• Andrea Lamperti

Le sensazioni dopo il debutto dei Big Three


FOTO: NBA.com

Il super-atteso debutto del nuovo terzetto dei Brooklyn Nets si è rivelato la più classica delle “feste rovinate”.


Dopo due tempi supplementari, infatti, la squadra di Steve Nash è uscita sconfitta (147-135) dall’ex Quicken Loans Arena - oggi Rocket Mortgage FieldHouse - di Cleveland, sopraffatta da un clamoroso Collin Sexton, che ha letteralmente rubato la scena e stravolto il copione di una serata in cui non era atteso come attore protagonista.


Vedere per credere - nel tweet qui sotto qualche estratto di quella che, finora, è la miglior partita in NBA della sua giovane carriera:



A parte l'aspetto emotivo e la voglia di inaugurare la “nuova era” col piede giusto, la sconfitta è un male decisamente trascurabile per Brooklyn. La lunga maratona verso i Playoffs, infatti, è appena iniziata: quelli di stanotte erano appena i primi 48’ (poi diventati 53’, e infine 58’) dei Big Three, dopo l’arrivo di James Harden nella Grande Mela e il ritorno in squadra di Kyrie Irving (su cui mi impegnerò per non aprire una - inevitabilmente lunghissima - parentesi).


A parte l’esito della sfida con i Cavaliers (tra l’altro: venerdì notte ci sarà “Gara 2”), il principale motivo di interesse della partita era ed è il primo assaggio di questi nuovi, chiacchieratissimi Nets del trio Irving-Harden-Durant.


Prima di addentrarsi in quanto visto sul parquet, però, qualche considerazione preliminare.


Si sta analizzando niente di più che una partita di Regular Season, che è da interpretare come niente di più che un punto di partenza. Il lavoro di Steve Nash per plasmare questo gruppo non è neanche iniziato, sostanzialmente, considerando i fatti dell’ultima settimana - tra la trade-Harden e i “giorni di pausa” di Kyrie.


E inoltre, se parliamo di “plasmare questo gruppo”, per ora sappiamo davvero poco sui Nets che vedremo in post-season. Ci sono ancora da colmare tre spot a roster e sarà interessante vedere le prossime mosse di Sean Marks, che avrà a disposizione due exceptions (una Mid Level da circa $5M e la Disabled Player di Dinwiddie da circa $6M) per cercare di consegnare a Nash delle rotazioni più profonde e un supporting cast più completo.


Inoltre, delle particolari premesse riguardano le prospettive con cui ci si dovrebbe approcciare alle prime uscite di James Harden con la sua nuova squadra.


The Beard, come sappiamo, attualmente è ancora (molto) lontano dalla propria miglior condizione fisica, e anche da un punto di vista emotivo non ci si può aspettare che lo “switch” da Houston a Brooklyn sia immediato, come se ci fosse solo da premere un interruttore. Da “prigioniero” in un contesto stravolto, disfunzionale e “tossico” (espressione usata dallo stesso Harden), in cui l’ex MVP appariva ormai completamente alienato, alle luci del Barclays Center. E quindi, alle aspettative e alle pressioni che lui e tutti i Nets dovranno sopportare per il prossimo anno e mezzo almeno.


Lo “switch” più interessante da considerare, parlando di Harden, è quello relativo al suo ruolo in campo e alla sua compatibilità con le altre due stelle. Ovvero, neanche a dirlo, il tema che ha fatto discutere maggiormente nei giorni successivi alla trade, e che - inevitabilmente, con tre (due e mezzo) potenziali MVP in campo insieme - terrà banco fino alla conclusione della stagione. Qualunque sia il suo epilogo per i Nets.


FOTO: NBA.com

A Brooklyn infatti il Barba gioca per la prima volta al fianco di due stelle che si sono messe al dito più o meno recentemente un anello; e tecnicamente è chiamato a uscire fuori dalla sua “comfort zone” - ammesso che lo fosse - per inserirsi (adattarsi) in un nuovo contesto, al fianco di Irving e Durant.


Negli ultimi anni Houston ha giocato un basket unico nella Lega, tanto che l’espressione “Harden-centrico” sembra quasi un eufemismo. Un basket fatto di isolamenti, di analytics, di ricerca dell'efficienza e di un esasperato tentativo di massimizzare il talento generazionale del numero 13. Dal suo arrivo in Texas, The Beard ha oscillato tra i 26 e i 36 punti a partita per otto stagioni, diventando la pietra angolare dell’esperimento - fallito, col senno di poi (e con un asterisco su quella Gara 5) - che passerà alla storia come “Moreyball”.


Niente più “Moreyball”, ormai - anche se il “bis” è sembrato davvero vicino. Dopo la mancata trade tra Sixers e Rockets (ne abbiamo parlato qui), una volta per tutte le strade di Daryl Morey e James Harden si sono separate. E questa notte, a Cleveland, abbiamo visto i primi passi del nuovo percorso, su cui soltanto tra qualche anno potremo avere una visione d'insieme.


Benvenuti nella “nuova era”, quindi. È arrivato il momento di entrarci per davvero.


Nella prima con i Big Three, a completare il quintetto di Steve Nash ci sono Jeff Green e DeAndre Jordan, con Joe Harris in uscita dalla panchina (ma in campo, alla fine, per oltre 42 minuti). Intorno a loro, sostanzialmente, il niente: Luwawu-Cabarrot e Bruce Brown chiudono senza punti a referto; il nono uomo in rotazione è Reggie Perry, che ad oggi non può trovare spazio in una squadra di questo livello.


Le scelte di Nash sono chiare, come ci si aspettava. In assenza (e attesa) di un supporting cast, le tre stelle devono condividere il campo per un numero ristretto di minuti, con Harden che va a sedersi dopo poco nel primo quarto. Inizia così la rotazione che lungo tutta la partita ha l’obiettivo di garantire sempre la presenza in campo di due dei tre punti di riferimento, e tutti insieme solo in apertura e chiusura dei due tempi (e poi dei supplementari, ovviamente).


Dai minuti con in campo tutti e tre, ma non solo, arriva il primo grande spunto di riflessione di questa analisi: il coinvolgimento di Harden. Che offensivamente è abbastanza limitato, se consideriamo le sue doti in termini di creation e scoring, e che risulta ultra-ridimensionato se il termine di paragone è invece quello cui ci ha abituato negli ultimi anni.


Durant (38 punti e 12 assist nel boxscore finale) e Irving (37 punti) prendono un totale di 53 tiri dal campo, esattamente la metà del totale di squadra. Segnando, insieme, 75 punti. E Harden si mostra così in un’insolita veste, a cui in parte ci dovremo abituare.


Passa molti possessi off-ball, prende pochi tiri, soprattutto inizialmente. Non ferma prolungatamente la palla e cerca visibilmente di giocare da “facilitatore”, contro la zona 2-3 proposta a lungo dai Cavs. Cerca di sfruttare la gravity che esercita e la sua capacità di creare tiri con spazio per i compagni. Nonostante qualche palla persa, fisiologica, conduce la transizione e manda a schiacciare più volte DeAndre Jordan (6/7 dal campo: il lusso di giocare da esattore di uno smisurato talento offensivo).


Stando in campo per ben 51 minuti (circostanze più che straordinarie, ovviamente), Harden chiude la serata con 21 punti, dopo i 32 e 34 segnati nelle prime uscite con i Nets, prendendo in totale solo 14 tiri dal campo (di cui 2 in tutto il primo tempo) e facendo solo tre viaggi in lunetta. Aggiunge 12 assist e chiude la tripla doppia con 10 rimbalzi.


Il messaggio trasmesso è sicuramente incoraggiante per Steve Nash e per i tifosi dei Nets. E se la manifesta (e manifestata) disponibilità di Harden a cercare il fit giusto in questo nuovo contesto non era cosa scontata, non dovrebbe neanche sorprendere. Dietro al suo gioco a Houston, nel particolarissimo sistema di Mike D’Antoni (oggi assistant coach a BKN), c’è stata e c’è un narrativa, a parere di chi scrive, molto semplicistica. Credo che discutere l’IQ di un giocatore come Harden, scambiando la visione (che piaccia o no) di un’organizzazione per una sua tendenza ossessiva, sia un modo superficiale di congedare la Moreyball. Ma tant'è.


Se da un lato non si dovrebbe quindi essere sorpresi dalla sua non-resistenza a un cambiamento netto rispetto al passato, dall’altro c’è da aspettarsi che Nash lavorerà per coinvolgere maggiormente il Barba, soprattutto quando parte off-ball. Questa notte contro i Cavs ha segnato un solo canestro “assistito”, mentre per KD e Kyrie sono stati rispettivamente 6 e 9.


Pur parlando soltanto di una partita di Regular Season - è bene ripeterlo - nella differente naturalezza con cui i tre si sono comportati al debutto del "superteam" si rispecchiano, forse casualmente, i rispettivi trascorsi nella lega. Durant e Irving hanno giocato, e vinto, con degli MVP. Il percorso di Harden a Houston, invece, ha poco a che fare con la situazione attuale.


In ogni caso, con una chimica di squadra e un sistema di gioco ancora da costruire, il punto di partenza per Nash è una dose complessiva di talento nella metà campo offensiva (poi si passerà alle note dolenti: quella difensiva) che costringe le difese avversarie a scelte impossibili. Contro questi Nets, semplicemente, la coperta di qualsiasi difesa è destinata a sembrare corta.


Prendo, come esempio, un fotogramma estratto dal terzo quarto di questa notte - uno dei tanti che avrei potuto scegliere (del resto, l’attacco di Brooklyn vivrà di questo). Ovvero, il risultato di una collaborazione tra Harden e Durant.


- NBA League Pass -

Come si può intuire, la palla in questo frame sta già "volando" verso il lato debole, dove Kyrie Irving ha metri di spazio. (E tra l’altro, in questo frangente, è seduto in panchina Joe Harris - uno dei migliori tiratori e floor spacer dell’NBA.)


Sarà interessante vedere come lo staff di Steve Nash riuscirà a sviluppare situazioni di questo tipo, soprattutto quando sarà il momento di massimizzare le “interazioni” sul campo tra le tre superstar. Nei Playoffs.


E si arriva infine alla grande e ampiamente annunciata preoccupazione relativa a questa squadra, almeno per come è strutturata ora: la difesa.


Il mantra dei Cavaliers questa notte è stato evidente: make Kyrie defend. Qualcosa che vedremo ancora, ancora e ancora. E che sarà un problema molto difficile da nascondere per Steve Nash.


Non sono solo i limiti di Irving (enormi) e Harden in questa metà campo a destare preoccupazioni, ma anche la totale assenza di specialisti difensivi sulla palla e di un centro che possa mettere i piedi fuori dall’area. Tutti fattori che rendono la gestione dei pick&roll, in primis, veramente critica per i Nets.


Questa è stata indubbiamente la chiave della sconfitta di questa notte, pur con l’assenza di Darius Garland nel backcourt di coach Bickerstaff.


Per vedere dei cambi e della versatilità in difesa è necessario per Steve Nash avere in campo il quintetto small ball, con Jeff Green da 5 e Durant da 4, ovvero quello che ha chiuso la partita questa notte (con una lunga volata finale durata 15 minuti). In ogni caso, Irving-Harden-Harris-Durant-Green non ha proprio l’aspetto di una lineup da rating difensivo “average” in NBA, ed è un quintetto impossibile da accoppiare a lungo contro diversi team della Eastern Conference.


In una serie di Playoffs avere dei punti deboli così esposti e diffusi nella metà campo difensiva potrebbe diventare insostenibile, a prescindere da quello che si è in grado di costruire con la palla in mano. E quindi la domanda, non essendoci un’offseason di mezzo, è: come colmare queste lacune?


Se per la creazione di un’identità offensiva il tempo sarà la chiave della crescita dei Nets, per quanto riguarda la metà campo difensiva i problemi sono strutturali, e la speranza di Sean Marks è che si troveranno delle occasioni. Sul mercato, ovviamente: free agent, buyout, o anche via trade. Chiaramente con possibilità molto limitate, e muovendosi con le eccezioni salariali dette in precedenza.


La sensazione di chi scrive è che la ricerca di uno o due giocatori affidabili in difesa, possibilmente con buone percentuali da fuori in spot-up, e di un centro che possa garantire versatilità e mobilità, saranno determinanti per le sorti di questa stagione.


Questa, nei prossimi due mesi, sarà la sfida di Sean Marks e soci.