• Alessandro Di Marzo

L'epica Gara 7 del 1987 non è andata come racconta Isiah Thomas

33 anni dopo, Isiah non riesce ancora ad accettare (e dire) la verità...


Vinnie Johnson Larry Bird Detroit Pistons Boston Celtics nba Around the game

Questo articolo, scritto da “Professor Parquet” per Celtics Blog e tradotto in italiano da Alessandro Di Marzo per Around the Game, è stato pubblicato in data 30 maggio 2020.


Con tutti i campionati sospesi a causa della pandemia di Covid-19, a metà aprile NBA TV ha trasmesso uno show, “Film Room”, con repliche di molte partite storiche degli Anni ’80. Celtics, Lakers e Pistons sono state le squadre maggiormente coinvolte, e anche alcuni protagonisti di quegli anni hanno parlato delle partite più spettacolari del passato.


Due delle partite trasmesse sono state Gare 6, quella delle NBA Finals del 1985 e quella delle Eastern Conference Finals del 1988, entrambe partite in cui i Celtics sono usciti sconfitti. Successivamente, però, è andata in onda anche Gara 7 delle Finali di Conference 1987 tra Celtics e Pistons; nonostante la vittoria epica di Boston, però, il programma mi è sembrato di parte, sminuendo i vincitori. Ed è questo che mi ha davvero irritato, tanto da ispirarmi a scrivere qualcosa a riguardo.


Gli analisti di NBA TV per questo evento, parlando da casa, erano Kevin McHale, Isiah Thomas e Rick Mahorn. Proprio come nel passato, insomma, per contrastare l’instoppabile lungo dei Celtics serviva più di uomo...


Durante la discussione Matt Winer, il conduttore, ha mostrato una certa parzialità a favore di Detroit dando moltissimo spazio a Thomas, rispetto al tempo concesso a McHale. Nei suoi discorsi, Isiah sembrava quasi volersi dilungare appositamente, per impedire agli altri di parlare delle sue discutibili scelte di gioco nel finale di questa partita.

Isiah Thomas Kevin McHale Detroit postone Boston Celtics nba Around the game
FOTO: NBA.com

In realtà già leggendo il titolo del programma, ovvero “Isiah and McHale”, ho notato la presa di posizione: perché non scrivere “Kevin e Isiah” o “Thomas e McHale”? Un fattore di poca importanza, ma che comunque considero un minimo significativo.


Certo, rivivere le grandi partite del passato è sempre qualcosa di buono, ma farlo con (troppi) errori mi irrita.


Innanzitutto, è stata data troppa attenzione allo scontro tra Adrian Dantley e Vinnie Johnson verso la fine del terzo quarto, considerato come un evento decisivo per le sorti della gara. Boston ha vinto 117 a 114, ma è evidente che sia un risultato piuttosto bugiardo, visto che il sottile distacco è causato da una tripla dei Pistons segnata all’ultimo secondo e da alcuni punti segnati dopo due falli (di cui uno intenzionale) di Dennis Johnson nel finale.


Dantley aveva già giocato 31 minuti e segnato 18 punti in Gara 7. Aveva fornito il suo importante contributo prima di uscire dal campo. In quella serie, inoltre, ha giocato 34.4 minuti a gara, e spesso ha concluso le partite in panchina (per motivi difensivi). Dunque, non è affatto certo che avrebbe impattato la partita nel finale.


Non dimentichiamo, poi, la quantità di infortuni che si era abbattuta su Boston in quel periodo, da cui nemmeno i migliori giocatori sono fuggiti. Robert Parish, per esempio, si era slogato entrambe le caviglie dopo le precedenti 16 partite di Playoffs, ma, dopo aver saltato Gara 6, si è comunque fatto trovare pronto per l’ultima della serie.


Memmeno McHale è mancato, nonostante uno scafoide del piede rotto. Dopo la fine della stagione, infatti, si è sottoposto a un'operazione al piede e ha saltato le prime 21 partite della Regular Season 1987/88, e ancora oggi sembra aver problemi.


Anche la pedina più importante, Larry Bird, era a rischio, a causa di una slogatura e di una brutta influenza che lo aveva colpito a inizio post-season, così come Bill Walton (vincitore del Sixth Man of the Year dell'annata precedente), che ha giocato solamente 10 partite in tutto la stagione e un solo minuto nella serie contro Detroit, proprio in Gara 7, senza punti.


Sfortunato anche lo swingman Scott Wedman, due volte All-Star con i Sacramento Kings, che dovette saltare tutti i Playoffs dopo aver rimediato un infortunio al tallone. Proprio per questo motivo, dovette ritirarsi nel corso della stagione successiva.


Ma gli infortuni non si fermano qui: mancano infatti Danny Ainge, indisponibile per le prime 3 partite della serie dopo la vittoria conto Milwaukee in Gara 7, Jerry Sichting, colpito da un misterioso disturbo allo stomaco, e Rick Carlisle, guardia molto sottovalutata, nonostante le sue doti da passatore e tiratore.


Questa enorme lista ha costretto Larry Bird a registrare il più alto numero di minuti giocati nei Playoffs nella storia NBA, ben 1.015 in 23 partite. Bird, oltretutto, stava anche combattendo contro i problemi alla schiena e al tendine d’Achille: a causa del necessario recupero rapido, la sua dieta era essenzialmente formata da 7 Up e popcorn, motivo per il quale ha perso quasi 8 chili durante la stagione.


La media di età del quintetto titolare di Boston era di circa 31 anni, e solo Ainge era sotto i 30. Oltre a ciò, aggiungiamo il fatto che, a causa di 8 stagioni di successi (con 5 Finals e 7 Eastern Conference Finals disputate), il tempo di recupero in offseason si era ristretto sempre di più, mentre il carico di lavoro aumentava gradualmente. La media di età dei titolari di Detroit, invece, era di 27 anni, e Dantley, 31enne, era il più anziano, mentre due delle migliori riserve dei Pistons erano rookie.


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FOTO: NBA.com

Non dimentichiamo, poi, che Gara 7 era l’ultima delle 14 partite giocate in 26 giorni contro avversari ottimi come Bucks e Pistons - il tutto nel mezzo di una calda primavera che ha minacciato lo stato di salute degli atleti al Boston Garden, vecchio di 60 anni e senza aria condizionata.


Detroit, prima delle Finali di Conference, aveva vinto 3-0 contro Washington ed eliminato Atlanta 4-1 al secondo turno. Boston era arrivata prima ad Est, ma Detroit era decisamente più riposata.


Questi fattori, però, non sono stati presi in considerazione su NBA TV, forse per un astio maturato nei confronti di quei Celtics, "troppo" vincenti. Ai tempi, moltissimi tifavano per gli avversari di Boston, chiunque essi fossero.


Come già detto, la dura collisione tra Dantley e Johnson è stata ripetutamente utilizzata come fattore determinante da Thomas e, in minor misura, anche da Mahorn. Nessuno ha parlato del fatto che i due si siano scontrati fortuitamente.


Alcuni anni fa avevo discusso online con un tifoso di Detroit che sosteneva che il tutto fosse avvenuto a causa di una spinta di McHale; fortunatamente sono riuscito a convincerlo che i due non erano stati toccati da nessuno prima che le loro teste si scontrassero.


In tutta la mia vita cestistica non ho mai visto due giocatori della stessa squadra finire in questo modo per una palla vagante. C’è stata fortuna, sicuramente, ma uno dei motivi che potrebbe spiegare l'accaduto è che i Pistons erano molto, molto aggressivi come squadra. E una squadra che gioca in questo modo, specialmente in difesa, è più incline a incorrere in incidenti del genere. E teniamo a mente, poi, la quantità di infortuni dei Celtics (ricordando, tra l'altro, anche Len Bias, seconda scelta assoluta di Boston durante il Draft dell'anno prima, morto dopo pochi giorni).


Per Thomas l’incidente fu davvero negativo? Forse.

Infatti, ad Isiah non piaceva per niente giocare insieme a Dantley, in quanto troppo tendente agli isolamenti in attacco. Si dice che Thomas, durante la stagione successiva, fu d'aiuto per imbastire lo scambio che lo portò a Dallas in cambio di Mark Aguirre. Al primo incontro tra le due squadre dopo lo scambio, Dantley chiamò Thomas e gli disse nell’orecchio che non avrebbe mai dimenticato questa mossa, che gli sarebbe costata un paio di anelli.


Nel 1986, durante un'intervista per CBS con Tom Heinsohn, Thomas disse, ridendo:

“Non possiamo battere Boston basandoci sul talento… per vincere dobbiamo essere fortunati. Quale tipo di fortuna intendo? Un infortunio di un loro giocatore”.

Anche in questo caso, così come è successo su NBA TV, la tendenza di Isiah di fare tira e molla con la verità si è messa in mostra...


Thomas e Mahorn hanno anche dichiarato che, senza Dantley, si era creato un quintetto con giocatori che “non si erano MAI allenati insieme”, e che Detroit stava usando la second unit, nonostante le loro tre migliori riserve fossero semi-titolari. Questa esagerazione appare ancor più ridicola considerando che i Pistons spesso giocavano con tre titolari in campo: Thomas e Joe Dumars come guardie, e Mahorn o Bill Laimbeer. Potevano poi contare su due fenomeni difensivi in panchina, John Salley e Dennis Rodman, entrambi rookie spesso presenti in campo nei finali di partita, secondo le decisioni di coach Chuck Daly. E se Detroit non si è mai allenata con quel quintetto... di chi è la colpa? Parliamo di oltre 100 partite e un numero anche maggiore di allenamenti nel corso di una stagione NBA, e mi è difficile immaginare che questi ragazzi non abbiano “mai” giocato insieme, specialmente con un coach come Daly, un vincente a partire da quando allenava a livello di high school e college.


Con i suoi commenti, spesso errati ma mai corretti da Winer, Thomas voleva probabilmente suscistare un po’ di compassione a causa della perdita di Dantley, senza però considerare che Rodman era già al tempo un difensore e un rimbalzista estremamente più valido. Atteggiamenti da sociopatico, direbbero gli psicologi, o sicuramente da persona poco affidabile.


Le proteste, poi, sono arrivate anche da Mahorn in prima persona, lamentatosi di un fallo ingiustamente fischiato contro McHale durante una schiacciata. Con la sua fisicità e la sua cattiveria, però, credo che avesse probabilmente commesso altri 20-25 falli a partita non fischiati, in quella serie.


Come Bird avrebbe fatto notare in seguito, Detroit e Mahorn erano conosciuti per fare “doppi falli”: dopo un fischio per una dura infrazione, il giocatore che commetteva il fallo o un suo compagno aggiungeva alla dose un altro colpo, senza ricevere penalità. È successo anche allo stesso Bird, con Mahorn e Thomas contro di lui.


Durante un’azione Bird aiutò in difesa, restando verticale, e Isiah gli diede una gomitata, ma l’arbitrò assegnò il fallo in difesa e concesse i liberi ai Pistons, tre le inutili le proteste di Larry. Ovviamente, questo episodio chiaramente intenzionale non è stato menzionato durante lo show su NBA TV.

Isiah Thomas Larry Bird Detroit Pistons Boston Celtics nba Around the game
FOTO: NBA.com

Inoltre, commentando un altro frangente discutibile, Thomas ha descritto un suo duro colpo a Danny Ainge come “accidentale”, frutto di un disperato tentativo di rubare palla nel finale. In realtà, Ainge era di schiena a Thomas, e fu molto sorpreso del violento colpo subito. La guardia dei Celtics, zoppicante, si diresse verso la lunetta per segnare i due liberi decisivi; nel frattempo, un recidivo Thomas usciva dal campo, avendo commesso il sesto fallo. Un’uscita di scena decisamente poco sportiva, che oggi gli sarebbe costata un flagrant.


Anche Mahorn ha affermato che il colpo à la Jack Tatum era sembrato intenzionale. “Ti conosco”, ha detto a Thomas durante la trasmissione, ridendo...


È stato poi Rick stesso a chiedere ad Isiah se quello scontro rappresentasse una vendetta, visto che Ainge, poco prima, l’aveva trattenuto intenzionalmente per interrompere un suo contropiede. E lo stesso Ainge, poco dopo, schivò anche un altro potenziale colpo duro di Thomas.


Ovviamente, comunque, Isiah non ha risposto alla provocazione di Mahorn, visto che era evidente che il colpo fosse intenzionale.


Una giocata che indirizzò la gara verso i Celtics fu sicuramente l’azione dei 5 rimbalzi offensivi presi da Boston nel quarto quarto, terminata con una tripla di Ainge dall’angolo sinistro. Anche Thomas, 30 anni dopo, si è trovato d’accordo:

“Quello è stato il miglior tiro e la miglior giocata della serie. Se avessero sbagliato quella tripla e avessimo segnato noi subito dopo, penso che avremmo vinto la serie”.

Cosa penso? Che, ovviamente, questa dichiarazione è anche frutto della volontà di Thomas di minimizzare l'effetto della sua storica palla persa nel finale di Gara 5, quando Bird rubò miracolosamente la palla e passò a Dennis Johnson, che segnò il layup decisivo lasciando un secondo sul cronometro e portando Boston sul 3-2 nella serie. Una rubata di portata enorme, una delle giocate clutch migliori di sempre, causata proprio da un madornale errore di Thomas, mentre coach Daly voleva disperatamente chiamare timeout.


Qualche anno dopo Thomas spiegò che, dopo la giocata, Bird si girò verso di lui con un ghigno. In realtà i due nemmeno si guardarono in faccia. Solo una delle sue tante bugie per suscitare un po’ di compassione.



Sempre riguardo a Bird, oltretutto, un suo tiro cruciale verso la fine di Gara 7 è stato a malapena menzionato. “Niente male”, ha commentato McHale, strappando un sorriso a Mahorn.


Dopo 13 anni, nel 2000, Thomas rimpiazzò Bird sulla panchina degli Indiana Pacers, senza mai vincere una serie di Playoffs pur avendo preso in mano una squadra ricca di talento, che pochi mesi prima aveva partecipato alle NBA Finals. Quando poi Bird tornò ai Pacers come GM, uno dei suoi primi provvedimenti fu quello di licenziare Thomas e assumere Rick Carlisle, rivelatosi poi un migliore allenatore.


Anche come General Manager (ruolo ricoperto ai Knicks, Pacers e Raptors), Thomas ha fatto molta fatica in NBA. E ha inoltre lavorato come commissioner della Continental Basketball Association (CBA), lega di pallacanestro americana minore, portandola però al fallimento e condannando molti lavoratori.


Fallimenti non ne sono mancati nemmeno durante il periodo con i Knicks (in cui ha anche dovuto affrontare un processo per molestie sessuali).


Una personalità difficile, insomma, che ha contribuito, tra le altre cose, a sviluppare un pessimo rapporto tra lui e Magic Johnson: dal 1991, anno in cui Johnson rese pubblica la notizia della sua sieropositività, Thomas ha infatti alimentato inspiegabilmente vari rumors che affermavano che Earvin fosse omosessuale. I due, pubblicamente, sono tornati amici, ma in realtà sono sempre stati distanti.


Un’altra affermazione discutibile è quella riguardo alla statura dei suoi principali avversari: Thomas crede infatti che se Bird, Johnson e Jordan fossero alti 185 centimetri, come lui, non ci sarebbe storia.


È anche vero che Thomas ha battuto i suoi maggiori avversari ai Playoffs, ma non sempre: la storia recita infatti un 3-1 contro i Bulls di Jordan e un 1-1 contro Magic e i suoi Lakers. Contro Boston siamo sul 3-2, ma come consideriamo la sfida nei Playoffs del 1989, in cui Bird non ha mai giocato a causa dell’infortunio al tendine d’Achille?


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FOTO: NBA.com

Ironicamente, è stato proprio un infortunio al tendine d’Achille a far terminare la carriera di Thomas, quando sembrava destinato ai Knicks di Pat Riley, dove avrebbe di certo giocato un ruolo determinante nelle Finali del 1994 per inseguire il titolo insieme a New York, che ancora oggi manca dal 1973.


La sorte, per Bird, è stata leggermente più clemente: nel 1990, infatti, ha vinto il Comeback Player of the Year e ha giocato per altri 3 anni, nonostante i costanti problemi alla schiena. E Thomas ha addirittura ammesso che sia stato il miglior giocatore negli Anni ’80, anche davanti a sé stesso, oltre a Jordan e Johnson.


La vicenda che ha reso maggiormente discutibile Thomas è stata però quella del rifiuto di stringere la mano ai Bulls dopo il 4-0 subito nelle Finali di Conference del 1991, serie che ha spento definitivamente la dinastia dei 2 volte campioni NBA e 3 volte finalisti. In quell'occasione lui e gli altri Bad Boys , prima del suono della sirena, si alzarono dalla panchina dirigendosi verso gli spogliatoi del Palace.


Thomas si è difeso affermando che anche i Celtics, dopo la sconfitta in Gara 6 nel 1988, fecero lo stesso, ma giocavano in trasferta. E la possibilità di essere feriti dai tifosi, 38.912 in totale, era piuttosto alta. L’atmosfera dei Playoffs a Detroit, durante quegli anni, faceva infatti sembrare l’evento un incontro di WWE.


A difesa di quanto detto in precedenza, inoltre, McHale, strinse le mani agli avversari una volta entrato nel tunnel degli spogliatoi. Lui e Thomas erano stati anche compagni di squadra ai giochi panamericani del 1979 a Porto Rico, nella squadra allenata da Bob Knight, e si erano affrontati al Big Ten Tournament, giocando rispettivamente per Minnesota e Indiana nel 1980.



Tutte le vicende qui descritte hanno di certo contribuito all’esclusione di Thomas dal Dream Team alle Olimpiadi 1992 (allenato proprio da Daly), dove invece Bird, Jordan e Johnson sono stati i protagonisti. Sarà forse stata anche volontà di Daly stesso?


La tendenza a considerarlo poco affidabile, senz'altro, ha fatto sì che Thomas si spingesse oltre i suoi limiti, riuscendo sempre a cavarsela con un occhiolino e un sorriso stampati su quella faccia angelica e giovanile. La sua grandezza, unita alla popolarità di cui godeva, gli ha anche permesso di andare avanti nonostante i suoi lati oscuri. E tutto si concludeva con battute e risatine, affiancate da un talento spettacolare e un livello altissimo di gioco nei momenti decisivi.


La verità è che, nel 1987, un gran giocatore come Isiah non era abituato a essere sconfitto e non poteva capirlo, né accettarlo. I grandi giocatori hanno grandi quantità di ego e ostinazione, ma lui, nonostante la sua grandezza non si possa mettere in dubbio, non è riuscito a comprendere a pieno la profondità e lo spessore del gioco di Bird, più maturo anche e soprattutto sul piano psicologico rispetto a Thomas.


Ma soprattutto, Isiah non ha capito che un grande giocatore preso singolarmente lo è ancor di più se impara a rendere migliori i compagni attorno a lui, un’abilità rara che un giocatore come Bird, più umile, ha saputo fare sua.


E 33 anni dopo, su NBA TV, Thomas ha ancora cercato scuse e detto delle bugie.