• Francesco Gottardi

L'intervista: Evoluzione Gallo, nel mondo di Danilo


FOTO: NBA.com


“Chi ha ordinato pollo fritto?”


Il fattorino del fast food che sorge proprio di fronte al Madison Square Garden entra nello spogliatoio alla fine del primo tempo. Come se niente fosse. Il compagno di Danilo, una guardia di una certa esperienza, si avventa sullo spuntino mentre coach D’Antoni prova a dare qualche indicazione per il seguito della gara.


Danilo resta di stucco. Benvenuto nella NBA. L’avventura di Danilo Gallinari nel campionato più bello del mondo è iniziata proprio così. E poco importa se poi sul parquet i fischi fossero tutti per lui. Succede quando sei l’ultimo arrivato.

Sono trascorsi dodici anni da quell’esordio traumatico. Molte cose sono cambiate, incluse le abitudini alimentari di certi professionisti strapagati. Allora Danilo era solo un talento esotico e un po’ sprovveduto. Questo pensava di lui la maggioranza della NBA. Tutti tranne uno. Un ragazzo che come lui, venuto dall’Italia, aveva dovuto affrontare lo scetticismo di un mondo che osserva chi proviene da oltreoceano, con molta diffidenza. Un certo Kobe Bryant, un amico che Danilo non sapeva neppure di avere.


Oggi il Gallo sorride disinvolto e si racconta durante un incontro “virtuale” (causa Covid-19) organizzato da AIPS Media. Rivive quegli esordi con ironia, mentre il ricordo di Kobe, gli provoca una fitta di malinconia. In oltre un’ora di conversazione, affiora il Danilo che ragiona un po’ da uomo d’affari e un po’ da sognatore. Realizzato. Analizza con lucidità il momento storico, la formidabile stagione che con gli Oklahoma City Thunder di Chris Paul stava vivendo, una favola spezzata dalla pandemia. Almeno per ora.


Ma andiamo per ordine.

Torniamo a quel brusco atterraggio nella NBA, Manhattan, una notte di giugno del 2008.





Cos'era successo?


Tutt’altro che facile, il mio impatto con i Knicks: la prima sera la folla intera mi riempì di fischi. Ero giovane ma lo sapevo, il mio agente mi aveva spiegato che questo era il trattamento riservato ai rookie della squadra quando non si trattava di una prima scelta al draft.



Welcome to New York.


Già. Ma tutto questo mi ha dato grande motivazione: volevo fare di tutto per trasformare i fischi in applausi. Penso di esserci riuscito, ma è stata dura. Specialmente per uno come me: all’epoca gli americani nutrivano molti pregiudizi nei confronti degli europei. Ci consideravano dei mollaccioni...



Come hai fatto a smentirli?


Ci fu una partita in particolare, contro i Boston Celtics, al Madison Square Garden. Parlo della squadra di Allen, Pierce. E Kevin Garnett, in marcatura su di me: un giocatore immenso, ma anche uno dei più grandi trash talker di tutta la Lega. Mi provocava, spalle in faccia. Dovevo rispondere e lo feci. Ma il pubblico rimase sbalordito: the young Italian vs KG? A fine gara tutti mi chiesero di quell’episodio, nessuna domanda sulla partita.



FOTO: The Press-Enterprise

Da una leggenda all’altra, nel 2008 con Kobe l’impatto fu tutt’altra musica.


Era straordinario. Mi ha aiutato molto da subito, con lui l’italiano era un punto a favore e dunque aveva piacere a parlare con me. Avevo 19 anni: eppure lui già sapeva di me molto più di quanto io conoscessi lui. Questo rende bene l’idea della sua eccezionale mentalità. Poi sul parquet, in quella stessa stagione, non fu altrettanto gentile: ero in campo contro di lui quando mise a referto 61 punti al Garden. Lì per lì è stata dura, oggi invece mi ritengo fortunato di essere stato testimone di uno dei momenti più grandi della storia della pallacanestro.



Si fa ancora fatica a credere.


Quando accadono queste tragedie, all’inizio vuoi solo convincerti che non sia vero. Per una settimana intera non ho voluto parlare con nessuno tranne la mia famiglia. Poi ho realizzato. Ma il 26 gennaio rimane un giorno terribilmente triste.



Dopo tutti questi anni, qual è la caratteristica dell’NBA che ti ha sorpreso di più?


Non mi sarei mai aspettato quanto fosse business-oriented: noi giocatori siamo numeri, prima che persone. Legate a Danilo Gallinari ci sono certe statistiche, che determinano in quale squadra giocare e il mio stipendio. Queste cifre si aggiornano anno dopo anno, formando un enorme database per ogni giocatore: per una franchigia basta consultarlo come un catalogo e il gioco è fatto. Così si crea inevitabilmente un ambiente egoista, dove molti giocatori pensano più ai risultati personali che a quelli di squadra. Mentalità e leadership diventano valori importanti nella seconda parte di carriera. E un buon agente può fare la differenza, soprattutto se non sei un top player. Ma ricorda: no stats, no contract.



Il rapporto con i media invece come lo gestisci?


Mio nonno diceva sempre di guardarsi da tre categorie di persone: dottori, avvocati e giornalisti. Quindi all’inizio sono sempre stato sulla difensiva. L’NBA aiuta a relazionarti con l’ambiente grazie al Rookie Transition Program. Ma New York è un mondo a parte, forse solo Los Angeles ha altrettanta pressione mediatica: decine di giornalisti ad ogni conferenza stampa, sempre pronti a cercare una storia che ti metta in cattiva luce. Ti chiedono perché hai sbagliato quel tiro, mai come hai fatto a segnare quell’altro. È un terreno difficile. Ma come giocatori siamo tenuti a saperci convivere e non scivolare.



Alla Chesapeake Arena di Oklahoma, lo scorso 11 marzo, eri pronto a scendere sul parquet contro Utah quando arrivò la notizia della positività di Rudy Gobert. Come ti sei sentito?


Un virus capace di fermare l’intera NBA: lì mi sono reso conto di quanto siamo piccoli e insignificanti, di quanto questa situazione sia molto più grande del basket e interessi tutta l’umanità. Ho apprezzato molto la coraggiosa reazione di Adam Silver, il commissioner della Lega: ha fatto bloccare subito ogni attività, con più prontezza di tanti altri a quel tempo.



Peccato, perché la tua prima stagione con i Thunder stava andando alla grande: 62,5% di vittorie.


La gente non puntava su Oklahoma nemmeno per i Playoffs. Ma ammetto che anche noi giocatori non credevamo di poter lottare per il terzo o quarto posto a ovest. Il segreto è l’alchimia che si è creata, un mix di giovani e veterani con Chris Paul in testa. A 35 anni è ancora in gran forma: giocare con lui rende la vita facile, ha una visione di gioco pazzesca e mi permette di prendere sempre ottimi tiri aperti. E come alza la voce, durante il crunch time. Quando poi tutti remano nella stessa direzione seguendo un allenatore come Billy Donovan, allora possono succedere davvero grandi cose. Mica tutti gli anni. Ma oggi toccava a noi e spero di tornare a giocare il prima possibile. Stavamo vivendo un sogno.



L’NBA riuscirà a concludere la stagione?


È quello che vorrebbero tutti. Sia ai vertici della lega, per il giro d’affari che riprenderebbe. Ma anche noi giocatori abbiamo un interesse contrattuale, oltre che agonistico. Naturalmente, le condizioni dovranno essere sicure per tutti. Non vogliamo mettere la nostra salute a rischio né quella delle altre persone, questa rimane la priorità. Al momento non abbiamo aggiornamenti riguardo a una possibile ripartenza: sappiamo solo che il tempo è dalla parte dei dirigenti, si può aspettare ancora ed eventualmente prendere una decisione anche a giugno.



Come ci si tiene in forma in un momento del genere?


Il nostro centro sportivo dovrebbe riaprire questa settimana. Per ora ci si allena a casa, abbiamo una palestra anche se non è certamente come prima. È un periodo difficile anche da questo punto di vista, eppure bisogna trovare degli spunti e nuovi esercizi. Io sono un ottimista per natura: per esempio, questa è un’occasione per conoscere meglio il proprio corpo. Un errore che io ho pagato sulla mia pelle.



In che senso?


Appena arrivato in NBA non sapevo ancora come gestirmi: volevo strafare, qui i carichi di lavoro sono impressionanti, i ritmi molto più serrati che in Europa e io non me la sentivo di dire di no a niente. Ma il mio corpo non era pronto a tutto questo. Così ho avuto un brutto infortunio alla schiena che mi ha tenuto fuori causa per buona parte della mia prima stagione. Lo dico soprattutto ai più giovani: imparate ad ascoltarvi. Più avrete cura del vostro corpo, più a lungo riuscirete a giocare. È la lezione più grande che mi ha insegnato l’NBA.



In quanto ad alimentazione invece, le cose da quelle parti lasciano un po’ a desiderare...


A New York, durante una partita di campionato, un mio compagno di squadra si mise a ordinare delle alette di pollo tra secondo e terzo quarto. Resta uno dei momenti più sconvolgenti della mia carriera. Però in dieci anni la situazione è migliorata molto e ciascuna squadra oggi può contare su un nutrizionista responsabile di una dieta specifica per i singoli giocatori. Poi sta a loro decidere se seguirla o meno.



Tu fai il bravo?


Non mangio mai carboidrati a cena, pasta solo due volte a settimana. E per prima cosa appena svegliato un bel bicchiere di acqua e limone. Ognuno ha i suoi metodi: l’importante è mantenere l’equilibrio calorico tra ciò che si assorbe e ciò che si brucia. Lo ammetto, durante la quarantena non è facile riuscirci e mangiare sano. Però sono fortunato. La mia ragazza è una grande cuoca e i miei genitori mi hanno educato bene anche in questo.



La famiglia è sempre la famiglia.


Con papà oggi ci divertiamo a guardare le partite dei suoi tempi prendendoci in giro a vicenda. La velocità e la fisicità di gioco sono cresciute in modo incredibile, glielo dico sempre! È anche un po’ un modo di recuperare certi momenti insieme: quando ero piccolo era sempre mia mamma a portarmi all'allenamento, visto che lui giocava. Mi hanno spinto molto, oggi tocca a mio fratello Federico ai Rochester Warriors.



Dall’NBA alla NAIA, gli dai qualche consiglio anche tu?


I nostri genitori gliene danno già parecchi, mettendogli anche un po’ di pressione. Quindi non è il caso che mi metta a fare il papà anch’io. Cerco di essere un buon fratello maggiore, facendogli notare i lati positivi della vita in college: questo è un percorso che gli potrà dare ottime opportunità nella vita, anche al di fuori della pallacanestro.



Sei già un modello per tanti ragazzi italiani.


Ogni estate faccio parte di un training camp in giro per il mondo per diffondere il concept dell’NBA e far capire ai più giovani come avvicinarsi ai propri sogni. So di avere una grande responsabilità rappresentando il mio Paese, ma anche tanta motivazione visto che noi giocatori italiani qui siamo pochi. Vogliamo mostrare agli Stati Uniti che il basket esiste anche da noi: qualcosa che mi riempie d'orgoglio! Anche quando gioco in Nazionale c’è tanta pressione: tutti si aspettano grandi cose da me, che le vittorie arrivino a grappoli. Non è facile, ma ogni giorno sono contento di accettare la sfida. E poi, noi Azzurri siamo un gruppo di amici.



Pensa al livello del nostro basket quando hai iniziato tu e a quello di oggi. Come sono cambiate le cose?


Quand’ero giovane c’era un sistema diverso, con più risorse e capacità di investire nei giovani di tutti il territorio. C’erano campionati davvero competitivi per ogni categoria. Oggi purtroppo gli italiani con tanti minuti in Serie A sono davvero pochi. Anche quando i ragazzi provengono da un percorso incoraggiante nelle giovanili. È un problema enorme e le regole in questo senso non aiutano. Ma soprattutto abbiamo bisogno di creare più talento.



Idee?


Sia chiaro: in Italia il basket o qualsiasi altro sport saranno per sempre secondi al calcio, è la nostra cultura. Però allargare il bacino della pallacanestro si può e si deve. Ci vogliono delle riforme a partire dal settore giovanile. Ma soprattutto più visibilità: l’arrivo di Bargnani in NBA fu un affare gigantesco, noi ne abbiamo seguito l’esempio e più giocatori italiani voleranno da queste parti meglio sarà. Perché i bambini di oggi ormai conoscono più l’NBA della Serie A. Sappiamo di avere un ruolo importante promuovendo il nostro percorso.



Tra una diretta Instagram e l’altra, il tempo per farlo non è mancato negli ultimi due mesi. E tu ti senti diverso?


Come giocatore no, la mia routine e il mio approccio al basket rimangono quelli. Però come uomo ora ho avuto modo di concentrarmi anche su altre attività che i ritmi di prima non mi consentivano.



Dai, dicci cosa fa il Gallo quando non si allena.


Investo in borsa e nel mercato immobiliare. Un po’ avevo già iniziato, ma ora posso confrontarmi con calma con i manager e cercare di capire il loro pensiero. Poi sto imparando a leggere e scrivere l’arabo, suono la chitarra. E ho tempo di farmi certe domande: che cosa farò dopo il basket? Ancora non lo so...



Quindi stai cominciando a pensare anche al momento del ritiro?


Eh no, quello no! Spero di giocare ancora tanto. Ma se devo immaginare la mia ultima partita, voglio che sia con l’Olimpia Milano: la squadra con cui per me è cominciato tutto. Sarebbe la perfetta chiusura di un cerchio.





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