• Davide Corna

Le stelle della Draft Class 2003


FOTO: NBA.com

Questo articolo, scritto da Daniel O'Brien per The Basketball Writers e tradotto in italiano da Davide Corna e Alessandro Di Marzo per Around the Game, è stato pubblicato in data 30 marzo 2020.




Avevo già visto molti altri NBA Draft, ma per me, come per molti altri, quello del 2003 aveva qualcosa di speciale. Cambiò il mio modo di guardare al Draft, ai giovani prospetti e al loro potenziale. Ed è anche stato in buona parte la ragione per cui sono diventato un giornalista NBA che si occupa di Draft.


Con l'avvicinarsi del mese di giugno del 2003, il mondo cestistico stava puntando l'attenzione su alcuni dei prospetti più interessanti degli ultimi anni.


LeBron James stava entusiasmando tutto il Paese con le sue prestazioni a livello di high school. Nel frattempo, Carmelo Anthony stava guidando Syracuse al titolo NCAA. E c'erano molti altri giovani da seguire, come il serbo Darko Milicic e la stella di Marquette, Dwyane Wade.


Fu uno dei Draft più attesi della storia.


Diversamente da molte altre Draft Class, la classe del 2003 è stata nel suo insieme decisamente all'altezza delle (altissime) aspettative. Ha prodotto 9 All-Star, 22 giocatori che hanno preso alle NBA Finals e un totale complessivo di 26 anelli, finora.


In quanto tifoso di Syracuse, ho seguito assiduamente Melo per tutta la stagione nella sua marcia verso il titolo NCAA e il Draft. E come chiunque altro, ero affascinato da LeBron ed ero curioso di vedere se sarebbe stato all'altezza delle aspettative da "Chosen One". Sapevamo che questi due giovani sarebbero probabilmente stati protagonisti in NBA, e questo alzò il livello d'attenzione attorno alle prime scelte.


È tempo di tornare indietro nel tempo e analizzare cosa c'era di così speciale nei migliori prospetti di quel Draft, e anche di ricordare un periodo che ha fortemente influenzato il mio modo di vivere il basket.



One-and-Done, Carmelo Anthony


FOTO: NBA.com

Ai tempi dell'High School, Melo era già un prospetto di primo livello, con numeri da star sia a Towson Catholic che a Oak Hill Academy. Aveva preso parte al McDonald's All American e al Jordan Brand Classic, eppure molti tifosi di Syracuse (me compreso) non avevano ancora realizzato quanto fosse forte, prima del suo arrivo al campus.


Anthony dimostrò velocemente di essere un talento fuori dal comune. Dopo aver assistito a una vittoria contro Colgate al Carrier Dome, in una delle prime partite stagionali, ricordo di aver pensato: "Wow, non ho mai visto una matricola come lui".


Tutti sanno com'è andata da lì in poi: Anthony fece registrare una delle migliori stagioni di un freshman della storia, e guidò Syracuse al suo primo titolo nazionale. Lungo il tragitto, si fece amare dai tifosi Orange sconfiggendo i rivali di Georgetown in tutti e tre gli incontri stagionali, e avendo la meglio anche su avversari quotati come Notre Dame e Pittsburgh.


Anthony tenne una media di 22.2 punti e 10.0 rimbalzi a partita, incluso un career-high da 33 punti nella semifinale nazionale contro Texas. Ogni sera si esibiva in virate, step-back, cambi di mano, in-and-out e jumper in fade-away: nessun avversario riusciva a limitarlo, e ben pochi freshman erano mai sembrati pronti per l'NBA quanto lo era lui.


Mettendo da parte la tecnica, una delle cose migliori che ho imparato da Anthony sul basket e sul Draft è l'importanza di aver fiducia e consapevolezza di sé. Non solo giocava sul velluto, ma il suo comportamento era pressoché imperturbabile. Anche contro gli avversari più duri, era in grado di capire lucidamente come poteva batterli.


La vittoria contro Texas nella Final Four è un perfetto esempio della calma che Anthony manteneva anche nei momenti fondamentali. Fece a pezzi la difesa dei Longhorn con il suo arsenale offensivo, già ben fornito, e segnò con piena fiducia sia da dentro l'area che da oltre l'arco.



Kirk Goldsberry di ESPN fece notare quanto Anthony fosse lucido e tranquillo, sul più grande palcoscenico dell'NCAA, dimostrando di avere straordinarie qualità da realizzatore:

"Molti giovani prospetti giocano con un'energia grezza e incontrollabile; Carmelo invece era freddissimo. Il suo equilibrio lo distingueva dagli altri nel frenetico mondo del college basket. Anche durante la finale NCAA contro Kansas, c'era una profonda consapevolezza del suo modo di giocare. E si restava colpiti dal suo sorriso, mentre accumulava punti nella partita più importante della sua vita. Stava giocando in tutta tranquillità, davanti a 54'000 spettatori."

La combinazione di abilità tecniche, qualità fisiche e forza mentale non può essere insegnata. Per quanto fosse triste vederlo lasciare Syracuse, il fatto che Carmelo passasse in NBA dopo un solo anno a livello NCAA aveva perfettamente senso: era una scommessa sicura.


Le doti di Melo si adattarono all'NBA soprattutto in fase offensiva. Col senno di poi, erano sicuramente degno di una chiamata alla scelta numero 2 - prima di Darko Milicic, ovviamente (come anche i due futuri Hall of Famer, Dwyane Wade e Chris Bosh).


Anthony è diventato uno dei realizzatori più letali della Lega, grazie a istinti offensivi d'elitè e a una coordinazione che gli consentiva di tentare qualunque tipo di giocata. E che dimostrava già prima di entrare in NBA. Come per Wade e Bosh, anche per Melo in quel Draft fu la sua maturità e capacità di capire il gioco a renderlo un prospetto di primissimo livello.




Il modo di giocare e i limiti di Anthony nelle due metà campo sono risultate spesso un ostacolo nella sua carriera - in effetti, è accaduto almeno in parte con ogni squadra con cui ha giocato; soprattutto dopo che l'avanzare dell'età e l'evoluzione del gioco hanno in parte "neutralizzato" la sua efficacia.



LeBron James: oltre ogni aspettativa


Sebbene King James avesse entusiasmato l'Ohio (e anche oltre) già a metà del suo percorso all'high school, la vera isteria arrivò nel suo anno da senior. LeBron sembrava già perfettamente in grado di dominare in NCAA e di essere un giocatore importante a livello NBA.


Aveva un'agilità straordinaria, che gli permetteva di volare al ferro e di fare giocate difensive elettrizzanti. Il suo arsenale realizzativo includeva anche un'ottimo controllo di palla e un discreto tiro dal palleggio. Ma ciò su cui mi vorrei concentrare era la sua intelligenza cestistica come playmaker. Anche da teenager, le sue capacità di passatore avevano colpito osservatori e analisti.


E fu questo a renderlo l'indiscussa scelta numero 1 al Draft del 2003, e il miglior prospetto della sua generazione. Nessuna aveva mai visto una tale capacità di playmaking in un giocatore così giovane e così alto dai tempi di Magic Johnson.


Bastano poche clip della partita contro Oak Hill (senza Melo) per illustrare la sua incredibile consapevolezza di ciò che accadeva in campo. LeBron metteva in imbarazzo le difese con esitazioni, passaggi no-look o dietro la schiena, ed era in grado di fare praticamente qualsiasi cosa in campo.



Gli scout si entusiasmavano per le caratteristiche che James mostrava già allora, e una delle più citate era la sua abilità nei passaggi. Ora, ad anni di distanza, ecco una panoramica di quello che si diceva ai tempi sul suo conto.


Un general manager della Eastern Conference disse a Marc Stein di ESPN prima del Draft: "è speciale nel passare la palla, il che lo rende diverso da ogni altro prospetto".


Sempre a Stein, uno scouting director dichiarò: "James ha le capacità per essere qualunque cosa vorrà diventare. La sua abilità nei passaggi può renderlo anche un'ottima point guard".


E un altro scouting director lodò pubblicamente la sua capacità di prendere decisioni corrette: "Ovviamente LeBron è un super-atleta, ma gestisce anche la palla come una point guard e sa prendere sempre le giuste decisioni in transizione".


Mentre un general manager della Western Conference lo definiva "un giocatore di oltre 2 metri in grado di giocare da playmaker", il profilo di Scout.com sottolineava che si trattava di "un passatore straordinario, e anche piuttosto altruista".


Ho chiesto a Greg Swartz, nativo dell'Ohio che segue i Cleveland Cavaliers per Bleacher Report, quale aspetto del gioco di LeBron l'avesse più colpito ai tempi dell'high school, e lui ha citato il continuo impegno di James nel coinvolgere i compagni:

"Se avesse voluto, LeBron avrebbe potuto segnare più di 40 punti a partita all'high school, ma cercava sempre di distribuire la palla, sapeva già allora che era importante coinvolgere i compagni. È sempre stato un passatore fantastico, pur avendo tutte le possibilità di dominare il gioco come semplice realizzatore..."

Andiamo avanti veloce fino al 2020, e scopriamo che James, durante la sua 17esima stagione NBA, è stato il leader della Lega in assist a partita.


FOTO: NBA.com

Ha anche guidato l'NBA in assist potenziali (18.7) e punti creati da assist (26.5) a partita. E ancor più importante, ha trasformato un'altra franchigia rendendola una squadra da titolo, migliorando tutti i compagni.


In tutte e quattro le sue "fermate" in NBA, LeBron ha sempre portato la sua squadra a un livello superiore grazie, in primis, alle sua abilità di playmaking.


Nonostante le enormi aspettative, il suo percorso non era scontato. Non lo è mai. Ogni manciata di anni, qualche fenomeno adolescente si trova a fronteggiare un'attesa da superstar. Pensate ad esempio all'esaltazione che circondava Andrew Wiggins e Jabari Paker nel 2014. Non tutti questi prospetti, però, si dimostrano poi all'altezza delle aspettative, e ancor meno vanno addirittura oltre.


E anche se James aveva creato il più grande hype di sempre per un prospetto al Draft, nei suoi 18 anni in NBA ha superato ogni pronostico. Semplicemente, ha stabilito nuovi standard in questo sport.





Dopo aver ripercorso l'avvicinamento al Draft dei due prospetti più attesi di quell'anno, passiamo ora ad altri profili, tra cui due stelle assolute e a altri giocatori minori ma con carriere più che rispettabili.


Chris Bosh e Dwyane Wade, al tempo, non erano "chiacchierati" come LeBron e Melo, ma si configuravano comunque come prospetti dal grande potenziale, tesi poi confermata dalle loro carriere da superstar e dai loro successi, ottenuti con e senza James, a Miami.

Dwyane Wade (5a scelta assoluta, Miami Heat)


Durante le Final Four NCAA del 2003 era impossibile non accorgersi del talento di questo ragazzo da Marquette. Prima dell’inizio del torneo, tuttavia, la mia conoscenza di Wade era ancora scarsa.


Dopo averlo viso asfaltare Missouri, Pittsburgh e Kentucky mi innamorai del suo stile di gioco, così come accadde per molti altri. Il modo in cui si muoveva lungo il campo era tanto fluido e acrobatico che pareva che la parola “NBA” venisse gridata da ogni suo passo. Riusciva a sprigionare tutta la sua energia e il suo impegno, in un modo che solo Allen Iverson mi aveva mostrato in precedenza.

Un insieme di energia, creatività e atletismo uniti in un corpo solo durante la finale della Midwest Regional: tripla doppia contro Kentucky da 29 punti, 11 rimbalzi ed 11 assist per mandare i Golden Eagles alle Final Four. L'elevato IQ di Wade, in quella squadra, si univa alla preparazione di coach Tom Crean, che aveva creato intorno a lui il perfetto contesto offensivo.



Le sue prestazioni eroiche durante la Big Dance - nome con cui a volte si fa riferimento al torneo NCAA Division I - mi avevano fatto capire fin da subito che Wade sarebbe stato uno dei primi 5 scelti al Draft 2003. Una volta entrato nella Lega, tuttavia, non ero certo che avrebbe raggiunto le vette che oggi conosciamo - forse perché, come tutti, ero troppo distratto da LeBron e Melo.

I Playoffs del 2005, poi, sono stati il momento che mi ha fatto capire che ci trovavamo davanti a una superstar. Era solamente la sua seconda stagione nella Lega, ma Wade riuscì comunque a portare i Miami Heat non solo al primo posto ad Est, ma addirittura fino alle Eastern Conference Finals, perse poi con Detroit.


La gara più memorabile della serie fu la seconda, in cui Wade fece esplodere il suo incredibile talento rendendosi praticamente immarcabile per gli avversari, specialmente nell’ultimo quarto, concluso con ben 20 punti (40 in totale). Quella partita, che fece esplodere i presenti alla Triple A Arena, fu la prova del fatto che Dwyane era in grado di portare la franchigia sulle sue spalle.


E il 2005 fu solo un’anticipazione di ciò che Wade ci mostrò l’anno successivo, in cui guidò gli Heat al primo titolo della loro storia vincendo anche il premio di MVP delle Finali. Fu poi uno dei protagonisti della dinastia Heat del 2014, assieme a LeBron e Bosh, mettendosi al dito altri 2 anelli.


Wade è stato un giocatore ammirato e rispettato da tutti, a prescindere dalla maglia indossata. Ed è pazzesco pensare che fosse solamente il terzo ragazzo più popolare all’interno di quella Draft Class.

Chris Bosh (4a scelta assoluta, Toronto Raptors)


Al suo primo anno al college di Georgia Tech, Bosh non fu né dominante, né decisivo, tanto che la squadra uscì ai quarti del National Invitation Tournament. Ma era un profilo molto attraente per gli scout, visto il mix di talento e fisico, anche senza successi ottenuti fino a quel punto.


Mobilità, tocco di palla e presenza sotto i tabelloni erano ben presenti nel DNA cestistico di un teenager di 211 centimetri che aveva destato l'interesse di ogni franchigia NBA.



A quel tempo, ad ogni modo, per molti rimaneva “quel tipo scelto dopo Carmelo al Draft”. E anche dopo che è diventato un giocatore da livello All-Star, un membro del Team USA che vinse l’oro alle Olimpiadi del 2008 di Pechino, non veniva apprezzato quanto meritava.


Gran parte del pubblico NBA iniziò a farselo piacere solamente dopo i tanti sacrifici offensivi che fece per trasformarsi nel terzo violino ideale di quei Miami Heat.

Ricordate quando Miami venne sconfitta da Dallas nelle Finals del 2011? Dal canto mio, ero incantato dai Mavs di Nowitzki, capaci di annientare il superteam della Florida assemblato pochi mesi prima. Ma alla fine della decisiva Gara 6, le telecamere indugiarono proprio su Chris Bosh, steso sul suolo, triste e deluso.


Bosh era un pezzo cruciale per quella squadra. Vedere giocatori sacrificarsi come fece Bosh al tempo era ed è molto raro. Per i due anni successivi, gli Heat vinsero il titolo, e molti meriti vanno proprio a Bosh, capace di creare l’alchimia adatta attorno alle due superstar della squadra.

11 volte All-Star, 3 stagioni da almeno 20 punti e 10 rimbalzi di media, 19.2 punti a partita per oltre 13 stagioni: numeri che giustificano pienamente il dibattito riguardo a una sua possibile selezione nella Naismith Hall of Fame.



HONORABLE MENTIONS


David West (18esima scelta, New Orleans Hornets)


Stagione migliore: 2007/08, Hornets (20.6 PPG, 8.9 RPG, 1.3 BPG, 48.2 FG%, .140 win shares/48 min, 1.5 box +/-, All-Star).


West fu uno dei giocatori più importanti e fisici del roster di Indiana dei primi anni 2010, proprio quella che diede molto filo da torcere ai Miami Heat. Incarnava a pieno la filosofia di quei Pacers: “Blue collar, gold swagger”.

Boris Diaw (21esima scelta, Atlanta Hawks via Indiana)


Stagione migliore: 2005/06, Suns (13.3 PPG, 6.9 RPG, 6.2 APG, 52.6 FG%, .149 win shares/48 min, 2.8 box +/-).

113 chilogrammi di peso non limitavano Diaw in campo. Sapeva fare un po’ di tutto per essere una “point forward” e trovava sempre il modo di battere le difese avversarie grazie alla sua splendida visione. Ecco un esempio, da una gara delle NBA Finals 2014 vinte contro gli Heat:




Kendrick Perkins (27esima scelta, Boston Celtics via Memphis)

Stagione migliore: 2007/08, Celtics (6.9 PPG, 6.1 RPG, 1.5 BPG, 61.5 FG%, .165 win shares/48 min, 0.5 box +/-, campione NBA).


Perkins era il modello di aspiranti giocatori dallo spirito operaio con agilità sotto lo zero: il ragazzo della Clifton J. Ozen High School amava contrastare gli avversari in difesa (avete capito bene: non la palla). La sua fisicità, però, si rivelò essenziale per il titolo dei Celtics nel 2008.

Josh Howard (29esima scelta, Dallas Mavericks)


Stagione migliore: 2006/07, Mavericks (18.9 PPG, 6.8 RPG, 1.2 SPG, 45.9 FG%, .173 win shares/48 min, 3.1 box +/-, All-Star).


Oltre alla sua ottima difesa, Josh Howard verrà purtroppo ricordato per i tanti problemi fisici che ne hanno compromesso la carriera. Il suo viaggio in NBA è stato decisamente più breve rispetto a quello di molti altri giocatori in questa lista, ma Howard fu comunque in grado di giocare 7 Playoffs su 10 stagioni nella Lega.

Mo Williams (47esima scelta, Utah Jazz)


Stagione migliore: 2008/09, Cavaliers (17.8 PPG, 3.4 RPG, 4.1 APG, 46.7 3P FG%, .165 win shares/48 min, 2.3 box +/-, All-Star).

Mo! Tra le tante notti memorabili del ragazzo da Alabama, dovendone scegliere una, non saprei se prendere la partita da 50 punti del 2015 in maglia T’Wolves oppure la schiacciata clamorosa su Paul Pierce ai Playoffs del 2010.




Kyle Korver (51esima scelta, Philadelphia 76ers via New Jersey)


Stagione migliore: 2014/15, Hawks (12.1 PPG, 4.1 RPG, 2.6 APG, 49.2 3P FG%, .148 win shares/48 min, 2.8 box +/-, All-Star).

Ovviamente, ho adorato la capacità di giocare lontano dalla palla di Korver che ha mostrato nel corso della sua lunga carriera, così come la sua spiccata abilità al tiro. E credo anche che il suo talento difensivo non sia stato apprezzato a dovere: il prodotto di Creighton è sempre stato reattivo e attento, sulla palla e non - qualcosa che ogni coach vorrebbe da un tiratore affidabile come lui, e che gli ha senza dubbio allungato la carriera.




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