• Mauro Oltolina

The Shot - 2/3 - La versione di Steve

Ci sono tiri che, oltre a stravolgere le sorti delle Finals, hanno marchiato le rispettive epoche cestistiche. Da Jerry West a Ray Allen, passando per Steve Kerr: ai campioni, talvolta, basta un istante per scrivere la storia del gioco.

Grant Park, 16 giugno 1997

La voce che esce dalla gola di Ray Clay vibra sensibilmente, e questa non è una novità sulle sponde del lago Michigan.

Aaaall right, get ready… AND NOOOOW THE STARTING LINEUP FOR YOUR WORLD CHAMPIONS CHICAGO BULLS!”.

Il popolo di Chicago era accorso in massa. Era stata una serie di finale, una vittoria per nulla scontata contro l’esercito del Lago Salato. Per questo più di diecimila anime si erano riunite per celebrare quegli eroi.

Se Michael era stato il solito condottiero incontenibile, comandante di un’armata formidabile capace di trovare in Scottie e Dennis due preziosissime guide in uno scontro all’ultimo fendente, era tuttavia spiccata la figura di un uomo. Un eroe quasi per caso autore di un Tiro destinato a rimanere scolpito memoria collettiva del popolo dei “Tori”.

Curioso pensare che la sua umiltà, la stessa umiltà che lo stava conducendo con fare timido su quel palco di fronte alla massa festante, mai lo avrebbe portato a pensare di poter diventare una Leggenda.

Era fatto così. Si riteneva un semplice soldato al servizio della squadra. Aveva svolto il suo dovere.

Prendendosi quel Tiro. Facendosi trovare nel posto giusto, al momento giusto.

United Center, 13 giugno 1997

Poco distante, le mani di Shandon Anderson giacciono invece lungi i fianchi, inerti. Lo sguardo è basso, il capo chino.

La palla battuta sul parquet da Stockton un battito di ciglia prima era stata perfetta, come al solito. Il legno aveva risuonato di sapienza quasi enciclopedica per tempismo e bellezza. Una palla che reclamava avidamente buona sorte, soprattutto dopo che, un istante prima, l’Alieno in maglia 23 aveva fatto l’umano infrangendo contro il vetro il pallone del successo Bulls a 50 battiti di cuore dalla fine.

Il tiro, però, non era entrato.

La sorte non si sfida, e Anderson questo lo sapeva. Ora, assieme allo Utah intero, era nelle mani labili e capricciose della speranza: quella di non passare alla Storia dalla porta sbagliata.

Grant Park

I 319 acri di verde nel cuore della City of Chicago aspettavano impazientemente questo momento, pur presumendo che sarebbe arrivato più in là.

A 6.3 guard from Arizona. Steeeeeeve Kerr!”.

L’uomo che emerge da dietro le quinte, accolto da un’atmosfera elettrizzata, calca il palco con passo timido ma non titubante, lanciando due ponderati gesti di saluto alla folla in visibilio con un sorriso genuinamente sorpreso e divertito. Quello è Steve Kerr, non Michael Jordan.

Lui è l’uomo alla propria destra, non colui che guida la battaglia.

United Center

Forse quel tiro anticipato (e sbagliato) di Jordan poteva essere stata una benedizione. Nonostante l’errore. Il rimbalzo di Malone a 50 secondi dalla fine sanciva un solo e macroscopico postulato: Utah non avrebbe avuto l’ultimo tiro. L’errore di Brown, poi, aveva trasformato la benedizione in speranza.

La gaia festosità del pubblico e delle cheerleader quasi stonano con il dramma del momento. Le panchine raccolte su se stesse: Utah per difendere, Chicago per attaccare.

Serve una soluzione sicura. Serve un tiro dall’esito certo. Perché quel Larry O’Brien deve finire a Chicago. A tutti i costi.

Nemmeno uno sguardo alla panchina di là. Lavagnetta e pennarello in mano, pronto a dipingere quello che dovrà essere un passaggio di Pippen a Kucoc dalla rimessa. In cuor suo, Phil Jackson aveva già deciso in una attesa notte insonne cosa fare di quell’ultimo tiro: Kucoc avrebbe dovuto recapitare il pallone nelle erudite mani di Jordan, per isolarlo. Concedere spazio e tempo, per decidere in modo incontrovertibile cosa fare del destino di quella partita.

E’ da quelle mani, dalle mani di un semi-dio gettato sulla terra, che deve passare il filo del discorso.

Così era stato in gara 1. Canestro. Così doveva essere in gara 6. Canestro e quinto titolo.

Grant Park

Phil Jackson era stato stringato come al solito. Chiamato ad esprimere il suo pensiero sul titolo appena conquistato, aveva preso tutti in contropiede con un repertorio di frasi fatte volutamente banali, nelle quali aveva collateralmente citato soltanto Jordan e Pippen. Per altro appellandoli come “co-capitani”. Tutto calcolato nell’economia di una squadra che constava di due leader dominanti la cui coesistenza era tutt’altro che cosa scontata.

Soltanto a riflettori spenti ed in separata sede si sarebbe detto sinceramente sbalordito dal gesto di Jordan: aver ceduto il proprio canovaccio ad un “gregario” che mai prima di allora si era trovato in una tale situazione era stato un gesto di notevole responsabilità da parte sua. Oltre che di grandezza: in ogni caso aveva deciso lui le sorti della contesa.

La parola ora era passata a lui: l’eroe per caso.

Le labbra increspate in un sorriso furbesco, lo sguardo vivace e smaliziato. Era arrivato il momento di fornire la sua versione.

United Center

Lo sguardo di Jordan, nascosto dal bicchiere verde griffato Gatorade, è un vortice di emozioni: passa dal dubbioso al pensieroso, sino ad arrivare al beffardo.

Il suo tumulto interiore è mosso dai suoi due precedenti tiri: sbagliati. Questo avrebbe avuto delle conseguenze sul tipo di azione da costruire.

Scuote la testa: la distanza tra la rimessa disegnata da Coach Zen e il canestro non è ottimale per un tipo di giocata così complessa ed onerosa da un punto di vista fisico.

La paura non c’entra, non si annida nel suo cuore.

La chiave di lettura è la razionalità: quei due tiri li aveva sbagliati perché era stato raddoppiato. Due volte aveva battuto il raddoppio, ma due volte aveva trovato un aiuto e non era stato abbastanza lucido fisicamente da reggere l’urto di un nuovo, ennesimo, durissimo contatto per farlo sbagliare. Se un uomo raddoppia in difesa, è conseguenza logica ed inoppugnabile che ci sia una maglia bianca libera in attacco.

Si ma chi? Inutile pensare a Pippen: quel tiro lo avrebbe preso, magari lo avrebbe anche segnato. Ma le percentuali di probabilità di un adeguamento difensivo immediato su di lui da parte di Sloan erano troppo alte. Direttamente proporzionali a quelle di un errore: era il secondo uomo più pericoloso dei Bulls, il più indicato per un eventuale scarico.

E poi non avrebbe potuto cedere quel tiro ad un altro maschio alfa, sarebbe stato un segno di debolezza.

Grant Park

“In molti mi hanno chiesto come sia andata, e siccome sono state fatte molte congetture, credo sia giusto chiarire”. L’istante di pausa è scenico, quasi recitato. Serve a creare tensione, a sviluppare quella morbosa smania di sapere come realmente siano andate le cose in quel time-out. Come si sia arrivati da Michael a Steve.

È una pregustata fase preparatoria che, protendendo verso un magnifico coupe de teatre, è volta solo a permettere che i germogli del suo disegno sboccino nel fragore di una risata collettiva.

È consapevole di non essere una leggenda e mai vorrebbe passare alla storia come tale. È un forte senso di coerenza verso se stesso e ciò che sente di rappresentare che muove le sue parole sul brillante sentiero dell’Ironia...

E la pomposa introduzione alla sua versione è volta ad un sottile scopo: divertire per divertirsi nel raccontare un evento agli occhi dei più quasi epocale. Per restare semplicemente Steve.

Forse l’autenticità è il più prezioso insegnamento della sua infanzia, scandita dai profumi e il sole di Beirut. Vivere lontano da “casa” porta a dover legittimare una propria appartenenza, pur accettando le influenze “altrui”. Non bisogna mai perdere di vista se stessi. E le prossime battute del copione sono lo specchio riflesso di una riservatezza mediorientale associata ad un forte senso di appartenenza occidentale.

United Center

I profondi occhi castani si spostano con un unico imponente movimento nella direzione di colui che ha prescelto. Jordan lo scruta, squadra ogni singolo muscolo del viso per carpirne lo stato d’animo. Il suo sguardo passa da pensieroso ad eloquente.

È sicuro. Ha deciso: ha scelto il suo soldato. Quel soldato.

Lo sguardo rivolto a Kerr al contempo inietta fiducia e investe di responsabilità. Sta a lui essere in grado di gestire entrambi i lati della medaglia: “Tieniti pronto, perché quella palla arriverà a te dalle mie stesse mani. Ma devi assolutamente sapere cosa farne. Mi posso fidare?”.

La risposta non si fa attendere, e nella sua testa era già più che chiara e scontata fin dall’inizio.

Che Kerr fosse speciale lo aveva capito dopo avergli rifilato, tempo addietro, un pugno in pieno volto in allenamento nel corso di una lite. Lo aveva fatto infuriare, ma era simile a lui.

Questo bianco ha le palle. È l’uomo giusto.

Gli occhi di Steve lo guardano fermo, prefigurandosi punto per punto il disegno convenuto.

“Appena uscirai, sarò pronto”.

Grant Park

“Quando abbiamo chiamato time-out a 25 secondi dalla fine e siamo arrivati in panchina, Phil ha detto a Michael: <<Michael, voglio che sia tu a prendere l’ultimo tiro>>. E Michael gli ha risposto <<Sai, Phil, non credo di sentirmi molto a mio agio in situazioni come queste. Quindi penso che dovremmo prendere un’altra direzione. Perché non andiamo da Steve?”. Dietro i compagni lo guardano a metà tra la sorpresa e il divertimento. Segue quindi una fragorosa risata collettiva. Lo show è appena iniziato, e Steve sente quelle acque come proprie.

United Center

Si va, quindi, da Steve. Tutto è stato curato minuziosamente al dettaglio, per utilizzare al meglio quei 25 secondi volti ad ultimare un affresco pittorico di mirabile fattura. Un’opera che, dopo il famigerato Flu Game, avrebbe saputo ancor di più di capolavoro assoluto.

Proseguire nella sperimentazione artistica per altri cinque minuti supplementari? Verso l’ignoto? Verso un possibile Game 7, con tutto ciò che ne consegue? Non è ipotesi assolutamente affrontabile. Né dal condottiero né dal soldato. Che il destino, dunque, passi al campo.

La rimessa viene effettuata da Kucoc, proprio davanti agli occhi impazienti di Jerry Sloan. La pratica “Kerr Steve” è presa in esame direttamente da John Stockton, mentre la “Jordan Michael Jeffrey” da Byron Russell, galvanizzato dalla precedente tripla del pareggio e motivato per questo ad arginare il tornado 23. Non appena il pallone oltrepassa la metà campo nelle mani di Steve, la pressione del Muto si alza tutt’altro che impercettibilmente. Lo sapeva: un possesso del genere non sarebbe stato soltanto puramente tecnico-tattico, ma anche e soprattutto fisico. L’estenuante serie di palleggi schiena a canestro, curvo su se stesso a protezione della palla in corrispondenza del cerchio centrale quasi ne è una sorta di epitome.

I secondi scorrono inesorabili alla stessa velocità del sangue degli astanti: da quei 25 iniziali ne erano già fuggiti 10...

14 secondi. Perché la palla non l’ha Michael?

Finalmente il transfer viene effettuato. Pippen, dopo uno split verticale con lo stesso MJ, combatte come un guerriero per la posizione. Riceve e consegna a Jordan.

Eccolo, il suo appuntamento con la Storia. Ma sulla tabella del Destino targato 23 siamo in anticipo di quasi un anno. Quel momento, nessuno lo sa, ancora non deve arrivare. Questo è un altro momento.


Grant Park

“Così mi sono detto: <<tocca salvarlo un’altra volta>>”

United Center

Palleggio di destro. Battuto forte, imperioso, per schernire. Non è ancora arrivato il momento di affondare.

Perché tarda? Perché non arriva il raddoppio?

Alla sua destra, defilato, Steve lo osserva. Sta attendendo che arrivi il segnale. Per agire.

Esitazione accentuata e palleggio feroce per andare in arresto e tiro dalla lunetta. Come in Gara 1. Mancano 10 secondi all’urlo della sirena finale, soltanto 5 alla fine dell’azione.

Cambio di mano a sinistra secco, netto, per creare separazione.

Jordan lo sente: siamo agli sgoccioli. Dove diavolo è il maledetto raddoppio?

Nel preciso istante in cui MJ raccoglie il pallone per fintare un tiro Stockton, fulmineo, si stacca e accorre a raddoppiare.

Ed eccolo, il Momentum.

Jordan compie mezzo passo sul perno, sfodera la lama per tirare sul raddoppio e... passa.

La tempistica è perfetta. L’istante convenuto è finalmente giunto.

Come uno squalo Kerr taglia verso il centro. Con un solo, liquido, movimento riceve palla e si arresta ad un tempo, accolto dal caldo abbraccio della lunetta.

Gli occhi azzurri fissi al ferro, incuranti di uno Stockton scivolato terra, proteso nel disperato tentativo di contestare una sorte già segnata per il suo popolo.

Le mani caricano il pallone e lo rilasciano con leggerezza, quasi che la naturalezza del loro sinergico movimento esuli dal dramma del momento. 20'000 cuori battono all’unisono osservando l’arcobaleno dipinto dalla parabola perfetta del soldato. Quel pallone pare quasi galleggiare e il caos assume i toni di un religioso silenzio nell’attesa del compimento del destino.

All’asciutto schiocco della retina le anime dei presenti esplodono.

Le mani di Kerr, ancora rivolte al cielo dopo il soffice rilascio, incontrano quasi inconsapevoli gli high five di un Jordan visibilmente compiaciuto: ce l’avevano appena fatta.

Con 5 secondi sul cronometro il Time-out Utah sa di rassegnazione.

Perché tutto era già stato deciso da un capolavoro di strategia e tempismo. Di complicità e fiducia.

Il Gioco, nell’interpretazione data dai Bulls, aveva decretato che l’eroe, per una volta, dovesse essere uno soldato. Non un condottiero.

Grant Park

La voce sveste l’abito scanzonato, per concludere dolcemente con un velo di maggiore serietà. “Il tiro è entrato… e questa è la mia storia. E non la cambio. Grazie a tutti”.

“Questa è la mia storia. E non la cambio”.


In quelle due frasi risiede l’essenza di Steve Kerr. E’ la sua storia che lo ha portato ad essere “L’uomo di cui ci si può fidare”; ed è proprio essa che lo ha definito come una delle personalità più affascinanti del panorama NBA. Steve Kerr è un connubio di mille sfumature profonde, sulle quali spicca una fortissima luce: la gioia per ciò che fa.


Attualmente, nella sua carriera da Head Coach, si sta trovando ad allenare talenti celestiali come Curry e Durant, e sono molto singolari le modalità relazionali e di allenamento che adotta nei loro confronti: spesso si appella loro con “figliolo”, predica la legge del divertimento. È al loro fianco, come un soldato, non una spanna sopra di loro. Pur riconoscendone il valore fuori da ogni categoria. Pur essendo il loro coach.

Nel discorso pre partita di Game 1 delle Finals 2015 ha scritto alla lavagna una frase: “Let it fly. Have fun”.

Lascia volare il destino con le sue ali. Tu, semplicemente, divertiti.

È il suo manifesto intellettuale, e quel tiro ne è un esempio. Ha accettato quella responsabilità con fiducia e curiosità sapendo che lo avrebbe comunque gratificato, leale ad un credo scolpito nel suo cuore: tutti hanno un ruolo, e debbono accettarlo.


Per questo forse è sbagliato interiorizzare con incredulità il fatto che un tiro così importante sia stato preso da un “gregario”, o erigerlo a simbolo della rivincita di tale categoria. È sin troppo semplicistico.


Kerr ha ricevuto la stessa sincera fiducia che lui aveva riposto in Michael.

La fiducia nel prossimo e nel proprio ruolo l’ha imparata venendo a contatto col mondo, assorbendone sia il bene che il male. Senza mai offuscare la luce della gioia.

“Questa è la mia storia. E non la cambio”. Il valore di contare e la profondità intellettiva di comprenderlo. Di essere strumento per se stessi e la squadra, uniti e protesi verso di un unico obiettivo: la vittoria. Perchè il Gioco impone che, in una vittoria, ognuno conti. Con la propria storia. Senza cambiarla.

#Bulls #jazz #Kerr #Jordan #clutch

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