• Alessandro Di Marzo

La stagione di addio di Kareem Abdul-Jabbar


FOTO: Basketball Forever

Questo articolo, scritto da Sean Guest per Double Clutch e tradotto in italiano da Alessandro Di Marzo per Around the Game, è stato pubblicato in data 25 aprile 2020.




Se siete abbastanza "anziani", riportate indietro la mente al 1989, l'anno del crollo del muro di Berlino, dell'uscita di Batman sugli schermi e della premiazione di Seinfeld sulle reti TV americane.


I Los Angeles Lakers erano i campioni NBA in carica dopo aver sconfitto i Detroit Pistons in sette affascinanti gare di Finals. I Lakers avevano vinto anche nel 1987, motivo per cui avrebbero potuto completare il loro secondo threepeat, che nella Lega mancava dai trionfi dei Celtics degli anni '60. Ma la stagione, dopo l'annuncio dell'imminente ritiro di Kareem Abdul-Jabbar, acquistò un sapore inusuale.


Per l'occasione, ogni squadra che ospitava i Lakers realizzò un tributo nel prepartita, ringraziandolo e omaggiandolo per il contributo dato al Gioco. Uno dei molti a esprimersi a riguardo è stato Sam McManis, del Los Angeles Times:

"Abdul-Jabbar non era conosciuto per essere un uomo ricco di sentimentalismo, ma in ogni angolo del Paese gli è stato comunque riservato un trattamento da ospite d'onore durante i sei mesi di farewell tour. Sono stati tanti i regali, le chiacchiere, gli applausi molto graditi; per una volta, le emozioni sono state le protagoniste".

Il giro di saluti, condotto come ci si aspettava, arrivò al termine il 23 aprile 1989, giorno in cui anche i tifosi dei Los Angeles Lakers hanno ringraziato il nativo di New York. Ovviamente, non si trattava di un addio ufficiale, in quanto la squadra era già pronta ad affrontare i Playoffs; Kareem, perciò, avrebbe potuto giocare fino a giugno, cosa che alla fine si realizzò. Quella sera, però, si svolse una cerimonia che vide, tra gli altri, Pat Riley e Magic Johnson parlare davanti al pubblico con profondi discorsi in onore dell'amico e collega.


La situazione, poi, è diventata leggermente bizzarra: Kareem si sedette su una sedia a dondolo in legno, e accanto a lui il figlio cantò, seppur con un po' di fatica, l'inno americano.


Non mi credete? Beh, è successo davvero:



Il tributo non fu di grande successo, ma si rivelò davvero emozionante, visti i 14 anni trascorsi a Los Angeles da parte di Alcindor. Sicuramente migliore fu la prestazione di Johnson, determinante per vincere la 57esima partita stagionale e archiviare il primo posto nella Western Conference, con il secondo miglior record NBA.


Nella post-season, i Lakers vinsero ben 12 partite di fila, infliggendo duri sweep a Portland Trail Blazers, Seattle SuperSonics e Phoenix Suns, e assicurandosi un'altra presenza alle NBA Finals. Tuttavia, i Detroit Pistons erano i peggiori avversari da incontrare, visto che avevano vinto più partite di ogni altra squadra in stagione. E i padroni del Michigan, con il fattore campo a favore, si sbarazzarono dei Lakers in sole 4 partite, negando ad Abdul-Jabbar la possibilità di vincere un settimo anello.


Sarebbe potuta andare diversamente se, nel terzo quarto di Gara 2 e con i Lakers avanti di 2, Magic Johnson non si fosse infortunato al polpaccio: ciò, infatti, lo costrinse a uscire dal campo. Earvin voleva però essere presente in Gara 3, ma dovette gettare la spugna dopo soli 5' dall’inizio, senza punti. Senza di lui, i Lakers combatterono, ma senza essere in grado di imporsi sui Pistons. In 15 presenze ai suoi ultimi Playoffs, Abdul-Jabbar registrò carreer low in punti (11.1) e rimbalzi (3.9) a partita, seppur con minutaggio limitato. Alla sua ultima apparizione sul parquet il suo contributo fu di soli 7 punti e 3 rimbalzi, che dimostrano quale fosse la sua condizione, visti i 42 anni di età.


L'affetto dimostrato dai tifosi fu comunque molto apprezzabile.


E ci mancherebbe, visto che al momento del suo ritiro nessuno aveva segnato più punti, stoppato più tiri, vinto più premi MVP e giocato più All-Star Game e stagioni di Abdul-Jabbar.


La sua lista di riconoscimenti sembra senza fine: 6 volte campione NBA, 2 volte MVP delle Finals, 6 volte MVP, 10 volte All-Star e numero di maglia ritirato da Lakers e Bucks, squadra in cui ha giocato (e dominato) prima di trasferirsi a Los Angeles.

E se i Lakers hanno raggiunto le Finali NBA per 8 volte in 10 anni tra il 1979 e il 1989, gran parte del merito va a lui. Tra queste, 5 hanno visto sbarcare il titolo in California, grazie a 2 vittorie rispettivamente contro Celtics e 76ers, e una contro i Pistons.

Nel 1995 Abdul-Jabbar è stato inserito nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame, e nel 2012 è stata posta una sua statua davanti allo Staples Center mentre esegue il suo iconico “sky hook”.


Ancora oggi, con i suoi 38.287 punti, è lui l’all time leading scorer dell’NBA.




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