• Francesco Gottardi

La bubble in azione: che cosa è rimasto del boicottaggio NBA


FOTO: Newsday / TNS

Coriandoli giallo-viola in the bubble. È festa Lakers, la corona all’MVP.


Una parola su tutte, nel discorso del Re: “Respect”. Lo chiede e lo richiede per sé, per la franchigia, compagni e allenatore. Nel senso più sportivo del termine. Paradosso numero uno: è una delle leggende più complete della storia del basket a sentirne il bisogno. Ma siamo nell’anno zero dopo Kobe e - anche per lui - LeBron ha compiuto la missione. Paradosso numero due: quel rispetto, che solo a sentirlo uscire dalla bocca di James i Repubblicani fanno gli scongiuri, stavolta non ha alcuna allusione politica.


Ma sono i Playoffs 2020, prendere o lasciare.


Quelli senza pubblico, finiti in ottobre e con Black Lives Matter impresso forte sul parquet di Orlando e sulle divise degli atleti. Che per 72 ore, tra il 26 e il 29 agosto, hanno tenuto sotto scacco l’NBA.


We don’t play. I Bucks erano stati i primi a dirlo, LeBron l’ultimo a mollare. Per un lungo momento, la stagione è stata a rischio come non mai. Poi il dietrofront. E più il tabellone si stringe, più la protesta si perde: la cartolina finale di Gara-6 sembra dire questo. È davvero così?



INSIDE THE BUBBLE


Premessa: per l’NBA il 2019/20 è stato un terremoto senza pari. Anche prima della pandemia. A ottobre il controverso caos diplomatico Rockets-Cina, con l’anno nuovo i vuoti enormi lasciati da David Stern e Kobe Bryant. Quindi il lockdown e l’assassinio di George Floyd. Le sfide più grandi, a cui la lega ha risposto da grande: da un lato il piano a Disney World, campus di massima sicurezza e zero positivi in 100 giorni di maratona; dall’altro il pieno appoggio alla rivendicazione sociale degli atleti, anche all’interno della bolla.


Dove gli spari della polizia americana rimbombano ancora più forte. Per le superstar, isolate e protette, la paralisi di Jacob Blake equivale a quella sul parquet. Il messaggio è chiaro: Black Lives Matter non può ridursi a un hashtag. Solo poche settimane prima l'NBA Board of Governors aveva istituito una fondazione da 300 milioni di dollari destinati allo sviluppo delle comunità nere. Da parte dello sport americano, più abituato alla NFL che volta le spalle a Kaepernick, si tratta di un contributo senza precedenti. Ma è ancora troppo poco, dicono James e compagni. I proprietari delle franchigie - che insieme alla lega accolgono il boicottaggio con preoccupata solidarietà - devono fare di più.


Tra questi c’è Michael Jordan, unico proprietario nero, che farà da raccordo fondamentale tra giocatori e dirigenti. Toccando il tasto giusto. Non tornare a giocare vorrebbe dire conseguenze da oltre un miliardo di dollari per l’economia dell’NBA, degli addetti ai lavori e, in ultima analisi, per la causa stessa invocata dagli atleti. Passa la linea del dialogo.


FOTO: NBA.com

Il 2 settembre la stampa ufficiale NBA intervista Lloyd Pierce, coach degli Atlanta Hawks tra i portavoce della protesta. E scrive: “La nostra coalizione per la giustizia sociale è composta da giocatori, allenatori e amministratori. Per smantellare il razzismo endemico e migliorare il sistema, favorire il diritto di voto e la riforma della polizia sono al top della lista”.


Nelle intenzioni è anche per questo che the show must go on. Come dice Jordan, “i Playoffs rimangono la piattaforma più percorribile che abbiamo per lo sviluppo sociale. E anche la più visibile”. Su quest’ultimo punto, però, non sono più i tempi d’oro di His Airness.



EFFETTO SHARE


Gli ingredienti per un finale glamour c’erano tutti. Invece non è bastato il ritorno dei Lakers a giocarsi l’anello dopo sette stagioni, la sfida di LeBron contro il suo passato e dall’altra parte un underdog affascinante e credibile come gli Heat di Jimmy Butler. In termini di audience televisiva, la serie tra Los Angeles e Miami è stata un flop senza precedenti.


Dal 1988 le Finals sono esclusiva ABC, che ha sempre registrato lo share di ogni partita: con 8.06 milioni di telespettatori, Gara 4 tra Spurs e Nets (2003) era stata la meno vista di sempre. Lakers-Heat ha polverizzato il record per tre volte: 7.41 milioni di persone per Gara 1, 6.07 per Gara 2 e 5.94 per Gara 3. Un sussulto negli ultimi atti ha aggiustato la media oltre i 7.5 milioni per partita (fonte: Bloomberg). Sempre il 57% in meno di quanti videro la serie tra Toronto e Golden State appena un anno fa. Non è solo nella bolla che è mancato il pubblico.


Le Finals sono la punta dell’iceberg. Un recente sondaggio di Harris Poll ha infatti rilevato che per tutti i Playoffs il 39% dei fan sportivi ha guardato meno partite di NBA. E il boicottaggio non ha dato la scossa. Anzi. Lo stesso studio, pubblicato su Forbes, ha cercato di spiegare il perché di questo declino: dei circa 2.000 intervistati, il 38% ha risposto che “la lega è diventata troppo politicizzata”. Solo in secondo luogo (28%) pesa “l’assenza del pubblico sugli spalti”, mentre “l’incoerenza dell’NBA, progressista per i diritti dei neri, eppure in stretti rapporti con la Cina antidemocratica” rappresenta un fattore decisivo per il 19% delle risposte.


FOTO: NBA.com

C’è stato inoltre un fattore essenzialmente logistico che ha giocato contro il grande basket: per la prima volta nella storia, i Playoffs si sono disputati in contemporanea con NHL, MLB e NFL, gli altri colossi dello sport americano. L’utente TV doveva scegliere. E spesso non ha scelto l’NBA.


Sarà felice Trump, che ha ormai bollato la lega di Adam Silver come una pericolosa propaggine dei Democratici. Ma almeno su un punto, numeri alla mano, i controversi tweet di The Donald rischiano di avere ragione: “La gente è stanca di questo basket politicamente schierato”.


La ‘NBA experience’ è sempre stata musica, pop-corn and clap your hands. L’immagine cupa di un’arena non soltanto vuota, ma pervasa di messaggi impegnati - I can’t breath, Justice, Enough - può aver turbato anche a distanza il target abituale di quel prodotto. E per questo, i Playoffs del boicottaggio sono stati un autogol?



IN AZIONE


Lontano da Orlando. Portare a termine la post-season non significa cedere.


I Milwaukee Bucks sono nel pieno delle semifinali di Conference contro Miami, quando scoprono che la legislatura del Wisconsin - dove si era consumato il caso Blake - ha optato per non procedere alla riforma della polizia. Non ci vogliono credere: “Abbiamo bisogno di una leadership progressista, nel nostro Stato e nel nostro Paese”, la denuncia di Kyle Korver, shooting guard bianca, ma Black Lives Matter della prima ora. “Stiamo imparando all’istante come cercare di essere nel mezzo. Non siamo la gente, né la classe dirigente. Ma vogliamo fare la nostra parte per cambiare le cose”.


Vote, vote, vote. Si fa campagna anche durante il riscaldamento, sulle magliette. Perché la proposta di legge per intervenire profondamente sul sistema c’è: il Justice in Policing Act, sostenuto da oltre 200 deputati a trazione democratica. Ma continuerà a non passare, se Donald Trump vincerà le prossime elezioni. E qui sono entrate in scena le franchigie: da Atlanta a Washington, 20 fra arene e altre strutture NBA saranno utilizzate come seggi e centri di registrazione per il voto. Un po’ più del semplice supporto logistico offerto dalle nostre scuole.


A Phoenix, Willie Green lo spiega benissimo: “Vogliamo dare un’opportunità ai nostri cittadini”, ha dichiarato l’assistant coach dei Suns. “Far capire loro che, con la loro preferenza, saranno parte di questo cambiamento. E quindi rendere il voto più accessibile, consapevole e informato”.


C’è invece chi non aspetta l’Election day. A settembre i Celtics hanno commissionato un piano da 25 milioni nei prossimi 10 anni, per combattere le forti disuguaglianze sociali presenti nella città di Boston. In sei aree critiche in particolare, individuate attraverso dei colloqui fra i leader delle comunità e le superstar dei Celtics in persona: “Non dobbiamo far da pacieri con gesti vuoti”, l’appello di Jaylen Brown. “Siamo responsabili. Il momento di agire è ora”.



AND NOW?


Torniamo al discorso di James, quello con poca politica o rivendicazioni.



Facendo un altro piccolo passo indietro: dei 350 atleti nella bubble, solo in 50 hanno scelto di non ricorrere a nessuna ‘frase sociale’ sul retro della divisa. Tra questi c’è LeBron. Lui, che era stato il primo a inginocchiarsi, a indossare la maglietta I can’t breathe già nel 2014. “Un applauso ai miei colleghi che hanno deciso di far scrivere qualcosa sul retro”, aveva spiegato James.


“Ma io non ho bisogno di indossare un messaggio speciale sulla mia maglia per far capire alle persone qual è la mia missione e perché sono qui”. Né di ricordarlo nel giorno del trionfo.


Da Boston a LA, passando per Milwaukee e Phoenix. Il tempo delle parole è finito.






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