• Federico Frumento

La pochezza dei tifosi NBA che attaccano i giocatori



Questo articolo scritto da Etan Thomas per The Undefeated e tradotto in italiano per Around the game da Federico Frumento, è stato pubblicato in data 31 maggio 2021.



Quanto sareste tranquilli, se giorno dopo giorno guardaste nel pubblico delle arene e vedeste che è composto in larga misura da una folla bianca, arrabbiata, con l'odio negli occhi ed epiteti razzisti che escono dalle loro bocche? I giocatori NBA sono sempre stati tenuti a standard elevati di professionalità, ma c'è sempre stato un doppio standard quando si tratta di abusi da parte degli spettatori. Ricordate Malice at the Palace, la famigerata rissa del 2004 durante una partita Indiana Pacers e Detroit Pistons, che si è conclusa con la sospensione di nove giocatori per un totale di 146 partite? La colpa è stata immediatamente attribuita a Ron Artest, molto meno al tifoso che gli ha tirato una birra o agli altri due che sono saltati dalla ringhiera e sono andati faccia a faccia con lui.



Nove anni prima, Steve e Nick George erano due "fan" che molestarono la guardia dei Rockets, Vernon Maxwell, durante una partita contro i Blazers. Lo hanno insultato e presumibilmente gli hanno urlato epiteti razziali per l'intera partita. Poi, uno di loro avrebbe menzionto l'aborto spontaneo della moglie di Maxwell. Ciò lo ha portato a salire sugli spalti e a prenderlo a pugni in faccia. L'uomo poi ha citato in giudizio Maxwell e l'NBA gli ha attribuito una delle punizioni più severe per un giocatore: sospeso per 10 partite e multato per $20.000. All'epoca non si parlò molto di cosa sarebbe dovuto accadere a quei fan. Il mio ex compagno di squadra ai Wizards, Antonio Daniels, che ora è un analista ai New Orleans Pelicans, sa benissimo che i fan spesso non si fanno problemi a scendere ai livelli più bassi. "Sono stato in NBA per 13 anni, e alcuni fan mi hanno detto cose orribili", mi ha raccontato Daniels. "Una volta, per esempio, hanno tirato fuori la morte di mio fratello: se non ci fosse stata una barriera tra me e quello spettatore, avremmo avuto problemi". Sfortunatamente, questi tipi di incidenti non appartengono al passato. Solo in questa settimana, abbiamo avuto uno sputo di un fan su Trae Young a New York, un lancio di popcorn su Russell Westbrook a Philadelphia e un gruppo di fan nello Utah che ha aggredito verbalmente la famiglia di Ja Morant con epiteti razzisti. È successo tutto la stessa notte. E poi, ancora, la bottiglia lanciata con Kyrie Irving mentre usciva dal campo, a Boston.



L'NBA ha preso rapidamente misure punitive. I Philadelphia 76ers, i New York Knicks e gli Utah Jazz hanno annunciato di aver identificato i fan e di averli banditi dalle loro arene a tempo indeterminato. Credo che sia la scelta giusta. Si è reso necessario, infatti, pretendere degli standard di un certo tipo, altrimenti i "tifosi" si sentono a volte liberi di fare quello che vogliono, una volta entrati in un'arena. Perchè? Perché, storicamente, non hanno mai avuto ripercussioni. (Sembra simile al problema con la polizia, non è vero?) Ogni atleta ha una storia come queste da raccontare, purtroppo. Ogni arena in trasferta è un ambiente ostile con tifosi appassionati che sostengono la squadra di casa, e talvolta oltrepassano il limite. Per me, nessun posto è stato oltre il limite quanto Salt Lake City. Ricordo innumerevoli viaggi a Salt Lake City: rimanevo spesso scioccato dai volti di odio che mi fissavano, ovunque. C'erano chiare sfumature razziali nei commenti che aleggiavano nell'aria. Marcus Smart dei Celtics ha anche confermato di aver assistito a episodi di razzismo rivolto ai giocatori avversari, a Boston. "Ne ho sentiti un paio", ha detto Smart, come riportato da Jay King di The Athletic. "È triste e disgustoso. Non esistono avversari in questo, anche perché poi ci sono ragazzi della tua squadra, che dopo questi insulti razzisti... ti aspetti che vadano là fuori e giochino per te". Il General Manager dei Celtics, Danny Ainge, come tante altre persone, si è dichiarato stupito dal fatto che Kyrie Irving parli di razzismo a Boston. Quel che dice Kyrie, però, è vero.


Ma la vera domanda è: come i fan vedono davvero gli atleti, nel 2021?


A volte ripenso al film Il Gladiatore, in cui la folla esulta chiedendo più sangue, ancora più sangue, con i gladiatori che combattono fino alla morte. E ripenso alla scena in cui il sangue schizza su una donna e lei, con un sorriso malsano, se lo asciuga con un dito.


I fan dell'NBA considerano gli atleti come esseri umani? Il fatto che un fan possa pensare di sputare su un giocatore risponde rapidamente alla mia domanda.

Ci siamo lasciati alle spalle i tempi in cui Bill Russell e Kareem Abdul-Jabbar venivano chiamati con la N-word e ogni altro epiteto razzista esistente? La famiglia di Morant sicuramente vi direbbe di no. Il basket dovrebbe essere un'arena in cui le persone possono essere unite mentre tifano per la vittoria della loro squadra. E contro l'altra squadra, certo, ma non oltre il limite della civiltà.


Dovrebbe essere un momento in cui tutte le differenze politiche, sociali e religiose possono essere messe da parte. Invece, molte volte, è l'esatto opposto: un momento in cui il comportamento più brutto, più incivile, più vile e deplorevole del Paese è in pienamente ammesso ed esposto sotto gli occhi del mondo intero.