• davidetonoletti98

L’intervista: Derek Willis, una storia d’America che sogna l’NBA da Brindisi


Derek Willis, 25 anni

Zoom sulla spalla sinistra, copricapo Arapaho a canestro. Mentre il suo vecchio compagno di college, Bam Adebayo, si giocava le Finals, lui batteva Carlos Delfino e Milos Teodosic. Sprazzi di NBA in Italia.


Derek Willis ci deve ancora arrivare, nella lega più ambita del mondo. Ma dopo quattro anni di NCAA e due stagioni in Germania, la tappa del presente si chiama New Basket Brindisi, squadra in scia di Milano, da rinnovata outsider della nostra Serie A. Dove l’ala grande di Louisville si è subito fatta notare: domina sotto le plance, spara da tre, ha pure doti da assistman.


E poi ci sono quei tatuaggi da nativo americano, che su un parquet di pallacanestro sono una rarità. Eppure per Derek, nell’anno dell’NBA a trazione Black Lives Matter, le origini sono ricchezza intima più che occasione di rivalsa sociale.


La storia di Willis ha già assaggiato il grande basket – davanti a 72mila spettatori – e ora è nel pieno del giro del mondo che fa rotta verso l’NBA. Tutto ebbe inizio 25 anni fa, negli antichi territori di caccia dei suoi avi.



Facciamo un salto a ovest: Wind River Indian Reservation, Wyoming.


La terra di mia madre. Lei appartiene a tre tribù native: Southern Arapaho, Creek e Pawnee. All’inizio della mia vita ero in Kentucky con mio padre, ma ogni anno tornavo in quelle zone per partecipare ai campus estivi.



Avvicinandoti anche alla pallacanestro.


E alle origini della mia famiglia. Crescendo ho iniziato a interessarmene sempre di più, fino a trasferirmi nella riserva con mia madre. Spazi vasti, lontano dalla quotidianità e dai ritmi della città: una grande esperienza di vita.



Oggi la porti sulla pelle.


Di tatuaggi ormai ne ho davvero tanti. Ma sono particolarmente legato a quello sul mio braccio sinistro: noi lo chiamiamo "dreamcatcher", acchiappasogni. È un elemento tipico delle mie tribù. Mi aiuta a dormire bene, a lasciare alle spalle i brutti pensieri.




È mai stato un problema, agli inizi della tua carriera, essere un orgoglioso nativo americano?


No, non direi proprio che oggi ci siano pregiudizi o roba del genere. Ho fatto il mio percorso. Da ragazzino poi sono tornato dalle parti di Louisville per vivere tutti insieme in famiglia. Fino al college.



E ai Kentucky Wildcats, dal 2013 al 2017: la svolta.


La cosa più dura che abbia mai fatto nella mia vita. Non avete idea degli allenamenti di coach John Calipari: un’intensità incredibile, ogni giorno e in ogni momento. È il suo modo per indirizzare la squadra verso l’obiettivo. Pretendendo il massimo, non solo in partita, da ogni singolo giocatore.



Ne sono passati di campioni: prima di Adebayo anche Jamal Murray, Booker, KAT.


E infatti all’inizio non giocavo molto. È stata una sfida con me stesso: il percorso mi ha portato a crescere e quando ho lasciato il college per la G League nel 2017 ero diventato uno dei migliori della squadra.




Nelle Final Four perse nel 2015, a Indianapolis, non eri sceso in campo. In ogni caso, l’ultimo atto di NCAA ogni anno attira oltre 70mila persone.


Il basket universitario americano è un’esperienza di vita, prima che di sport. Ti forma e ti rimane dentro. C’è una passione unica, difficile da far capire a chi non l’ha mai vissuta. In ogni angolo della strada si parla di pallacanestro: vale per i Wildcats, come per tutte le altre 67 squadre che compongono l’associazione.



Soprattutto a livello giovanile, altra musica in Europa...


Vi dirò: la qualità e il calore dei tifosi che ho trovato nella città di Brindisi - nonostante le difficoltà portate dal coronavirus - sono paragonabili a quelle del Kentucky. Quello che cambia ovviamente è l’ordine di grandezza: i numeri, sia per quanto riguarda gli appassionati che il volume d’affari, negli States fanno la differenza.



Dopo Gottingen e Ulm, hai scelto Brindisi: ti mancava il colore dei Wildcats?


È stato tutto molto naturale. Ho parlato con coach Vitucci, l’organizzazione della società mi ha convinto e ho scelto la soluzione migliore per la mia famiglia e il prosieguo della mia carriera. Ho capito che qui avrei potuto avere un’occasione importante.




Più che prendere le misure alla Serie A, finora è la Serie A che sembra dover prendere le misure a Willis. E al ruolo che gli riserva Vitucci: l’apice contro la Virtus Bologna, tripla doppia sfiorata (14-10-9). Che tipo di giocatore sei?


Faccio tutto ciò che può essere utile alla mia squadra per vincere. Difesa, rimbalzi, assist: non solo il tiro da tre, che è sempre stato un mio punto forte. Anche se negli ultimi tempi non ho grandi percentuali da fuori e voglio crescere ancora. Posso tirare meglio, continuando a dare un apporto solido sotto canestro. Ma devo migliorare in tutto. A partire dalla fase difensiva e da alcune amnesie sui tagli, in marcatura. Voglio essere un giocatore completo.



Si dice che il dreamcatcher scacci via gli incubi e trattenga i sogni più significativi. Il tuo qual è?


Oggi sono concentrato sul presente, penso solo a fare bene con Brindisi: in questa stagione possiamo toglierci delle soddisfazioni importanti. Ma il mio grande sogno è sempre stato l’NBA. Ho 25 anni e farò di tutto per giocarmi le mie carte fino in fondo.



Oltre i tatuaggi: quando scendi in campo c’è un valore aggiunto che ti accompagna dai tuoi anni nella riserva?


La saggezza. E anche questa me la sono cucita addosso, sul petto: un teschio di zucchero (o Calavera, dal Messico alle Grandi Pianure, ndr) circondato da un grande gufo con le ali spiegate e le piume molto rimarcate. Nella mia tribù è un’altra immagine dal forte valore simbolico, che racchiude la maturità e il buonsenso. Per l’uomo in primis e per il giocatore in seguito. Non mi abbandona mai: è fondamentale raggiungere un giusto equilibrio. In qualsiasi parte del mondo, o del parquet, tu ti possa ritrovare.