• Nicola Zapparoli

La metamorfosi di Brooklyn 1/2 - La folle visione di Prokhorov


Nel 2010 Mikhail Prokhorov, poco dopo aver completato l’acquisto dell’80 per cento delle azioni dei New Jersey Nets ed essere diventato il primo proprietario straniero di una franchigia NBA, fece una singolare promessa. Ai tempi era il secondo uomo più ricco di Russia, inserito nella lista degli “Scapoli più appetibili del pianeta”, e disse che si sarebbe sposato nel caso in cui il suo nuovo giocattolo preferito non gli avesse regalato un titolo. Quello di Campione del Mondo, entro cinque stagioni.

Di anni, da quel giorno, ne sono passati più di sette e di fedi al dito di Prokhorov ancora non se ne vedono. Ma questo non perché la franchigia - che nel frattempo ha cambiato sede e nome, migrando dalle paludi del New Jersey alla più sexy Brooklyn - sia riuscita a dargli ciò che desiderava. E che evidentemente considerava non particolarmente difficile raggiungere.

Non che non ci abbia provato, Prokhorov. L’aggressività, specialmente economica, con la quale è sbarcato nell’universo NBA era ed è senza precedenti. Era convinto di poter far sua a suon di milioni una Lega che sette anni dopo lo guarda dall’alto in basso, mentre si inseguono voci di una cessione (almeno parziale) della franchigia. Che nel frattempo si arrabatta nei bassifondi della classifica della Eastern Conference da un paio di stagioni e per risalire sta intraprendendo una nuova e più ortodossa - ma molto lunga - strada. Il tutto sotto l’egida di un neozelandese cresciuto cestisticamente all’ombra di Fort Alamo e della scrivania di RC Buford: Sean Marks, dal 2016 General Manager di quel guaio che erano diventati i Brooklyn Nets.

Entrati nella NBA nel 1976, i Nets non hanno mai vinto un titolo nella massima lega professionistica del basket americano nonostante un certo numero di talenti che si sono succeduti nel vestire le loro casacche e due partecipazioni consecutive alle Finals nei primi anni 2000, con Byron Scott in panchina e Jason Kidd in cabina di regia. Prima del loro ingresso nella NBA in nove anni di militanza nella ABA avevano conquistato due titoli, grazie anche a un certo Julius Erving (che dovettero però cedere a Philadelphia per potersi pagare l’iscrizione al primo anno in NBA).

Quando Prokhorov è diventato proprietario degli allora New Jersey Nets, a tirare le redini della franchigia era Rod Thorn. Deus ex machina della squadra dal 2001, era stato lo stratega della costruzione di quel nucleo nato intorno a J Kidd, Richard Jefferson e Kenyon Martin che aveva sfiorato l’anello, e delle sue seguenti versioni, che avevano visto passare dal New Jersey dei Dikembe Mutombo e Alonzo Mourning in fase calante, oltre a un grande Vince Carter. Thorn ha lavorato a più riprese ai vertici dell’NBA (di cui è stato vicepresidente in due periodi diversi) ed era stato il General Manager dei Chicago Bulls che scelsero Michael Jordan al Draft del 1984. Nonostante la propensione di Prokhorov a confermarlo nel suo ruolo di General Manager e President of Basketball Operations, Thorn non firmò mai l’offerta del prolungamento di contratto che gli aveva avanzato il magnate russo. Nell’estate del 2010 Billy King, ex General Manager dei Philadelphia 76ers, venne nominato al suo posto.

King è, in qualche modo, il vero protagonista di questa storia. La storia di come si può tentare di prendere d’assalto una Lega che ha costruzioni salariali molto rigide e nella quale non dovrebbe valere il principio che il più ricco è il più forte; e di quanto profondamente, oltre a fallire, si può compromettere il futuro sul medio-lungo periodo di una franchigia. E’ una storia questa, su come molto probabilmente NON si vince un titolo NBA, su quanto particolare, complesso e affascinante sia il sistema NBA, e su quanto le scelte che si fanno oggi possano riflettersi sul domani. E’ una storia che ci fa vedere come una strada giusta non ci sia, ma quasi sempre quella più breve non porti da nessuna parte.


Ambizioni Megalomani

Dicevamo: nel 2010 Prokhorov diventa proprietario di una franchigia che chiude la stagione con un record di 12 vittorie e 70 sconfitte e ne accumula 46 complessive nelle due quasi speculari campagne successive. Per evitare quel matrimonio però c’è ancora tempo e la strategia di Mikhail da Mosca si delinea chiaramente. Il trasferimento a Brooklyn per la stagione 2012-2013 palesa il chiaro intento della società di affermarsi come prima squadra di New York. I Knicks, da questo punto di vista, hanno nel frattempo cercato di aiutarli in tutti i modi possibili, ma il Madison rimane sempre il Madison, e Beyoncè a bordo campo non basta a invertire la rotta…

I Nets hanno preso alla deadline della stagione precedente uno dei migliori playmaker della Lega, Deron Williams, in rotta con coach Sloan e in uscita da Utah; e girato a Utah Devin Harris, Derrick Favors, un paio di comprimari e due prime scelte in draft futuri.

Tanto, delle scelte al Draft, che se ne fanno?

I progetti sono megalomani, e una squadra vincente non ha diritto a scelte rilevanti al Draft. Per di più una squadra particolarmente vincente tante volte non ha neanche tempo e voglia di sviluppare i giocatori più giovani, preferendo puntare su veterani affermati e pronti a vincere. Se guardiamo alla storia recente (e non) dell’NBA, quest’affermazione è due volte falsa. Perché intere dinastie vincenti sono state costruite partendo dal Draft, chiamando particolarmente bene anche in posizioni della lotteria da cui è difficile cavar fuori un futuro titolare, figurarsi un All-Star.

I Golden State Warriors hanno chiamato Steph Curry (nel Draft 2009), Klay Thompson e Draymond Green con scelte mai tra le prime cinque. Li hanno cresciuti con pazienza, gettando le basi per quel miracolo di squadra che sono diventati. Hanno addirittura avuto la possibilità di firmare uno dei primi tre giocatori della Lega un’estate fa, grazie a condizioni salariali straordinariamente vantaggiose e “grazie” soprattutto alle caviglie di Steph (che avevano a tal punto preoccupato gli addetti ai lavori e lo stesso giocatore da portarlo a firmare un contratto da dieci milioni all’anno - e per diverso tempo questo è stato il miglior contratto della Lega nel rapporto qualità/prezzo, prima della faraonica estensione di quest’estate). L’arrivo di Kevin Durant dai Thunder e la formazione del superteam che tutti ammiriamo sono il risultato anche dei frutti di quella pazienza che Prokhorov non ha avuto.

OKC, a sua volta, aveva selezionato lo stesso Durant, Wetbrook, Harden e Ibaka nel giro di tre draft; gli Spurs hanno chiamato Manu Ginobili con la 58a scelta assoluta e Tony Parker con la 28a. Gli esempi si susseguirebbero numerosi, ma questi possono bastare a spiegare come per vincere, nell’NBA, la pazienza sia essenziale almeno quanto competenza e fortuna.

Questa, però, è la storia dei Brooklyn Nets e dell’uovo oggi meglio della gallina domani. A Deron Williams si aggiunse Gerald Wallace (costato un’altra prima scelta) e soprattutto Joe Johnson. Allora titolare del contratto più oneroso dell’NBA, quest’ultimo arrivava da Atlanta in cambio di cinque giocatori e di una prima scelta al Draft del 2013. Completavano il quintetto Reggie Evans e Brook Lopez, che i Nets avevano scelto nel Draft del 2008 e deciso di rifirmare a cifre importanti in estate, dopo aver fallito l’assalto a Dwight Howard.

Conclusero la prima stagione a Brooklyn della loro storia con un record di 49-33 e l’approdo ai Playoffs per la prima volta in quasi dieci anni. In panchina c’era PJ Carlesimo, fautore di un basket non precisamente indimenticabile ma evidentemente (almeno in quel caso) efficace. Era subentrato a stagione in corso a Avery Johnson, malgrado l’inizio fosse stato positivo. Johnson aveva vinto un titolo di allenatore del mese in quella stagione, ma evidentemente ai piani alti erano armati di parecchi dollari e poca pazienza. La sconfitta al primo turno dei Playoffs - perdendo Gara 7 in casa, contro i Bulls (orfani di Derrick Rose) - costò a Carlesimo la panchina. E soprattutto fece decidere alla coppia Prokhorov-King che era tempo di dare una svolta, decisa e irrimediabile, alla situazione.

Il 13 Giugno del 2013 Jason Kidd viene annunciato come nuovo allenatore dei Brooklyn Nets. Il 3 Giugno aveva deciso di ritirarsi dal basket giocato.

Il 28 Giugno 2013, nel corso del Draft NBA, avviene qualcosa che ha cambiato la storia recente dell’NBA, e forse non ha ancora finito di farlo. L’onda di quegli avvenimenti arriva al presente e lo supera. Brooklyn ottiene Kevin Garnett, Paul Pierce, Jason Terry e DJ White dai Boston Celtics in cambio di Gerald Wallace, Kris Humphries, MarShon Brooks, Kris Joseph, Keith Bogans e tre future prime scelte (2014, 2016 e 2018), oltre al diritto di invertire la propria scelta con quella dei Nets nel Draft del 2017. Quest’ultima postilla della trade si definisce in gergo swap e ha consentito a Boston di ottenere la prima scelta assoluta nell’ultimo Draft. Diritto poi ceduto a Philadelphia in una trade che ha permesso ai Celtics di acquisire un’ulteriore futura prima scelta, di pagare uno stipendio inferiore al giocatore selezionato al draft (Jayson Tatum, in quanto terza chiamata) e di avere lo spazio salariale per poter offrire un contratto a Gordon Hayward.


All’epoca della trade Garnett e Pierce erano reduci da un ciclo a Boston che si era chiuso con l’eliminazione al primo turno nei Playoffs appena conclusi. Avevano rispettivamente 37 e 36 anni. Ma un quintetto con questi due, Joe Johnson, Deron Williams e Brook Lopez, sulla carta, faceva un certo effetto. In panchina l’esordiente Jason Kidd, il più grande giocatore nella storia della franchigia, pronto ad entrare nella leggenda. Il tutto a Brooklyn, con Beyoncè in prima fila: Mikhail Prokhorov era un uomo felice. Pronto a prendersi l’NBA… e destinato a rimanere scapolo.

Le scelte al Draft sarebbero state buone per qualcun altro, la sua squadra non ne avrebbe avuto bisogno. L’assedio ai Miami Heat dei Big Three era scattato. In più Prokhorov era riuscito in quell’estate a convincere il suo connazionale Andrei Kirilenko a esercitare la sua clausola di uscita da un contratto con Minnesota (che lo avrebbe pagato più di 10 milioni di dollari per la stagione successiva) e accasarsi a Brooklyn per poco più di tre. Se poi Kirilenko abbia avuto modo di recuperare i soldi lasciati sul piatto tramite accordi extracontrattuali non è dato saperlo, ma sospetti di complotto sovietico si sprecarono nel corso dell’estate americana.

Arrotondando per difetto nella stagione NBA 2013-14 i Nets pagarono Joe Johnson 21 milioni, D-Will 18, Pierce 15, Brook Lopez 14 e Garnett 12, che sommati a quelli dei contratti degli altri componenti del roster davano un totale di 102 milioni di dollari spesi solo in stipendi.

Siccome il postulato degli sport americani è che lo spettacolo trovi nell’equilibrio (per quanto possibile) la sua massima espressione, l’universo contrattuale per una squadra NBA è piuttosto rigido e strutturato secondo le regole del salary cap. Che in quella stagione era di 58 milioni - da allora è salito esponenzialmente (grazie alla crescita degli introiti e ai miliardari contratti televisivi). Il tetto degli stipendi è superabile a determinate condizioni e facilitato in particolare (con restrizioni) nel momento in cui si vanno a rinnovare contratti con giocatori già di appartenenza della franchigia. Quando una squadra già al di sopra del cap fa una trade non può acquisire stipendi superiori al 125% di quelli che lascia andare.

Per rendere ulteriormente sconveniente superare certi limiti (e quindi nel tentativo di mettere tutti nelle condizioni di competere e scoraggiare investimenti fuori portata) esiste una soglia, superata la quale scatta la cosiddetta luxury tax. Nella stagione 2013-14 ammontava a poco meno di 72 milioni.

Per ogni dollaro che una squadra spende in stipendi al di sopra del limite ne deve pagare “punitivamente” di ulteriori: minimo 1,50 (se sfora entro i 5 milioni), a salire fino a 3,75 dollari se si va al di sopra dei 20 milioni di eccesso.

Tutti questi soldi il sistema NBA prevede vengano ridistribuiti equamente tra le restanti 29 franchigie.

Alle soglie della stagione 2013-14 i Brooklyn Nets erano pronti a spendere quasi 200 milioni di dollari tra stipendi e tasse punitive, pagando alla Lega 4,25 dollari per ogni dollaro speso al di sopra della soglia dei 71 milioni. Cifre che non si erano mai viste nella storia dell’NBA, ma che non parevano impressionare più di tanto Prokhorov, deciso a vincere il titolo, letteralmente, a qualsiasi costo.

I Nets nella stagione precedente avevano allungato a Deron Williams un prolungamento di contratto da quasi 100 milioni divisi su cinque stagioni e non era propriamente un caso che Atlanta avesse lasciato andare Joe Johnson e (insieme al suo indiscusso talento) uno dei peggiori contratti della storia recente dell’NBA. Brooklyn si ritrovava con una squadra di veterani in là con gli anni e più ricordi che sogni da realizzare; con un Deron Williams lontano parente di quello visto nello Utah e zero scelte al primo giro nei Draft tra il 2016 e il 2018, anni nei quali anche nel migliore dei casi l’onda degli effetti positivi (come sappiamo mai pervenuti) della trade con Boston si sarebbe inevitabilmente esaurita.


Il piano non contemplava - e non poteva permettersi - l’ipotesi di un fallimento.

La disillusione

La stagione dei Nets si concluse con un record di 44 vinte e 38 perse e un’eliminazione al secondo turno dei Playoffs per mano dei Miami Heat (1-4) alla loro ultima cavalcata nell’era dei Big Three. Successo relativo se si pensa ai progetti trionfali su cui la stagione era stata impostata e all’esborso economico derivatovi.

Paul Pierce lasciò la baracca alla fine dell’anno da free agent. Recentemente, in una delle sue sporadicissime dichiarazioni, Billy King (che verosimilmente non lavorerà mai più come General Manager nella NBA) ha dichiarato che se avesse saputo che Pierce non avrebbe rinnovato il suo contratto non avrebbe mai concluso quell’affare - dichiarazione un po’ tardiva e non sufficiente per decretarne l’assoluzione. Ciò nonostante, la tragica situazione salariale dei Nets gli impedì di muoversi per un qualsiasi giocatore di livello sul mercato dei free agent. Con Garnett, Williams, Lopez e Johnson nel salary cap non c’era infatti lo spazio per acquisire nessun giocatore, e i contratti in mano a Brooklyn non potevano interessare ad alcuna squadra (creando quindi l’impossibilità di scambiarli).

Di Kevin Garnett a Brooklyn è stata vista una versione opaca, come logico che fosse. Joe Johnson e Deron Williams sono rimasti in città fino al momento in cui non hanno trovato un accordo con la franchigia per essere liberati, a fronte di un pagamento solo parziale di quanto gli sarebbe spettato nei rimanenti anni di contratto. Si sono potuti accasare in lidi più felici, alla ricerca delle vittorie che avevano solo potuto sperare di ottenere a Brooklyn, sotto l’egida di quel proprietario che aveva promesso grandi cose e si era scontrato contro il muro di un sistema, che aveva pensato di poter sconvolgere prima ancora di averlo compreso.

Jason Kidd è rimasto una sola stagione sulla panchina dei Nets: ha fatto vedere buone cose, ma ha lasciato la nave che affondava e si è poi accordato coi Milwaukee Bucks del proprietario e amico Mark Lasry. Kidd fu aspramente criticato per aver “ricattato” i Nets, chiedendo maggiori poteri decisionali ai danni di King (un po’ arrogante come mossa per un capo allenatore al primo anno, ma possiamo davvero dargli torto?); e per aver cercato di sistemarsi su una panchina che ai tempi un proprietario l’aveva già. Forse aveva intravisto giocare un certo Giannis e, guardando in casa a Deron Williams, Garnett e Joe Johnson aveva pensato che Brooklyn era sì bella, ma il futuro poteva essere più roseo altrove. E anche qui, come dargli torto?

Nonostante un record al di sotto del 50%, i Nets centrarono i Playoffs anche l’anno seguente (sconfitta al primo turno) sotto la guida dell’ex Memphis Lionel Hollins. Prima di perdere anche Garnett e non poter comunque prendere sostanzialmente nessuno, per merito della situazione salariale costruita dalla sapiente opera degli anni precedenti. Dal Draft, per ovvie ragioni, nessuna soddisfazione. I contratti in essere non potevano far gola a nessuno, di qui la decisione di liberare alcuni giocatori cercando, se non altro, di risparmiare qualche milione di dollari in future tasse.

L’ultima stagione di Lionel Hollins si è chiusa con 21 vittorie e 61 sconfitte. Avrebbero potuto scegliere come quarti al Draft di giugno, ma la loro chiamata apparteneva ai Boston Celtics (che hanno selezionato Jaylen Brown). In un’NBA che negli ultimi anni ha scoperto il problema del tanking, ai Brooklyn Nets non rimane neanche la consolazione che perdere possa portare a un futuro più felice.

Nuovi orizzonti

L’ultima stagione si è chiusa con un record molto simile, 20-62, eppure qualcosa sembra essere cambiato sulle sponde dell’Hudson e i Nets oggi sono una realtà interessante, che mette curiosità a molti addetti ai lavori. Brooklyn arriva alle soglie della stagione 2017-2018 (al termine della quale dovrà cedere a Cleveland l’ultima delle scelte dovute a Boston) con prospettive poco entusiasmanti per quanto riguarda il record e con una situazione salariale non tra le più entusiasmanti della Lega per quanto riguarda il futuro prossimo. Ma il modo in cui si stanno muovendo i Nets è completamente diverso rispetto al passato recente. Come questo sia possibile e anche come nel frattempo quelle scelte cedute da Brooklyn a Boston siano state preziose (permettendo ai C’s una programmazione diametralmente opposta, che forse sta raggiungendo il suo apice), lo vedremo più avanti.

Mikhail Prokhorov ha deciso di voltare pagina.

Fallito il piano A, sta perseguendo un piano B che forse non porterà velocemente da nessuna parte e pare costruito un po’ troppo a tavolino, ma se non altro incuriosisce.

L’attuale comandante in carica dei Brooklyn Nets si chiama Sean Marks e viene da una terra di giocatori di rugby più che di cestisti; e l’ allenatore è un signore che si chiama Kenny Atkinson, all’esordio come head coach su una panchina NBA.

Eppure i Nets già l’anno scorso, in mezzo a un mare di sconfitte, giocavano il basket a più alto ritmo della Lega e per la prima volta da anni davano l’impressione di essere ciò che i dollari non erano riusciti a farli diventare: una squadra.

Gli ultimi anni della franchigia sono stati un ottovolante come se ne ricordano pochi nella storia dell’NBA, non tanto per i risultati, quanto per quel che concerne i metodi. Di squadre passate dal cielo agli inferi e viceversa in un battito di ciglia ce ne sono state tante, di gestioni passate dalla più assoluta fretta e scelleratezza a un approccio opposto, metodologico e analitico, invece non se ne ricordano.

Sempre ai poli, senza mai frequentare il concetto di normalità, Mikhail Prokhorov non sarà probabilmente mai uno dei più grandi o folkloristici proprietari della leggendaria storia dell’NBA, ma ne è stato il primo straniero. Ha provato a far saltare il banco e vincere facile. Ha capito che qui non funzionava.

E’ cambiato qualcosa a Brooklyn. Il modo di prendere le decisioni e la direzione in cui queste vanno: la filosofia.

I Nets hanno davanti ancora tantissime partite da giocare prima di poter competere per qualcosa di serio, e la maggior parte le perderanno. Ma in una Lega in cui conta solo vincere, e alla fine ci riesce uno solo, c’è modo e modo di perdere. E forse i Nets sono sulla strada per incominciare a perdere nel modo giusto.

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