.

Quinto Titolo a Chicago.


Il figlio della Louisiana si massacra fisicamente tutta l’estate per tornare ancora più pronto la stagione successiva nella scalata verso l’anello.

I suoi Jazz sono ancora più efficaci dell’anno precedente, chiudendo addirittura col miglior record della Lega.

Ancora una volta raggiungono le Finals per il rematch contro i Bulls, questa volta col fattore campo invertito.


Proprio Gara 1 va ai mormoni ma da quel punto in poi Chicago inanella una striscia di tre vittorie consecutive che la portano sul 3-1 e sul match point da poter servire in casa.

È tutto pronto per la grande festa dei tori, ma Karl Malone la pensa diversamente.

39 punti col 63.0% dal campo e carrozzone NBA che deve inaspettatamente tornare a Salt Lake.


Nonostante il vantaggio i Bulls sono una squadra allo stremo, stanca e malconcia.

Pippen ha seri problemi alla schiena e dopo pochi minuti di Game 6 deve rientrare negli spogliatoi.

Torna solo nel secondo tempo, reggendosi a malapena in piedi.


FOTO: Pinterest

Il postino conosce bene la condizione degli avversari e prova ad azzannarli alla giugulare: segna 31 punti con 11 rimbalzi e 7 assist.


Ma dalla parte opposta c’è Jordan, che prende per mano i suoi compagni, segna 45 punti e soprattutto regala al mondo 41.9 secondi che più d'ogni altri hanno cambiato la storia del gioco.


Repeat the three-peat per i Bulls mentre per Malone una nuova cocente delusione, macchiata anche dall’aver subito lo scippo del pallone proprio da His Airness nel possesso decisivo.


La lunga pausa estiva, dovuta al lockout che accorcia la Regular Season 1998-99 a solo 50 partite, fa valutare al n. 32 la possibilità di cambiare aria, ma decide di riprovare nuovamente la scalata al Titolo.

Complice lo smantellamento dei Chicago Bulls, i Jazz puntano decisi alla vittoria.


Il postino è ancora una volta inarrestabile e vince un nuovo premio di MVP della stagione regolare, ma un’eliminazione al secondo turno contro Portland spegne gli entusiasmi.


Oltre agli insuccessi di squadra sul parquet, emergono altri aspetti che minano la figura del Karl Malone uomo.


Oltre ai quattro figli nati dal matrimonio nel 1988 con Kay Kinsey, viene alla luce altra progenie dal passato del giocatore.

A 17 anni mette incinta la coetanea Bonita Ford, che da alla luce due gemelli di cui uno, Cheryl, diventerà una star della WNBA.


Ben più grave è il fatto che quando era al college, Karl abbia avuto un figlio da una tredicenne.

Una questione molto delicata, risolta con accordi privati.


Sul parquet il n. 32 continua imperterrito con la propria regolarità produttiva. La combo Stockton to Malone è una soluzione ormai conosciuta ad ogni latitudine, ma nonostante questo ancora difficilmente arrestabile.


I Jazz raggiungono i Playoffs per le successive quattro stagioni, ma non riescono mai ad andare oltre il secondo turno, nonostante vari aggiustamenti al roster.

Il ciclo del gruppo può ritenersi concluso, soprattutto al termine della stagione 2002-03 quando John Stockton annuncia il proprio ritiro.


Malone è free agent, non ha più al suo fianco il compagno di mille battaglie, sa che non ha ancora molti anni da passare in campo e non ha ancora vinto l’agognato titolo.

Ecco che si palesa davanti a lui la soluzione per la conquista dell’anello, anche se questo significherebbe dire addio allo Utah.


FOTO: latimes.com

I Los Angeles Lakers sono alla ricerca di rivalsa e vogliono formare un super team. Il GM Mitch Kupchak riesce a convincere quindi Gary Payton e lo stesso Malone a sposare la causa giallo-viola, formando un ipotetico dream team con Kobe e Shaq.


Le cose non vanno esattamente come progettato. La chimica in campo latita, non certo facile in un contesto con quattro prime donne.


Bryant vive tra il campo e il tribunale in Colorado per difendersi dall’accusa di stupro e il postino vede per la prima volta in carriera il suo nome nella lista infortunati.


Un problema al ginocchio lo costringe a bordo campo per ben 40 partite.

Rientrato in tempo per la post season, Los Angeles raggiunge l’obiettivo minimo delle Finals ma il ginocchio dell’ex Jazz non è assolutamente a posto.

Nelle prime 4 partite contro Detroit stringe stoicamente i denti ma la mobilità è ridotta sì e no al 50%.


Per Gara 5 deve addirittura alzare bandiera bianca, vedendo addirittura i Pistons alzare il Larry O’Brian Trophy.

Questa volta è troppo.

Esce dal contratto con i Lakers e decide di prendersi i primi mesi della stagione 2004-05 per curarsi e tornare pronto per aggregarsi a una squadra da Titolo.


Tuttavia il 13/02/2005, presso la propria casa sportiva, il Delta Center, Karl Malone annuncia il proprio addio al basket.

L’estenuante lavoro atletico a cui si è sottoposto negli anni, gli hanno sempre permesso di avere un fisico integro e saltare solamente 10 partite nelle prime 18 stagioni NBA.

Il suo corpo però ha presentato il conto e the Mailman non può accettare di produrre meno del proprio 100%.


Finisce così una carriera cestistica straordinaria, capace di produrre ben 36.928 punti (secondo all-time), dominando la Lega.


Un personaggio unico, che ha trovato nello stato dello Utah la casa ideale: per la sua filosofia di vita, fatta di regole ferree; per le sue passioni, come i grandi camion, la vita all’aria aperta, la caccia.


Come si è definito lui stesso, il personaggio più glamour dello stato mormone, ben distante dal classico ritratto di star metropolitana, ma che ha saputo ritagliarsi un posto nel firmamento NBA, anche senza il tanto cercato anello.




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