• Jacopo Stefani

La leggendaria storia di KG, scritta in tempo reale

I campioni scrivono la propria storia "in tempo reale". E Kevin Garnett, nei suoi 21 anni in NBA, ha scritto una storia unica.


FOTO: NBA.com

Questo articolo, scritto da Will Bjarnar per CelticsBlog e tradotto in italiano da Jacopo Stefani per Around the Game, è stato pubblicato in data 15 maggio 2021.



Ci sono eroi e ci sono leggende. E poi c'è Michele Tafoya, sideline report NBA per conto di ABC, la quale, in quel 16 giugno del 2008, fu incaricata di farsi largo tra l'ingente folla ammassata sul parquet del TD Garden, in uno sforzo volto a trovare Kevin Garnett.


Compito che potrebbe non sembrare impossibile, anche considerando il non particolare anonimato dell'ex Minnesota Timberwolves: un gigante di 6'11'', in quel momento completamente stravolto dalla gioia.

Avvicinarlo sarebbe stato tutto sommato semplice; ma intervistarlo, in quel preciso momento? Totalmente un'altra storia.


Ma Tafoya ce l'ha fatta, semmai ci fossero stati dubbi sul suo successo. Microfono in mano, voce impostata ad 11 nell'intento di sovrastare il flusso di corpi nelle vicinanze, oltre alle ormai cliché canzoni dei Queen diffuse dalle casse dell'arena, e Michele prende sottobraccio il neo-campione NBA, dando inizio ad una delle interviste post-partita più indimenticabili della storia della Association:

"Kevin: 11 time All-Star, league MVP, Defensive Player of the Year. Now it's time to add to your resume: NBA champion. How does that sound?

Il resto lo sapete.



Garnett, senza dubbio poco lucido in quel momento, mette per un attimo da parte i limiti emotivi e, dal tetto del mondo, grida un messaggio destinato alle orecchie di tutti.


L'idea del "tutto è possibile" lo aveva in qualche modo evitato per i primi 12 anni della carriera, quelli spesi a Minnesota; in quel periodo aveva iniziato a scrivere la storia della sua Legacy, senza però essere in grado di scalare la cima. E raggiungerla proprio nel 2008, il suo primo anno ai Boston Celtics, per lui è stato comprensibilmente causa di euforia.


In un certo senso, l'anello ha spezzato Garnett. Ha spezzato la sua corazza esterna, il guscio infrangibile di una distruttiva forza cestistica. In parte cattivo, del tutto guerriero, ma le definizioni non hanno più importanza: era finalmente campione NBA, e tutti lo avrebbero saputo.

"This for everybody in 'Sota. This for everybody in Chicago... On my mama. On my ma - I made it, ma! Top of the world! Top of the world!"

Michele Tafoya continua poi l'intervista, spostando la conversazione sul significato di vincere un titolo atteso da così tanto tempo con una franchigia di questo livello di prestigio, e la risposta non si fa attendere:

"Hai tante responsabilità indossando questi grandissimi colori. Sono contento che siamo riusciti a rinnovare la tradizione."

I vincoli formali di un'intervista non avevano motivo di esistere quel giorno, e soprattutto in quel momento al TD Garden. KG ha fatto del suo meglio - il meglio che un'intervistatrice si sarebbe mai potuta sognare - imprecando di tanto in tanto, come gli è abituale, ma correlando gli improperi con le dovute scuse.


Per finire, il suo sguardo si posa un'ultima volta sulla telecamera di ESPN.

"Watch gon' say now? What can u say now? Made it, ma!"

Poi si volta, abbracciando chiunque si trovi davanti e tenendo l'abbraccio più caloroso per la leggenda dei Celtics, Bill Russell: un abbraccio dato con tanta forza che sarebbe stato legittimo preoccuparsi per un'eventuale caduta dei due. I microfoni catturano alcune delle emozioni di KG, sussurrate nell'orecchio a Russell per condividere il momento più alto della sua carriera, dopo un anno che aveva visto i due instaurare non solo un mero legame insegnante-studente, ma una vera e propria amicizia:

"I got my own, man. I got my own. I hope we made you proud." "You did."

Due campioni che condividono un momento insieme. Intoccabili, sul tetto del mondo.



Kevin Garnett, campione e leggenda sulla via di Chicago, Minnesota, Boston, Brooklyn e di nuovo Minnesota, questo sabato ha visto il suo nome impresso nei ranghi dell'immortalità del basket: presentato dai Detroit Pistons e dal chicagoano Isiah Thomas, è entrato infatti ufficialmente nella James Naismith Memorial Basketball Hall of Fame.


A tenergli compagnia nella classe del 2020 c'era una sfilza di talenti e figure iconiche dello sport: Tim Duncan, Tamika Catchings, Rudy Tomjanovich, Kim Mulkey, Barbara Stevens, Eddie Sutton, Patrick Baumann e ultimo, non certo per importanza, il compianto Kobe Bryant.


Garnett ha duellato con alcuni di loro e, più semplicemente, condiviso lo stesso status di altri. Tutti questi nomi erano destinati ad essere ricordati già prima, ma l'evento di sabato ha inciso i loro nomi, e di conseguenza i loro traguardi, nella pietra della leggenda.


La bellezza della pallacanestro, e più in generale dello sport, risiede proprio nel tempo reale in cui un impatto destinato a durare nel tempo si manifesta.


La storia di Tim Duncan iniziò quando, assertivamente, giocò contro Alonzo Mourning - tenendogli testa - in un 5-contro-5 di riscaldamento... a 16 anni. Proseguì quindi a Wake Forest e quando tenne testa - anzi, dominò David Robinson al training camp degli Spurs, in quello che era il suo anno da rookie.


La leggenda di Kobe Bryant si aprì con la Summer League da lui dominata appena dopo il diploma di high-school; "faticò" solo alla prima partita, segnando 27 punti con 4/10 al tiro e 18/20 ai liberi.


Garnett non fece un primo passo necessariamente in pompa magna come altri Hall of Famer. Ma, a suo modo, anche lui fu decisamente unico.


Entrò nel Draft 1995 direttamente dall'high school - modalità concessa, in quell'anno, per la prima volta dal 1975 - con la benedizione di Isiah Thomas, suo concittadino. La point guard dei Pistons, dopo averlo visto giocare contro Michael Jordan e Scottie Pippen, disse pubblicamente che KG era pronto per l'NBA, e consigliò a Kevin di non andare al college a rifinire ulteriormente il suo gioco. Non ne aveva bisogno.


Per lui non fu spesa la prima chiamata del '95: quella toccò a Joe Smith, da Maryland, selezionato dai Golden State Warriors. Alle scelte 2, 3 e 4 andarono invece Antonio McDyess (Los Angeles Clippers), Jerry Stackhouse (Philadelphia 76ers) e Rasheed Wallace (Washington Bullets): tutti con delle buone carriere NBA, ma nessuno al livello di Kevin Garnett, scelto alla 5 dai Minnesota Timberwolves.


KG ha ricompensato il "rischio" di draftare il primo prep-player dopo 25 anni, aiutando una franchigia in espansione a passare dalla spazzatura a una possibilità di competere; i Timberwolves con lui centrarono i Playoffs per 8 anni consecutivi a partire dal 1996, con l'apice della Finale di Conference nel 2003/04 - annata migliore nella storia della franchigia, con KG che vinse il titolo di MVP.


Come fece a rompere definitivamente gli schemi? Beh, anche "rompendo" le banche. Il proprietario di Minnesota, Glen Taylor, firmò Garnett con un nuovo contratto nel 1997, prima della fine del suo rookie deal. Anni? 6. Dollari? 126 milioni. Allora si trattava del contratto più ricco in tutti gli sport di squadra, ed ebbe un effetto così profondo su tutta la Lega da rendere necessario un lockout nella stagione 1998/99.


"Big Ticket".


Solo venendo pagato - certamente più di quanto chiunque fosse mai stato pagato, ma tutto meno che immeritatamente - Garnett provocò uno shut down totale in NBA e ne modificò la struttura finanziaria.


Gara 6 delle NBA Finals 1998 (quella in cui His Hairness forse potrebbe aver dato una piccola spintarella a Byron Russell e dovrebbe aver infilato un jumper che cancellò le speranze dell'intero Utah) fu l'ultima partita ad essere disputata per più di 6 mesi. I proprietari delle franchigie non avrebbero riaperto ai giocatori prima di aver raggiunto un nuovo accordo sul salary cap individuale e di squadra.



Taylor e l'allora 22enne Garnett intendevano effettivamente mandare in shut down la Lega? Certo che no. Ma forse questo dosso lungo la complicata e sconnessa strada di KG potrebbe aver aperto la via al suo dominio.


Per qualche tempo è stato più ricco dei ricchi, un re Mida con un incredibile difesa e tiro dalla media; da quel momento rimarrà il re Mida dell'NBA, presenza di assoluto valore da entrambi i lati del campo.


Offensivamente era il sogno di ogni allenatore. 50% al tiro in carriera e spiccata capacità di segnare dentro e fuori dal pitturato. Concedergi spazio dal mid-range era un peccato capitale, e KG aveva anche un talento sconvolgente e movimenti in post-up letali. L'NBA ha certamente visto scorer migliori, ma all'epoca non esisteva un lungo versatile come Kevin Garnett.


Difensivamente? Un incubo - per gli avversari. Tormentava chiunque provasse ad entrare in area e sapeva contrastare anche i creatori di gioco al di fuori di essa.


Il DVD commemorativo dei Celtics campioni nel 2008 testimonia tutto questo. Nella parte iniziale, i nuovi giocatori venivano introdotti ai tifosi, mediante video in slow motion che li mostrano nelle rispettive "specialità"; se Ray Allen viene inquadrato a segnare triple dall'angolo, la palla che esce dalle sue mani con la morbidezza del burro fuso sopra un biscotto, KG appare mentre si tuffa per recuperare palle vaganti, cade sopra e contro avversari, si batte come un demonio in difesa e a rimbalzo. Ma appare anche mentre provoca gli avversari, sogghigna e ridacchia, con la faccia di chi ha vinto una battaglia e si prepara a vincere la guerra.




Garnett chiude la stagione del titolo come campione NBA e Defensive Player of the Year. Lui e Hakeem Olajuwon sono gli unici giocatori nella top 20 NBA all-time sia per recuperi che per stoppate.


Kevin aveva ogni singola abilità difensiva che si possa chiedere a un giocatore di basket. Quello che Brian Scalabrine definì la "Holy Trinity": lunghe leve, forza fisica, forza di volontà, determinazione, intelligenza tattica.


Sì, sono 5 punti, a dire il vero. Non so quanto regga il discorso di Brian sulla Trinità... Ma, ecco, cercare di inquadrare Garnett entro delle definizioni, prima come difensore e poi come persona, è difficile per tutti.


FOTO: NBA.com

Come giocatore, Garnett non aveva paura di nulla. Aveva una qual certa lingua: molte delle clip più famose della sua carriera, indifferentemente in campo o in panchina, includono f-words e il rivolgersi a numerose star NBA con variazioni sul tema dell'epiteto "clown-a**".


David West, Dwight Howard, Austin Rivers, Kenneth Faried, Carmelo Anthony: cercare il faccia a faccia con Garnett non era mai una buona idea. Li avrebbe tormentati al punto da fargli passare la voglia... che di certo, però, non passava a KG.


QUI abbiamo raccontato gli episodi più memorabili di trash talking della sua carriera.


Per un certo periodo di tempo ho avuto paura che KG sarebbe stato mal ricordato a causa dell'etichetta che ormai aveva addosso. Era un trash-talker con pochi eguali, e la sua voce veniva quotidianamente pizzicata dai microfoni ad urlare oscenità, perfino a 35 anni. Personalmente, amavo anche questo di lui, ma odio l'idea che questo sia il principale motivo per cui venga ricordato nella storia.


Mi è bastato fare un giro su Youtube, cercando highlights e momenti memorabili della sua carriera: troppo spesso mi sono apparse clip della pallonata contro la testa di Howard, o di litigi con il sopracitato McDyess, mentre speravo di potermi godere i suoi movimenti in post basso, le lotte sotto i tabelloni contro Pau Gasol e Amar'e Stoudemire o il suo jumper morbido dal gomito.


Certo, le parole al veleno erano un aspetto del suo gioco - un aspetto decisamente iconico - ma nessuno viene indotto nella Hall of Fame semplicemente vincendo battaglie psicologiche. Se anche la gente lo ricordasse solo come un trash talker, se qualcuno si azzardasse a dire che KG fosse soltanto quello, Basketball Reference e Cleaning the Glass sono lì per dimostrare il contrario.


Sì, Kevin poteva mandare la tua solidità mentale in macerie, poteva farlo con un'aria quasi rilassata, ma il suo dominio fisico e tecnico è testimoniato da quel titolo del 2008, dai riconoscimenti individuali e dai numeri della sua incredibile carriera.




KG era ed è anche un intrattenitore. Capita che i giocatori di basket non siano solamente atleti, ma anche produttori, content creators e performer nel loro ambito extra-sportivo. Garnett ha scritto un libro, avviato una casa di produzioni, prodotto un documentario e recitato da co-protagonista in un film.


In Uncut Gems, thriller del 2019 con Adam Sandler e KG nella versione fiction di sé stesso, ci ha regalato una delle migliori interpretazioni cinematografiche da parte di un atleta, probabilmente di sempre.



Insomma, Garnett ha incarnato intensità e passione, in campo e fuori. Nella prefazione del suo libro, troviamo scritto "chi ti fa arrabbiare, ti possiede": ha sempre fatto in modo che nessuno lo facesse arrabbiare, non al punto da controllarlo né mentalmente né sul piano emotivo.


Soprattutto, non ha mai smesso di riversare passione nel suo lavoro: Doc Rivers lo ha definito "il meglio che tu possa avere in uno spogliatoio", e le referenze tendono a dimostrarlo. Sì, una volta ha preso a pugni due compagni, Wally Szczerbiak e Rick Rickert, il momento più basso del suo curriculum. Ma ha anche aiutati molti altri compagni e ha accettato un ruolo marginale durante gli ultimi anni a Brooklyn e al suo ritorno nel Minnesota.


Quello che KG ha fatto durante il corso della sua carriera non può essere dimenticato. Non importa quanti cuss buttons dovrà premere per fare luce sulla sua storia, tanti sono i modi diversi per ricordarlo.


I campioni scrivono la propria storia "in tempo reale". E Kevin Garnett, nei suoi 21 anni in NBA, ha scritto una storia unica.