• Nicola Ripari

L'evoluzione di Carmelo Anthony dai Nuggets ai Knicks


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Questo articolo, scritto da Sid Mohapatra per The Basketball Writers e tradotto in italiano da Nicola Ripari per Around the Game, è stato pubblicato in data 14 maggio 2020.



Carmelo Anthony ha raggiunto molti obiettivi durante la sua carriera. È stato Campione NCAA con gli “Orange” di Syracuse, 10 volte NBA All-Star, miglior realizzatore della stagione 2013 e pluri-medagliato alle Olimpiadi.


La critica, tuttavia, è sempre stata molto insistente nel porre l’accento sui lati negativi del suo gioco e sulla sua incapacità di adattamento all'evoluzione della NBA. Ho analizzato attentamente i suoi dati durante le diverse stagioni e mi sono reso conto che Melo si è adattato al Gioco più di quanto generalmente si creda.


Nonostante le sue statistiche non siano cambiate più di tanto durante le diverse stagioni, un sottile, ma importante cambio di stile era già presente all’epoca del suo passaggio dai Nuggets ai Knicks, nella stagione 2010/11.


Per fare la comparazione, ho scelto le due migliori annate di Anthony in termini di successo di squadra: la stagione 2008/09, durante la quale Anthony condusse i Nuggets alle Finali di Conference, e la stagione 2012/13, durante la quale si rese protagonista, insieme ai Knicks, fino al secondo turno nei Playoffs.



2008/09 - DENVER NUGGETS


Dal preciso istante in cui i Nuggets hanno selezionato Carmelo Anthony alla terza posizione del Draft 2003, non ci sono stati né dubbi né ripensamenti: Melo è diventato immediatamente il volto della franchigia.


Dimostrando una maturità atipica per un ragazzo di quell’età, Melo ha portato in dote un gioco in uno contro uno di livello elitario, supportato da un impeccabile lavoro di piedi e da un invidiabile gioco in post. Troppo alto e forte per essere difeso da un’ala piccola standard, troppo agile e veloce per difensori più grossi, Melo rappresentava una minaccia tutte le volte che si trovava sul campo.


I risultati non tardarono ad arrivare. Grazie ad Anthony, i Nuggets si qualificarono nuovamente ai Playoffs dopo un digiuno che durava dalla stagione 1994/95, facendo registrare un record di 43 vittorie e 39 sconfitte.



Durante l’era Anthony (7 anni e mezzo), i Nuggets non hanno mai fallito l’appuntamento con la post-season, nonostante non siano mai stati veramente in lizza per vincere il titolo. Nel tentativo di rendersi competitivi per arrivare all’anello, hanno cercato di costruire più squadre intorno a Melo, arrivando anche ad affiancargli un giocatore come Allen Iverson.


Il duo composto da Anthony e Iverson è stato molto divertente da vedere, ma lo status di squadra candidata alla vittoria finale è stato una chimera fino alla stagione 2008/09. Durante quella stagione, dopo solo quattro partite di Regular Season (con un record di 1-3), il management dei Nuggets decise di imbastire una trade con la quale mandò Allen Iverson ai Detroit Pistons in cambio di “Mr. Big Shot” Chauncey Billups e Antonio McDyess, alla sua terza esperienza con la franchigia del Colorado.


La speranza della dirigenza dei Nuggets era quella che un giocatore come Billups, un campione affermato, potesse portare quell’esperienza e quella leadership necessarie per ambire all’anello; e che il suo stile di gioco si accordasse con quelli di Melo e JR Smith. Qual è stata la risposta della squadra? Una Regular Season terminata con un record di 54-28 (secondo posto nella Western Conference).


La magia di quell’annata non si fermò alla Regular Season, infatti i Nuggets riuscirono ad eliminare sia i New Orelans Hornets sia i Dallas Mavericks (4-1 in entrambi i turni), salvo poi soccombere di fronte ai futuri campioni, i Los Angeles Lakers.


Anthony è stato senza dubbio il leader di quella squadra, il cui successo, però, è da far risalire soprattutto alle abilità e alla capacità di gestire la pressione di Billups e alla presenza fisica (con giocatori come Nene, Chris Andersen e Keyon Martin): questi sono stati i veri motivi che hanno spinto i Nuggets così vicini al titolo.


Le medie di Anthony di quell’anno sono state: 22.8 punti, 6.8 rimbalzi, 3.4 assists, 1.1 steals, con una percentuale di tiro dal campo del 44.3% e il 37.1% da tre.



2012/13 - NEW YORK KNICKS


I Knicks hanno avuto enormi difficoltà per gran parte degli anni 2000. L’unico risultato che sono riusciti a conseguire è stato un viaggio, seppur breve, ai Playoffs della stagione 2004, prima di inanellare una lunga serie di sconfitte caratterizzate da controversie, cattiva gestione e un ricambio continuo di manager, allenatori e giocatori. Hanno dovuto attendere la fine della prima decade degli anni 2000 e la presidenza di Donnie Walsh, per assistere a un primo vero tentativo di rebuild della squadra.


Grazie a un insieme di movimenti, inclusi gli scambi e la free agency, i Knicks sono stati in grado di assemblare una squadra costituita da superstars e veterani, con nomi come Carmelo Anthony, Amare' Stoudemire e Tyson Chandler, oltre alle guardie JR Smith e Jason Kidd.


Inoltre, per l’inizio della stagione 2012/13, il roster fu completato con l’allestimento di una panchina costituita da veterani come Kurt Thomas, Marcus Camby, Rasheed Wallace e Kenyon Martin (firmato con un 10-day contract).


Stoudemire, spesso infortunato, lasciò la leadership ad Anthony (entrato nel suo prime), che si rese protagonista di una delle migliori annate della sua carriera, conducendo i Knicks a 54 vittorie in stagione (secondo posto nella Conference) - tutt'ora il record di franchigia nel nuovo millennio.


I Knicks riuscirono a superare il primo turno dei Playoffs per la prima volta dalla stagione 1999/00, riuscendo a battere i Celtics in sei gare, salvo poi arrendersi di fronte a Paul George e ai Pacers nel secondo round.


Le medie di Anthony di quella stagione: 28.7 punti (leader della Lega per punti realizzati), 6.9 rimbalzi, 2.6 assists, 0.8 steals, con una percentuale di tiro dal campo del 44.9% e il 37.1% da dietro l’arco.





Il tempismo del trasferimento di Carmelo Anthony ai New York Knicks era stato perfetto. Insoddisfatto e frustrato a Denver, Melo era alla ricerca di un nuovo inizio e aveva più volte detto, anche pubblicamente, di volere una trade, in direzione Nets o Knicks.


Se si comparano i numeri di Anthony nella stagione 2003/04 a quelli della stagione 2012/13, a prima vista non sembrano essere molto differenti (eccezion fatta per il dato dei punti realizzati). Tuttavia, a uno sguardo più approfondito il cambiamento del gioco di Melo risulta evidente.


Secondo NBA Advanced Stats, durante gli anni ai Nuggets, il grosso dei tiri di Anthony proveniva da una distanza entro gli 8 piedi dal canestro (494 tentativi, con una percentuale di conversione del 53.4%). In seconda posizione, vi erano i tiri presi tra i 16 e i 24 piedi dal canestro (353 tentativi, 40.2 %). Durante la stagione 2008/09, Melo tentò solamente 167 tiri da tre, realizzandone 63 (37.1%).


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Durante la sua migliore stagione ai Knicks, Melo ha proseguito a prendersi molti tiri entro gli 8 piedi dal canestro (473 tentativi, 51.6%). Tuttavia, a differenza della stagione 2003/04, la maggior parte dei punti realizzati restanti proveniva da tiri realizzati da dietro l’arco (408 tentativi, 38.5%) e solo successivamente vi erano i tiri presi tra i 16 e i 24 piedi dal canestro.


Tutto questo, sostanzialmente, si traduceva in 6.2 triple tentate a partita: più del doppio di quelle tentate a Denver (2.6 tentativi). Fresco dall’esperienza olimpica del 2012, Anthony si stava avvicinando a un modello di giocatore più perimetrale.


Secondo molti, la transizione era dovuta principalmente a un declino fisico di Melo. Tuttavia, nel 2012 Anthony era ancora nel suo prime. Vale quindi la pena chiedersi se il suo cambiamento, in linea con l'evoluzione del gioco, fosse più proattivo che reattivo.


C'era anche un’altra ragione legata al cambio di Melo: la composizione della sua squadra.


A Denver, Anthony giocava vicino a Nene, Kenyon Martin e Chris Andersen. I tre occupavano prevalentemente i mezzi angoli e il gomito, e non avevano compiti offensivi di creazione di gioco. I Nuggets facevano affidamento su Anthony per acquisire vantaggio vicino a canestro e liberare lo spazio per tiratori come Smith e Billups.


A New York, invece, Anthony semplicemente non ha dovuto fare affidamento così tanto sul post, perché ha potuto contare su giocatori come Stoudemire, Chandler, Wallace, Camby e Thomas. Gli era richiesto altro in attacco e forse, in quel frangente, Carmelo è stato in grado di cambiare il suo gioco, quando ce n'era bisogno - al contrario di quanto si è sostenuto.


Ma quindi, quale versione di Melo è stata più congeniale per la sua squadra? Per rispondere a questa domanda devo fare ricorso a una statistica, il win-share: una statistica che fornisce una stima di quante vittorie sono collegate al contributo di un singolo giocatore, durante l’arco di una stagione.


Secondo Basketball Reference, durante la stagione 2008/09 a Denver, la percentuale di utilizzo di Anthony era la più alta della squadra (31.5%) ma la sua win-share solo quinta (5.0). A New York, invece, i due dati si sono uniformati e Melo era primo sia in percentuale di utilizzo (35.6 %) sia in win-share (9.5).


Si potrebbe affermare con buona certezza che, dal punto di vista individuale, la miglior annata di Melo a New York è stata superiore alla stagione più produttiva a Denver. Ma come si comportano i numeri se nell’analisi si vanno a coinvolgere le squadre nel loro complesso?


Nell’arco di otto stagioni ai Nuggets, Melo ha fatto registrare 24.8 punti a partita, 6.3 rimbalzi, 3.1 assist e 1.1 steals, con una percentuale dal campo di 45.9% (31.1% dalla linea dei tre punti). Ha contribuito con una win-share di 53.5 (su un totale di 564 partite).


In sei stagioni e mezzo a New York, Anthony ha fatto registrare 24.7 punti, 7.0 rimbalzi, 3.2 assist e 1.0 steals, con una percentuale di tiro del 44.3% (36.9% da dietro l’arco). In 412 partite con la franchigia, ha contribuito con una win-share di 43.6 partite.



Con una maturità di gioco decisamente più avanzata e con un arsenale molto più completo, si può affermare che Melo abbia giocato il suo miglior basket a New York. Il che, però, non significa che New York abbia avuto più successo di Denver. I Nuggets con lui hanno sempre centrato la qualificazione alla post-season, mentre i Knicks sono andati ai Playoffs solo tre volte.


I Knicks avrebbero potuto allestire una squadra più congeniale per Melo, in quegli anni? Sicuramente.


E quanto allo scambio che lo ha portato a New York, molto si è detto sulla sua scelta di richiedere subito la trade a Denver, causando problemi di profondità al roster dei Knicks. Avrebbe potuto aspettare qualche mese ed entrare nella free agency. Ma questa è un'altra storia.