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Le interviste: Nikola Jokic e Will Barton


Nikola e Will raccontano come sta andando la stagione, le loro aspirazioni personali e quelle di squadra, la chimica nello spogliatoio, il rapporto con coach Mike Malone e molto altro ancora…

Nikola Jokic

Come vedi fino ad ora la tua stagione e quella dei Nuggets?

Penso che stiamo avendo una buona stagione. Le aspettative che ci poniamo noi stessi sono molto alte, vogliamo raggiungere obiettivi importanti e questo, inevitabilmente, ci mette un po’ di pressione. È ovvio che abbiamo ancora tanti aspetti su cui lavorare, ma, in generale, penso che stiamo facendo una buona stagione. Basta guardare la classifica. Il quarto posto a Ovest certifica il nostro rendimento. Potremmo fare meglio, senza dubbio. Ma anche peggio. Personalmente, credo di star ritrovando piano piano la forma dell’anno scorso.

Spiegaci come, in una Lega in cui l’atletismo la fa da padrona, tu sia riuscito a eccellere con qualità tecniche, intelligenza e altre piccole cose...

Penso di aver portato qualcosa di nuovo in NBA. Sul campo posso fare un po’ di tutto. Ovviamente non sono l’unico. Ci sono altri giocatori, altri lunghi nella Lega che sanno incidere sulla partita in tanti e diversi modi. Onestamente parlando, gioco così da sempre, da quando ero piccolo. Sono sempre stato bravo a trattare la palla, a passare e a segnare. Si tratta di qualcosa di naturale per me. Poi, ovviamente, coach Michael Malone mi ha permesso di esprimere il mio gioco al massimo, concedendomi molte libertà. Lui e i compagni hanno iniziato a gradire il modo di stare in campo e abbiamo anche iniziato a vincere. Penso questa sia la chiave: il coach mi ha lasciato libertà di giocare il mio basket, quello che gioco da tutta la mia vita.

Pensi di dover salvare un po’ di energie fisiche e mentali in vista dei Playoffs?

Non penso sia una cosa fattibile, almeno per me. Per come funziona l’NBA, ogni partita conta. Vincere a novembre è importante tanto quanto vincere a maggio. Due anni fa siamo arrivati alla post-season grazie ad una vittoria di scarto. Non esiste per me il pensiero di non impegnarmi e non dare il massimo ogni partita. Non puoi pensare in questo modo. I vincenti non pensano in questo modo. Da squadra, da gruppo coeso, abbiamo il dovere di scendere in campo e dare il massimo ogni volta per provare a vincere la partita.

Al momento siete secondi per Defensive Rating. Tu sei conosciuto più per essere un attaccante, quindi spiegaci come hai fatto ad adattarti sull’altro lato del campo e qual è stata, a tuo avviso, la vostra ricetta per far funzionare la difesa finora.

Penso che la risposta sia facile. Siamo la stessa squadra della passata stagione. Abbiamo lo stesso sistema, la stessa routine, gli stessi meccanismi. Giocare insieme per anni, conoscere quello che i tuoi compagni sanno fare in difesa, aiutarsi, dare tutto... questa è la nostra ricetta in difesa. Sappiamo di dovere giocare bene nella metà campo difensiva se vogliamo vincere.

Parliamo della vostra ultima cavalcata ai Playoffs. Tu e Jamal Murray siate emersi come principali armi offensive e spesso facevate affidamento uno sull’altro. Il tuo stile di gioco e l’attacco costruito attorno a te, tuttavia, si basano su un costante coinvolgimento di tutti gli elementi sul parquet. Come affronti la ricerca di equilibrio tra questi due aspetti?

Sì, penso che la chimica e il gioco tra me e Jamal sia in costante miglioramento. Ma, allo stesso tempo, penso di avere chimica anche con gli altri compagni. Siamo sì due elementi di spicco in attacco, ma senza il supporto della squadra non andremmo da nessuna parte. Non si tratta solo di me e Jamal. E ho costruito una grande connessione con Gary Harris e Will Barton.

Cosa ha portato Mike Malone a questa squadra per farla stare costantemente tra le prime cinque in una Western Conference così competitiva?

Ogni volta ci chiede cosa pensiamo di questo e di quello... sa che dalla nostra prospettiva possiamo vedere le cose diversamente. Ha sempre in mente un buono schema e una giocata da eseguire, ma spesso ci chiede cosa ci sentiamo noi di voler giocare. Crede molto in noi. È il nostro quinto anno insieme e ormai ci conosciamo benissimo. La fiducia che ripone in noi è tantissima e questo significa molto per me e per i miei compagni.

I tifosi serbi non dormono la notte per vederti giocare. Ti vorrebbero vedere giocare nelle Finals, e poi portare la Nazionale serba alla medaglia d’oro olimpica. Quali possibilità hanno di avvenire questi due eventi, e cosa significherebbero per te?

Ad essere onesto, al momento, non penso a nulla di personale. Il mio focus ora come ora è solo per i Denver Nuggets. Le qualificazioni alle Olimpiadi sono ancora lontane, così come, eventualmente, le stesse Olimpiadi. Non ci penso minimamente. Non cambierebbe nulla: non posso influenzare qualcosa che succederà fra sette, otto mesi.

I Nuggets sono al momento terzi nella Western Conference, ma come al solito non siete una squadra molto chiacchierata, non vi si considera una contender, né dai media né sui social. Vi sentite sottovalutati dalla community NBA?

Non lo so sinceramente. Ed è qualcosa che non vogliamo ci condizioni. Siamo soddisfatti da quello che stiamo facendo al momento e non pensiamo a cosa dicono di noi media e avversari. Pensiamo solo a noi stessi. Credo sia questo il giusto mindset da mantenere, quello che abbiamo tenuto l’anno scorso e che ci ha portati oltre il primo round di Playoffs. E, ad esser sincero, ci piace il fatto di essere considerati gli underdog...

Che soddisfazione ti dà vedere dove sei arrivato, vedere come giocano Luka Doncic e tanti altri giocatori europei, e di come stiate diventando i simboli delle rispettive franchigie?

Mi dà molta soddisfazione. Personalmente ho sentito anno dopo anno i tifosi affezionarsi di più a me e apprezzarmi di più come giocatore. Anno dopo anno, da quando sono arrivato, abbiamo sempre vinto di più. Il viaggio che mi ha portato a questo livello è stato qualcosa di grandioso.

Parlaci un attimo della tua relazione con Danilo Gallinari e di come ti abbia aiutato ad affermarti in NBA.

Giocare con il Gallo è stato molto divertente, poi nella stessa estete me lo sono ritrovato contro giocando contro l’Italia. È sempre bello incontrare vecchi amici e vederli giocare bene. Il Gallo ci teneva a me e lo dimostrava aspettandosi ogni volta tanto da me. Mi tormentava un po’... Mi ricordo al primo anno, contro Toronto, segnai qualcosa come 27, 28 o 29 punti e a fine partita mi disse che ormai avevo dimostrato a tutti quello di cui ero capace. E che, quindi, dovevo farlo ogni sera. Un ottimo consiglio.

Will Barton

In questa settimana nelle classifiche di ESPN basate sul Real Plus/Minus risulti quinto in NBA, dopo tre MVP come Giannis, LeBron e Harden e un MVP delle Finals come Kawhi. Lo ritieni un riconoscimento della tua importanza per i Nuggets?

Non cerco di dare troppa attenzione a queste cose. È bello vedere il mio nome là in alto in mezzo a quei campioni, ma, onestamente, penso solo a scendere in campo e fare la giocata giusta per la squadra. Non posso minimamente concentrarmi su queste statistiche. Non ho bisogno di avere lo stesso ruolo in squadra dei giocatori che hai menzionato. Ripeto, è bello essere in quella cerchia di nomi, ma io penso solo a giocare la mia pallacanestro.

Non sono solo le statistiche difensive di squadra ad essere migliorate. Le tue personali sono al massimo in carriera. Mi chiedevo se avvicinandoti alla stagione questo fosse uno dei tuoi obiettivi e se questo maggiore effort comporti problemi nella metà campo difensiva.

È sicuramente qualcosa a cui ho pensato e su cui ho lavorato prima della stagione. Essere un miglior difensore, individuale e di squadra. Abbiamo le qualità e l’atletismo per vincere un titolo, ma sappiamo di dover essere una delle migliori squadre in difesa per poter raggiungere l’obiettivo. Non penso mi tolga qualcosa nell’altra metà campo. In realtà penso che la difesa mi dia ritmo anche in attacco. Mi da più energia, mi fa giocare con più intensità e concentrazione, mi fa essere sempre dentro la partita.

Come ha reagito la squadra alle difficoltà incontrate durante il recente road trip a Est?

Perdere un po’ di partite in serie fa male e una volta tornati volevamo assolutamente proteggere il nostro campo. Penso che in casa nostra siamo una squadra molto difficile da affrontare. Un buon team trova sempre il modo di ritrovarsi dopo un brutto periodo.

Qual è la differenza a livello di competitività nella Western Conference rispetto all’ultima stagione, quando solo voi e i Warriors battagliavate in testa?

Sapevamo che questa stagione sarebbe stata diversa, più aperta dopo l’addio di KD da Golden State, l’arrivo di Anthony Davis ai Lakers, Porzingis a far coppia con Doncic e ovviamente l’approdo di George e Leonard ai Clippers. Sapevamo che ci sarebbe stato più equilibrio e che la Western Conference sarebbe stata più competitiva. Sapevamo di dover arrivare pronti e penso che per ora l’abbiamo dimostrato.

Che soddisfazione ti ha dato vedere la squadra salire la classifica anno dopo anno e divenire una contender?

Si è trattato di un lungo processo. Abbiamo lavorato sodo per diventare una squadra da Playoffs, una squadra vincente e ora che abbiamo raggiunto questo obiettivo vogliamo fare uno step in più, vogliamo diventare una delle migliori squadre della Lega. È stato bello esser parte di questo progetto, di questo processo. Abbiamo lavorato duro e ora vogliamo portarci al prossimo livello.

Qual è stato il tuo primo pensiero quando per la prima volta hai visto Nikola Jokic giocare con la casacca dei Nuggets? Hai pensato da subito che potesse diventare un All-Star?

Beh, è uno dei suoi obiettivi diventare uno dei migliori ed è sempre una gioia per gli occhi vederlo giocare. Lo ricordo ancora quando arrivò, non esattamente con tante aspettative. Ora prova a essere uno dei migliori. Ma a guardare attentamente il suo sviluppo, uno si accorge di come abbia sempre giocato allo stesso modo, dal giorno uno, e ora ha semplicemente più opportunità. Una volta che ha mostrato alla franchigia lampi del suo potenziale con una certa continuità, la dirigenza ha deciso di costruire la squadra attorno a lui e ora può giocare ad altissimo livello in maniera costante.

Quando sei arrivato qui a Denver, via trade, eri considerato parte del nucleo di giovani. Ora sei il quarto più anziano a roster. Senti che il tuo ruolo in termini di leadership sia cresciuto col passare degli anni? Come ti relazioni con i ragazzi più giovani?

Il mio ruolo all’interno della squadra è sicuramente cresciuto in questi anni. Ha anche un che di divertente ricordare quando era arrivato, così giovane. Mentre ora sono uno dei più vecchi della squadra, con più esperienza. Nei giovani del nostro gruppo non posso che rivedere me stesso anni fa, alla ricerca del proprio ruolo, del proprio posto nella Lega, cercando di affermarsi. Quello che puoi fare con loro è parlare di come essere professionali e consigliare cosa fare e quali errori - che tu stesso hai commesso - evitare. Si cerca di indirizzarli verso la giusta strada.

Che influenza ha avuto Mike Malone nella tua crescita come giocatore?

Ha avuto una fortissima influenza nel mio percorso di crescita. Mi ha dato la possibilità di essere veramente me stesso in NBA e giocare la mia pallacanestro. Mi ha dato la possibilità di sviluppare il mio gioco sul campo, di imparare attraverso i miei errori e di diventare il giocatore che sono oggi. Ha giocato un grande ruolo in questo.

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