• Luca Losa

L’intervista: Derrick Rose e il suo ruolo da veterano

Dieci stagioni fa era l’MVP della Lega. Ora, il rispetto nei suoi confronti e una nuova generazione di point guard lo spingono a continuare.


FOTO: Hoops Habit

Questo articolo, scritto da Eric Woodyard per The Undefeated e tradotto in italiano da Luca Losa per Around the Game, è stato pubblicato in data 10 dicembre 2020.



La più alta scelta al Draft che si è vista a Detroit nell’ultima decade ha catturato le attenzioni dei presenti al primo allenamento di gruppo al centro intitolato a Henry Ford. La settima scelta assoluta Killian Hayes ha segnato a ripetizione e stoppato ben 4 tiri, con coach Dwane Casey che gli ha lasciato in mano, dal giorno uno, le redini della squadra.


Tuttavia, alla fine della fiera, in quell’allenamento Hayes è stato portato a scuola. Derrick Rose, l’ex MVP, a fine allenamento ha fatto notare un paio di aspetti al nuovo arrivato francese.


“Sono un rookie. Sono nuovo in questa Lega. Lui invece è in giro da tempo, sa come funziona l'NBA e quindi gli chiedo tante cose”, ha raccontato l’ex Cholet. “A fine allenamento parliamo ancora del gioco e di tutto quello che ne è collegato. È stupendo avere una persona come D-Rose al mio fianco che mi aiuta.”


Dieci stagioni fa, un 22enne Derrick Rose divenne il più giovane MVP nella storia della Lega. Ora, con 10 anni in più sul groppone, Rose è entrato nella fase da mentore della sua carriera.


“È magnifico” - ha detto il rookie Isaiah Stewart della presenza di Rose in squadra. “È stato uno dei compagni con cui ho parlato di più. Gli ho fatto un sacco di domande, voglio rubargli i suoi segreti... conosce il Gioco come pochi.”


Rose è andato incontro a tanti alti e bassi nei suoi 12 anni di NBA.


La sua ascesa folgorante lo rese da subito la faccia della franchigia nella sua città natale. I suoi highlights lasciavano a bocca aperta i tifosi e hanno ispirato le generazioni più giovani. Tuttavia, molteplici infortuni e problemi personali hanno negativamente influenzato la sua carriera. Tra i quali, anche una causa civile che lo vedeva accusato insieme a due amici di stupro nei confronti dell’ex fidanzata nel 2013. Nel 2016 una corte federale ha dichiarato Rose e i suoi amici non perseguibili.


Nelle ultime nove stagioni, D-Rose ha giocato in cinque squadre - Bulls, i Knicks, Cavs, Timberwolves e Pistons - per un totale di 356 partite. Per dare un’idea dei suddetti problemi, nelle prime tre stagioni ha giocato 240 delle 246 partite disputate dal suo tem, e nel suo terzo anno venne appunto premiato come MVP.

“La gente mi etichetta come il più grande 'what if' di sempre. Io guardo alla mia carriera da un’altra prospettiva, diametralmente opposta. Se non avessi passato quello che ho passato, non sarei quello che sono ora, non avrei che appena grattato la superficie della mia vera essenza.

Ha raccontato il veterano a The Undefeated.

“Non c’è niente di male nel seguire il proprio sogno, e non sto cercando di parlare male di nessuno; ma, nel mio caso, ho dovuto veramente capire chi fossi e il mio percorso è stato difficile, il mio percorso è stato dolore, ma per ognuno è differente e io sono riuscito a uscirne.”

Rose ha detto di aver passato il tempo durante la pandemia tra Michigan e Illinois, con la famiglia. Mentre gli allenamenti erano frequenti, ha anche letto molti libri, giocato a scacchi e meditato.

“Ho provato a elevarmi. Mi ha dato una via più chiara di vedere le cose.”

L’attuale #25 dei Pistons ha detto pure di essere arrivato alla consapevolezza che la durezza di Chi-Town lo ha sicuramente aiutato a diventare la superstar che era, ma, allo stesso tempo, gli ha anche causato traumi infantili. Paragona la sua gioventù con quella di uno dei migliori boxer di sempre, Mike Tyson, che venne fuori dal Brownsville, quartiere di Brooklyn, New York, per poi diventare campione dei pesi massimi a soli 20 anni nel 1986.

“Quando arrivi da un ambiente come quello, la gente non ti tira su dicendoti di andare a scuola, di studiare. Te lo posso garantire, non è stato cresciuto così. Ovviamente, in altre case, in altri contesti, l’educazione è parte fondamentale della crescita di un ragazzino. Io sto tirando su mio figlio in primo luogo come studente. Lo cresco come studente. Per Mike non è stato così. Per me non è stato così. Non eravamo tirati su, cresciuti per andare a scuola, ma per fare qualcos’altro. E la gente solitamente ci mette poco ad attaccarti certe etichette addosso. Ma la realtà è che noi proviamo solo a uscire da una situazione difficile e l’unica via è quella. La gente non sa tutto quello che passiamo. Allo stesso tempo, però, perdi tutto quello che dovresti ricevere da un’infanzia normale all’insegna della scuola, dell’educazione, dell’imparare a usare la tua testa. Anche la vita sociale ne risente. Io, per esempio, sono un introverso. Non lo sapevo fino a quando avevo 22 anni. Attorno ai 20 anni, mi chiedevo perché non avessi energie nello stare in una stanza piena di gente o in pubblico. E perché, anzi, le mie energie fossero prosciugate proprio per quello. Diventando più grande, imparando che per condizioni del genere c’è un termine e imparando in generale, ti rendi conto di quanto l’educazione sia importante. Capire tutto ciò è una benedizione.”

Rose ha affermato di aver ritrovato la felicità nell’ultima stagione a Detroit, nella quale ha fatto registrare la più alta percentuale dal campo in carriera, col 49%, mettendo assieme 18.1 punti di media in 50 partite, prevalentemente uscendo dalla panchina.


Casey sembra intenzionato a utilizzare il #25 nello stesso modo nella stagione che sta per iniziare, descrivendolo come “l’arma in più” di Detroit. L’ex allenatore dei Raptors non vede l’ora che il veterano passi la sua conoscenza del Gioco ad Hayes.“Hayes ha in Rose uno dei migliori insegnanti nella storia del Gioco, il che sicuramente è una buona cosa per lui.”


FOTO: Detroit News

Rose, nel frattempo, si dice grato della durata della sua carriera. Nella bubble di Orlando, Jamal Murray, guardia dei Nuggets, ha indossato un modello retrò delle prime Adidas a suo nome. Lo scorso 5 dicembre il marchio tedesco ne ha rilasciato l’undicesima edizione, le D-Rose 11, il che lo rende l’ottavo giocatore nella storia ad avere più di 10 scarpe da lui firmate con lo stesso marchio. È uno dei 5 giocatori attualmente in attività ad aver raggiunto tale traguardo, insieme a LeBron James, Carmelo Anthony, Kevin Durant e Chris Paul.


Cosa lo continua a spingere, dopo tutto questo trascorso in NBA? Il rispetto dei suoi colleghi e di una nuova generazione di point guard.

“Ti devi adattare. È per questo che tiro sempre in mezzo Kobe a riguardo. Lui si è sempre adattato. Studiava come il Gioco cambiasse, studiava come i più giovani giocassero. Tipo, ‘ah sì? Adesso fate tutti l’eurostep? Okay, allora aggiungerò l’eurostep al mio bagaglio tecnico’. Kobe non ha mai cambiato totalmente il suo gioco, ma ha costantemente aggiunto piccole cose a quelle che già sapeva fare. Ed è per questo che la sua carriera è stata così lunga e vincente per così tanto tempo.
Io provo a fare la stessa cosa. Guardo anche i più giovani, osservo attentamente i loro allenamenti. Lo faccio per vedere cosa c’è di nuovo”.