• Federico Frumento

Latrell Sprewell e quella controversa copertina di Sports Illustrated

"Erano disposti ad affrontare una questione controversa, ma in un certo senso hanno fatto un passo indietro... scegliendo l'immagine che hanno scelto".


FOTO: NBA.com

Questo articolo, scritto da Julian Kimble per The Undefeated e tradotto in italiano da Federico Frumento per Around the Game, è stato pubblicato in data 2 gennaio 2018.



Qual'è la prima cosa che vi viene in mente sentendo il nome Latrell Sprewell?


La sua prestazione da 35 punti coi New York Knicks al Madison Square Garden nelle Finali NBA del 1999? La sua schiacciata su Jaren Jackson nel terzo quarto di quella partita? O il suo ritorno al Garden per la prima volta dopo più di dieci anni, nel 2017, in qualità di "amico" del proprietario dei Knicks, James Dolan? O forse il suo recente spot per Priceline, che avrebbe dovuto mettere in evidenza il suo senso dell'umorismo, a caro prezzo?


Oppure si tratta di un momento distante dalle telecamere: Sprewell che strangola l'allora allenatore dei Golden State Warriors, PJ Carlesimo, durante un allenamento nel 1997, per poi lasciare la palestra e tornarci per attaccarlo nuovamente? O forse ciò che si ricorda è il "dopo" di quell'episodio, quando il giocatore, che era stato chiamato alla 24 del Draft 1992, è diventato un reietto? Il nome e l'immagine di Sprewell sono diventati sinonimo di violenza, e così i Warriors tagliarono il contratto del tre volte All-Star. L'NBA lo sospese per un anno, dopo che l'episodio aveva causato una valanga di attenzioni dalla stampa di cui la Lega, con la stagione 1997/98 cominciata da un mese, non aveva bisogno. Molte stelle, tra cui Hakeem Olajuwon, Shaquille O'Neal e Scottie Pippen, erano infortunate, Michael Jordan si sarebbe quasi sicuramente ritirato, e un lockout era alle porte.


Il nativo di Milwaukee, cresciuto a Flint (Michigan) e uno degli astri nascenti della (riluttante) NBA, veniva definito "persona non gradita". Aveva commesso un'azione violenta nei confronti del suo allenatore, un gesto che sembrava confermare i grandi timori di quegli anni riguardo all'ascesa di atleti strapagati, violenti, stizzosi (e - gasp - neri). Era uno dei problemi dello sport, lasciare che i giornalisti sportivi e i tifosi dicessero queste cose.


Sebbene Sprewell ammise che le sue azioni erano assolutamente inqualificabili - "non cerco scuse per ciò che ho fatto", disse al New York Times nel 1998 - in seguito si lamentò di come veniva dipinto dai media. Come evidenziato dalla questione della copertina di Sports Illustrated a lui dedicata il 15 dicembre 1997.



"Vedo ovunque mie foto in cui sembro pazzo o aggressivo", ha detto durante una conferenza stampa una settimana dopo l'incidente, per il quale è stato inizialmente sospeso per 10 partite senza paga. "Non ho mai visto una mia foto in cui ho un sorriso sul volto. Sempre negativo."


Sprewell era facile da dipingere come il cattivo. Il prodotto dell'Università dell'Alabama e del Three Rivers Community College era uno slasher e un difensore aggressivo, e il suo aspetto era minaccioso, per le persone che associavano cornrows e attività criminali.


Sprewell aveva già avuto alterchi violenti con i compagni di squadra. Si considerava un combattente, ma solo per legittima difesa. "Non mi arrabbio a meno che qualcuno non stia facendo qualcosa a me o alla mia famiglia, mancandomi di rispetto al punto di non poterlo tollerare", ha detto Sprewell al Time nel 2000.


Ed è così che vedeva l'alterco con PJ Carlesimo. L'episodio dello strangolamento, avvenuto durante un allenamento in occasione di una discussione sull'impegno di Sprewell in campo ("Metti un po 'di senape su quei passaggi", gli avrebbe detto Carlesimo), ha anticipato un discorso importante, nell'era precedente ai social media, sull'incrocio tra razza e sport.


Sports Illustrated è finito nell'occhio del ciclone e ha fatto un grande sforzo per sgonfiare la situazione. E mentre la storia stessa ha contestualizzato in modo eccellente l'accaduto, l'immagine - Sprewell, durante un urlo - scelta come copertina del numero del 15 dicembre 1997, era provocatoria per le ragioni sbagliate. SI all'epoca era la bibbia dello sport, in un periodo in cui le ultime notizie non si diffondevano tramite le Woj Bomb e i trend su Twitter, un tempo in cui i redattori discutevano di storie al telefono, non su Google Hangouts o Slack. Phil Taylor non ricorda esattamente come ha sentito di ciò che è accaduto tra Sprewell e Carlesimo; ma ricorda che come senior writer per Sports Illustrated, ha chiamato i suoi redattori per discutere di come intendevano affrontarla. "Era una storia enorme... come autore principale dell'NBA, sapevo che avrei scritto qualcosa di lungo", ha detto Taylor, che ora collabora con The Athletic. "In seguito ho spesso pensato che se fosse successo ora, sarebbe stata pubblicata la vicenda su Twitter e tutti avrebbero scritto immediatamente delle cose in merito - ma erano tempi diversi".


"Uno dei miei primi pensieri è stato di mettere anche PJ Carlesimo lì, in copertina, con l'aria arrabbiata."

L'incidente Sprewell-Carlesimo è avvenuto un lunedì: lo scenario peggiore per la rivista, che era destinata alla stampa la domenica (centinaia di migliaia di numeri sarebbero stati inviati agli abbonati e sarebbero stati disponibili in edicola il mercoledì/giovedì della settimana successiva). I giornali locali come il San Francisco Chronicle erano già sul pezzo. ovviamente. Quel tempo extra, però, ha permesso a Sports Illustrated di mettere a punto la sua copertura e Taylor ha finito per scrivere due delle tre storie: uno sguardo su chi era Sprewell e un saggio sulla razza e l'NBA. "Sapevamo che una volta uscita, la storia sarebbe potuta andare oltre ciò che sapevamo al momento in cui stavamo scrivendo", ha detto Taylor. "Quindi volevamo trovare qualcosa per rendere meglio questo contesto, ed è qui che abbiamo iniziato a parlare della questione della razza nell'NBA e di cosa aveva a che fare l'incidente Sprewell con questo". In un'eccezione rispetto alle copertine che presentavano fotografie al vivo, è stato presentato un estratto particolarmente incisivo dal saggio di Taylor, con caratteri bianchi su sfondo nero: "Latrell Sprewell è stato punito pubblicamente e diffamato, e qualsiasi giocatore che provi un simile impulso di modificare manualmente la trachea del suo allenatore ricorderà sicuramente l'esperienza di Sprewell prima di agire su quell'impulso. Problema risolto. Ma l'incidente Sprewell solleva altre questioni che potrebbero rappresentare una minaccia per il futuro della NBA: questioni di potere e denaro e - cosa più pericolosa di tutte - razza... " Mettere così tanto testo sulla copertina di una rivista era raro per SI. "Agli editori è piaciuto quello che ho scritto, e penso che sia stato il nostro caporedattore Bill Colson a decidere. Ha pensato che fosse così forte che avremmo dovuto mettere quelle parole sulla copertina." Parte della soddisfazione di Taylor derivava dalla sua convinzione che la copertina sarebbe stata diversa da quella che era rapidamente diventata la tipica caratterizzazione di Sprewell sui gionali, sempre arrabbiato. Fino a quando non l'ha vista... "Le mie parole, sì... ma hanno aggiunto quella foto di Sprewell, e questo è stato frustrante per me", ha detto Taylor, che non aveva visto la copertina fino a quando il numero non è uscito. “Uno dei miei primi pensieri è stato che almeno si doveva mettere anche PJ lì con l'aria arrabbiata. Ma forse sarebbe stato anche più controverso, perché allora avresti avuto un uomo di colore che urlava a un uomo bianco. Quel tipo di rabbia potrebbe essere interpretato come razziale, ma tutto sommatto... sarebbe stato almeno più giusto. " Non era giusto nei confronti di Sprewell perché, sebbene ciò che aveva fatto fosse innegabilmente sbagliato, Carlesimo era tutt'altro che... docile. Era notoriamente duro con i suoi giocatori e notoriamente impopolare per questo. "Siamo stati faccia a faccia in molte occasioni", ha detto al Baltimore Sun Rod Strickland, che ha giocato per Carlesimo mentre era con i Portland Trail Blazers. "Ho giocato per lui, non mi sorprende che sia successa una cosa del genere", ha aggiunto Tracy Murray, che ha iniziato la sua carriera a Portland.


FOTO: NBA.com

Dopo che i Warriors hanno assunto Carlesimo nel 1997, il punto focale della loro campagna è stato "No More Mr. Nice Guy", apparendo sui cartelloni pubblicitari con il suo staff di allenatori vestiti come una squadra di agenti dell'FBI. Carlesimo era raffigurato come un sicario; è stato celebrato per un approccio che ha alienato i giocatori e, cosa più importante, non si è mai tradotto in successo in NBA. "PJ era uno che provocava, ed era scontroso come lo era Sprewell", ha detto Taylor. "Ma Carlesimo aveva un rapporto molto diverso con i media", ha aggiunto Taylor. Era molto collaborativo e affabile, e si interessava della vita privata dei giornalisti. Ricordava i loro nomi. Quel fascino probabilmente ha giocato un fattore nela vicenda con Sprewell, che invece era sempre a denti stretti con la stampa. Le immagini sono importanti per una rivista quanto gli approfondimenti e le analisi. Un numero di marzo 2002 di Sports Illustrated presentava Charles Barkley in catene: ha attirato un'infinità di critiche da parte dello staff di SI, dei lettori e dell'amico e collega di Barkley, Kenny Smith. La famigerata copertina del "cappio" di Tiger Woods di Golfweek, del gennaio 2008, ha fatto licenziare il suo editore e vicepresidente. Il momento storico in cui LeBron James è diventato il primo uomo di colore ad essere in copertina su Vogue è stato macchiato dallo stereotipo dell'uomo nero come bestia selvaggia che proiettava.


Secondo Taylor, i media trascurano troppo spesso il riverbero di tali decisioni editoriali. "I media in generale hanno sempre, e sicuramente in quel momento, sottovalutato l'importanza delle rappresentazioni degli atleti neri", ha detto Taylor. "Non credo che le implicazioni di metterci uno Sprewell arrabbiato siano venute loro in mente. Non sono nemmeno sicuro che le implicazioni di mettere Barkley in catene siano venute loro in mente, fino a quando non è arrivata la reazione."

Taylor ha notato che nessun editore nero è stato coinvolto nella storia di Sprewell. "Potevo essere l'unico scrittore o editore nero a quel tempo", ha aggiunto. La rivista avrebbe potuto mettere uno Sprewell inespressivo sulla copertina, e sarebbe stata altrettanto accattivante. Ma la copertina - e tutti gli esempi più incendiari che l'hanno preceduta e che prtroppo continueranno a seguire - rappresentano una questione più rischiosa: un fallimento da parte di molti professionisti dei media nel cogliere la complessità degli stereotipi e il modo in cui sono legati all'identità nera e al modo in cui tutto ciò influisce sul modo in cui le persone di colore sono viste e trattate. Taylor dà credito a Sports Illustrated per aver deciso con quel numero di esplorare il discorso sulla razza nel mondo NBA. Dopo averne discusso con loro, ha detto, Colson ha chiesto se la rivista dovesse scriverne. Taylor era sbalordito, perché era un tema controverso per Sports Illustrated - e in realtà per qualsiasi pubblicazione sportiva tradizionale di quell'epoca. "Erano disposti ad affrontare una questione controversa, ma in un certo senso hanno fatto un passo indietro... scegliendo l'immagine che hanno scelto", ha detto. "Vorrei che non l'avessero fatto." Sprewell è sopravvissuto alla sua lapidazione pubblica figurativa e ha continuato la sua carriera con i Knicks e poi con i Timberwolves. Il brand di abbigliamento e calzature AND1 lo ha persino etichettato come "The American Dream" al suo ritorno in NBA nel 1999, l'ultima volta che i Knicks hanno raggiunto le Finals.


Gli eventi del dicembre 1997, insomma, non hanno ostacolato del tutto la carriera di Sprewell, che si è interrotta bruscamente nel 2005, dopo cheSpree affermò di non poter sostentare la sua famiglia con il contratto triennale da 21 milioni di dollari che i Timberwolves gli avevano offerto. La recente pubblicità di Priceline, in cui prende in giro i suoi errori, è toccante, considerando i titoli che sono emersi dopo il suo ritiro. Nonostante il successo di Sprewell dopo l'incidente, questa vicenda rimane ancora oggi il simbolo di decisioni sbagliate e rabbia esplosiva. E indipendentemente dalle intenzioni iniziali di Sports Illustrated, anche quella copertina ha contribuito alla creazione dle suo stereotipo.