• Marco Marchese

La ripresa della stagione non è stata un (atteso) disastro

Nonostante le (tantissime) avversità, la NBA ha creato una “bubble” Covid-free a Disney World, Orlando. E la cosa sta funzionando.


FOTO: Sports Media Watch

Questo articolo è stato scritto da Jeremy Stevens per SB Nation e tradotto in italiano da Marco Marchese per Around the Game.



A giugno sono state espresse le più diverse opinioni, riportate dai vari media, riguardo un possibile esito disastroso della ripresa della stagione a Orlando. L’opinione generale era che fosse una follia riprendere gli eventi sportivi in uno degli Stati maggiormente colpite dalla pandemia, consapevoli del fatto che già in precedenza diversi atleti avevano contratto il virus.


Inizialmente, sembrava pura utopia quella di riunire le squadre in una bubble, ma alla fine la lega ha optato per questa decisione.


I problemi erano vari, in primis la salute. L’impressione era che i giocatori fossero liberi di circolare troppo presto, con la possibilità di contrarre il virus e contagiarsi l'un l'altro. In quel periodo, ad esempio, Malcolm Brogdon aveva abbracciato le proteste pacifiche di Jaylen Brown ad Atlanta. Brogdon è poi risultato positivo, mentre Brown no.


La priorità è diventata presto il raggiungimento degli zero positivi all'interno della bolla/campus NBA.



L’NBA ha testato quotidianamente con i tamponi - impiegando grandi risorse, ma non è questo il nocciolo della questione. I test tutti negativi hanno confermato che la bubble fosse una misura efficace, cosa che molti (anche tra gli stessi atleti) ritenevano inizialmente impossibile.



Per fortuna, la storia di Lou Williams è terminata con nessuna conseguenza negativa. Ha comunque infranto le regole e gli è stato concesso di tornare, mettendo in allarme i presenti.


Per il resto, l’integrità morale dei giocatori coinvolti ha mantenuto la bubble intatta, nonostante sembri un caso isolato e fiabesco in quanto la Florida è uno degli Stati più colpiti dalla pandemia.


Ciò che stupidamente non si teneva in conto è ciò che sta davvero mantenendo la bubble sana, da ogni punto di vista, ovvero il legame tra molti di questi atleti.



Ad esempio, Donovan Mitchell si è detto molto legato al nucleo dei Celtics e spesso trascorre del tempo in loro compagnia nella bubble. (L'esperienza con Team USA, e poi la bubble, hanno offerto ai Celtics una chance per fare recruiting?)


Il problema che molti portavano alla luce era l’idea che i giocatori fossero "intrappolati a Disney World", ma la realtà non sembra essere così difficile per i giocatori, a parte la lontananza da amici e famiglia.



Parlando dei nomi sulle canotte, i più le consideravano una banalità, uno scherzo. Ma non si tratta affatto di uno scherzo, e in assoluto il dibattito sulle ingiustizie sociali è stato a dir poco centrale nelle interviste ai giocatori dell'ultimo mese.


Dopo la partita contro Portland, Jaylen Brown ha sfruttato l’intervista per focalizzarsi su uno dei problemi più grandi che affliggono gli States: il razzismo.

“Angela Davis ha detto che il razzismo è pericoloso non perché in atto dal singolo individuo ma perché profondamente radicato negli apparati sociali. Penso a questa frase quando ascolto l’inno nazionale, scritto da Francis Scott Key - che era proprietario di schiavi. Quando si parla dell’inno, non si cita quasi mai il terzo verso, che riguarda la schiavitù e afferma che non ci sia speranza per mercenari e schiavi, ma l’oscurità di una tomba. Ecco perchè il razzismo è tanto radicato nella nostra società. La gente non si sbalordisce neppure all’idea. Più o meno le cose stanno così.”

A prescindere dall’opinione riguardo le modalità delle proteste negli Stati Uniti, questa sull’inno è pacifica e quantomeno condivisibile. Ma ancor più importante, Brown usa le sue piattaforme per amplificare gli ideali e gli intenti che hanno portato all’utilizzo degli "slogan" sulle canotte da gioco. Esse rimangono una buona iniziativa, ma sono i discorsi di persone come Jaylen che danno valore al messaggio sociale delle canotte.


Un'altra cosa importante? Supportare uno dei più rispettati GM della Lega, Masai Ujiri. Non serve aver visto il video, serve solo il buon senso.



Un’iniziativa da tener d’occhio, infine, è la nuova NBA Foundation, che ha contribuito con $300 milioni a “incentivare una importante crescita economica della comunità nera” nei prossimi 10 anni.


Attraverso la sua missione di condurre a miglioramenti socio-economici per le minoranze, per mezzo di nuovi posti di lavoro e possibilità di far carriera, la NBA Foundation cercherà di aumentare le possibilità di accesso all’istruzione, garantire supporto per ragazze e ragazzi neri laureandi e diplomandi, e assistere le organizzazioni locali e nazionali che combattono contro le disparità sociali. La Foundation si concentrerà su tre punti critici: ottenere il primo lavoro, assicurare l’impiego una volta terminata l'istruzione e rendere possibile l’avanzamento carrieristico.

In ogni caso, l'NBA ha ripreso la stagione tenendo conto degli interessi dei giocatori, e fortunatamente tutto sta andando per il verso giusto. I tamponi quotidiani stanno mantenendo la bubble sicura, e l'impegno in campo politico e sociale di tutte le parti coinvolte è uno sforzo importante per dare modo alla gente di rendere il mondo migliore.





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