• Alessandro Di Marzo

LeBron-Boston: storia di una rivalità senza fine

I 17 anni di carriera NBA del Re narrati attraverso le sue battaglie contro i Celtics.


FOTO: NBA.com

Questo articolo, scritto da Daniel Lubofsky per Celtics Blog e tradotto in italiano da Alessandro Di Marzo per Around the Game, è stato pubblicato in data 2 settembre 2020.



LeBron James si è dimostrato un fenomeno sin dai suoi primi anni a Cleveland, per poi confermarsi tale e (finalmente) vincere un titolo NBA a South Beach, con i Miami Heat. Successivamente, tornato dai suoi Cavaliers, ha completato il suo ambizioso progetto, vincendo in Ohio ed entrando di diritto tra i migliori cestisti di sempre; e ora, dopo lo sbarco a Los Angeles nel 2018, è riuscito a mettersi al dito il suo quarto anello, vincendo con i Lakers nella bubble di Orlando.

Queste possono definirsi le principali tappe della sua carriera da Hall of Fame, ma c’è anche un altro modo che permette di raccontare la sua storia all’interno della Lega: ripercorrere la sua rivalità contro i Boston Celtics.


All’inizio del suo viaggio in NBA, i Celtics stavano vivendo un periodo piuttosto mite della loro storia: erano infatti reduci da uno sweep inflitto dai New Jersey Nets al secondo turno dei Playoffs 2003. Negli anni successivi, il risultato non è migliorato: due eliminazioni consecutive al primo turno da parte degli Indiana Pacers e mancata qualificazione ai Playoffs nel 2006 e nel 2007.


Durante questi anni, gli scontri tra Celtics e Cavs si riducevano spesso a lampi individuali delle due stelle delle squadre, rispettivamente Paul Pierce e LeBron James. E i sentimenti non così amorevoli provati ancora oggi da “The Truth” per il Re risalgono proprio a questi primi incontri, dove il numero 34 sentiva dentro di sé un misto di competitività e gelosia verso colui che si stava prendendo sempre più violentemente le maggiori attenzioni del palcoscenico NBA. E ogni volta che si affrontavano, i due premevano forte sull’acceleratore per performare al meglio l’uno contro l’altro.


“Sta cercando di provocare la panchina?” - aveva detto Kendrick Perkins riguardo a una vecchia partita di Preseason tra le due squadra, nel 2004. “Sì, è proprio così, guarda come parla a LeBron e a tutti quegli altri seduti lì... un'estrema mancanza di rispetto”.


I due, nel dicembre 2003, segnarono complessivamente 78 punti; 93 (!), invece, furono quelli messi a referto nel febbraio del 2006. Ma mentre James quell'anno stava trasportando la sua squadra verso le NBA Finals, Boston tentava di affidarsi alla Lottery.

Tutto, però, cambiò quando i Celtics ingaggiarono Kevin Garnett e Ray Allen l'estate successiva. Dopo una stagione da 24 vittorie e 58 sconfitte, la squadra virò verso le gerarchie più alte della Lega. Ciò rese inevitabile uno scontro al secondo turno di Playoffs tra Celtics e Cavs, che si risolse solamente in una delle più memorabili “win or go home” della storia NBA.


Pierce concluse con 41 punti, che bastarono ai Celtics per avanzare, nonostante i 45 di LeBron, che tenne vivi i suoi fino all’ultimo minuto:


L’eccessivo gap di talento tra le due squadre giocò un ruolo decisivo: i tre All-Star di Boston non lasciavano possibilità a James, unico grande giocatore tra i suoi. Anche lui, comunque, aveva ancora molto da imparare al tempo, nonostante le Finals disputate l’anno prima.


Nel 2009 i Cavs dovettero arrendersi davanti agli Orlando Magic, sconfitti solamente in finale dai Los Angeles Lakers, mentre l’anno successivo il destino ripropose la tanto ambita sfida contro Boston. Due delle prestazioni di LeBron in quella serie, terminata 4-2 per i C's, furono tra le peggiori della sua carriera: ancora oggi si discute delle sue condizioni psicologiche di quei giorni, nonostante siano passati 10 anni.

La squadra di Doc Rivers doveva vedersela contro un duplice MVP (2009 e 2010), ma ciò non spaventò i giocatori, specialmente due dei più grandi trash talker di sempre come Pierce e Garnett; quest’ultimo, in particolare, ha rimarcato questo lato della sua personalità lo scorso dicembre ai microfoni del podcast di Bill Simmons, proprio parlando di James:

“Lascia che ti dica che non ce ne fregava proprio niente di LeBron. Non avevamo paura di lui. E non avevamo mai pensato che potesse batterci. L’abbiamo demolito.”

James sapeva che il suo talento, da solo, non sarebbe bastato per abbattere i Big Three di “Beantown”: servivano rinforzi pesanti, pronti a battersi per regnare ad Est e reggere agli attacchi, anche verbali, che i Celtics avrebbero provato ad infliggere.

Ed è per questo che, nell’estate del 2010, LBJ scelse di trasferirsi nel posto migliore per vincere: la Miami di Dwyane Wade e Chris Bosh.


Un trio del genere spaventò quello rivale, ormai sull’orlo dell’invecchiamento, ma quest’ultimo rimase comunque fiducioso: d’altronde, erano loro ad aver partecipato a due Finals consecutive, vincendone una, mentre in Florida il gruppo si era appena formato, inconsapevole di come si sarebbero trovati i componenti in campo l’uno accanto all’altro.


E questo venne subito dimostrato in Regular Season, dove i Celtics, consapevoli della loro potenza, si portarono a casa tutte le prime tre partite contro gli Heat, ancora poco affiatati. Anche con un’altra squadra, James stava ancora pagando per i suoi limiti di talento e intangibles. Progressivamente, però, il divario diminuì, tanto che Miami riuscì a vincere l’ultima sfida in stagione regolare e, soprattutto, la serie al secondo turno di Playoffs, portata a casa in 5 partite. Lo straripante talento degli Heat stava finalmente iniziando a risplendere nella sua pienezza.


“Se riusciamo a mettere loro pressione, è fatta”. Così si era espresso coach Rivers al proprietario dei Celtics, Wyc Grousbeck, secondo Ian Thomsen di The Lowe Post. “Fidati, guardali in faccia e capirai. L’unico forte mentalmente è Wade, nonché l’unico ad aver vinto da solo.”

Boston vinse Gara 3 di ben 17 punti e cadde solamente all’overtime in Gara 4, persa anche a causa di un infortunio al gomito per Rajon Rondo, le cui grandi prestazioni sarebbero poi mancate anche nella fatale Gara 5. Qui, LeBron segnò 10 punti di fila nei minuti finali, infliggendo il colpo di grazia ai Celtics.

Anche se sconfitti, i Celtics avevano sfruttato la fragilità di un uomo che, ancora una volta, non aveva sfruttato al massimo tutte le sue possibilità e sembrava non resistere agli attacchi verbali degli avversari. Le stesse questioni si sollevarono l’anno dopo, quando Heat e Celtics si incontrarono in occasione delle Eastern Conference Finals.


Sono tante le leggende NBA ad aver affrontato tante avversità prima di riuscire a vincere un titolo, e LeBron non fa eccezione. Arrivato alla sua nona stagione nella Lega, era finalmente giunto il momento di sorpassare questa fase di difficoltà.


Dopo cinque gare, gli Heat si trovavano sotto 3-2. E secondo Justin Tisley, di The Undefeated, era nuovamente ora di mandare a casa il Re:

“Con Boston sopra 87-86, Paul Pierce, a meno di un minuto dal termine, ha segnato una tripla in faccia a LeBron James, decisiva per vincere Gara 5, ma ha soprattutto ha ricreato una scena emblematica, ormai familiare, che vede i Celtics scrivere nuovamente l’ultimo capitolo della stagione di James. Dopo il colpo finale, Pierce è tornato indietro urlando -I’m cold-blooded! I’m cold-blooded!”

Ciò che seguì, però, è stata forse la prima dimostrazione da vero vincente di James. Una Gara 6 da 45 punti, 15 rimbalzi e 5 assist. Eliminazione evitata. Finalmente, un LeBron decisivo anche sotto pressione.



“Fino a quel giorno, LeBron era visto come un giocatore molle”, ha poi spiegato Ryan Hollins, membro dei Celtics del 2012. “Non pensavamo che sarebbe mai riuscito a giocare in questo modo nell’ultimo quarto. Eravamo sicuri che non fosse lo stesso di sempre, se messo sotto pressione”.


La ciliegina sulla torta fu poi l’eliminazione di Boston in Gara 7, caratterizzata da 31 punti e 12 rimbalzi del Re, e vinta dopo una rimonta dal -11. Pochi giorni dopo, primo titolo portato a casa contro OKC e maturazione definitivamente completata.

“La pressione permarrà, si tratta sempre di dover sostenere il fardello dell’uomo soprannaturale, ma sarà diverso”. Così Lee Jenkins, di Sports Illustrated, si espresse dopo la vittoria del titolo nel 2012. “Tutte le domande che hanno avvolto James sin dai suoi primi anni a Cleveland - ‘Sai chiudere le partite? Guidare una squadra? Vincere un titolo?’ - Sono ormai seppellite sul fondo della Baia di Biscayne”.


La crescita avuta in seguito ha riguardato specialmente la fiducia di sé, che lo ha portato a disputare probabilmente la sua miglior stagione in carriera nel 2012/13. Niente era in grado di fermarlo, e quale migliore dimostrazione della partita contro i Celtics del 18 marzo 2013?


Una partita ricca di significato: se avessero vinto, gli Heat avrebbero infatti incassato la 23esima vittoria di fila, potenziale seconda miglior striscia nella storia NBA. Nonostante il +13 Celtics nel quarto quarto, Miami rimase composta e si affidò al suo leader, che segnò 13 punti nell’ultimo periodo, tra cui il decisivo jumper del +2 a 11.5 secondi dalla fine.



Risultato: 105-103 Heat e prima vittoria della squadra contro Boston in RS dall’aprile 2007. “Stasera siamo cresciuti ancora” disse poi James dopo la vittoria storica, “ed è una grande cosa per la squadra”.


Dopo l’epica serie del 2012, i Celtics non avrebbero raggiunto i Playoffs fino al 2015. E in quella stagione, rispetto a tre anni prima, molte cose erano cambiate. James era ritornato ai Cavaliers durante l’estate precedente, formando un altro "Big Three", questa volta con Kyrie Irving e Kevin Love. Il trio di Boston si era invece sciolto, con la squadra affidata a Brad Stevens in panchina e ad Isaiah Thomas in campo.


Il primo turno di Playoffs tra le due squadre fu caratterizzato da un ritmo molto diverso da quello a cui eravamo rimasti abituati: Pierce e Garnett, oltre a tutti gli altri membri dei vecchi Celtics, avevano salutato il Massachusetts, rendendo la squadra una preda e non più una predatrice. Mancanza di talento e di fronte il miglior giocatore della Lega, in continua crescita. Risultato: 4-0 e Cavs al secondo turno.


Prima del mantenimento della "Promessa" con il Larry O'Brien del 2016, James subì ancora altre trasformazioni. Cleveland aveva chiesto a LeBron la stessa cosa di Miami: il titolo. I vantaggi? Porre fine alla sofferenza della città, che non aveva mai visto una Vittoria nella sua storia. Il rischio? Lasciare le mura amiche di Miami, provare a replicare il successo in Ohio e aprirsi a possibili (pesantissime) critiche in caso di fallimento.

Dopotutto, Wade non era pronto per prendersi sulle spalle la squadra e ricondurli all’anello da solo. E James, lo era? I due formavano un duo esplosivo, in cui l’uno conosceva tutto dell’altro. E Miami era il posto giusto per "funzionare", come coppia. Si poteva dire lo stesso di Cleveland?

“La cultura dei Cavaliers, trasandata rispetto a quella degli Heat, doveva essere riesaminata. Tipicamente, questo sarebbe un compito da affidare a un executive o a un allenatore, ma James credeva di essere pronto a svolgere personalmente il lavoro”, ha scritto Lee Jenkins subito dopo l’anello di Cleveland.


Ribaltando un 3-1 in finale contro i Warriors, James demolì non solo Golden State, ma anche ogni critica riguardo alle sue potenzialità. Ora non aveva più nulla da dimostrare, e, dopo 13 anni di NBA, nulla da imparare.


La stagione successiva vide Boston rialzarsi e conquistare il primo posto nella Conference, specialmente grazie a uno straordinario Brad Stevens in "regia" e a un Isaiah Thomas in formato MVP (vinto però da Russell Westbrook) sul campo. Ma tutto ciò non fu comunque abbastanza per battere i Cavs, che ci misero solamente cinque partite per avanzare alle Finals per il terzo anno consecutivo.


James giocò splendidamente, a partire da Gara 1. Dopo solo un quarto, il tabellina recitava 15 punti con 7/8 dal campo, inclusi questi 2 punti clamorosi contro Kelly Olynyk:


“Non solo ha giocato dal palleggio o contro i raddoppi, come spesso fa, ma ha anche segnato fadeaway da 4 metri e mezzo, marcato stretto” , ha scritto Associated Press dopo la gara. “Boston sembrava anche soddisfatta dei cambi creati dai blocchi di Cleveland, visto che spesso si sono generati accoppiamenti apparentemente sfavorevoli per LeBron”.

In effetti, questa analisi si sarebbe potuta riferire all’intera serie, che James ha terminato con 29.6 punti di media e il 58% al tiro. Tra tutte, spicca Gara 5, con 13/18 dal campo (72.2%), sua quinta miglior percentuale ai Playoffs. Nel mezzo della sua 14esima stagione NBA, l’ormai 32enne avrebbe potuto calare fisicamente, ma non ci ha pensato nemmeno.


E le sue sicurezze fisiche sono state una parte molto importante della stagione successiva, rivelatasi una delle più impressionanti dimostrazioni della sua grandezza individuale.

Oltre all'addio Irving (direzione Boston), nel 2017/18 la squadra si era quasi completamente smontata, anche attraverso molti scambi a stagione in corso. Ciononostante, la squadra era ancora in grado di competere per arrivare in Finale grazie a un James trascinatore.

La maestria di Boston risiedeva invece in Stevens, costretto a dover rinunciare alle due stelle acquisite in estate (Kyrie Irving e Gordon Hayward) e ad affidarsi all’allora rookie Jayson Tatum, al sophomore Jaylen Brown e a Terry Rozier, al suo terzo anno in NBA.


I Celtics contarono sulla coralità, mandando ben cinque giocatori in doppia cifra di media nelle Eastern Conference Finals e mettendo in seria difficoltà il Re, subito sotto 2-0. Arrivati poi sul 3-2 Boston, James decise che quella Gara 6 non sarebbe stata l’ultima partita giocata a Cleveland, e dimostrò il tutto con 46 punti, 11 rimbalzi e 9 assist.



La sua fu una post-season pazzesca, che comunque non lo rendeva favorito per la vittoria in quella Gara 7. Dopo una concussione, inoltre, Love fu costretto a saltare l’appuntamento decisivo. E oltre a ciò, i Celtics non avevano ancora perso in casa ai Playoffs di quell’anno, e James continuava a guidare la squadra per minuti a partita, il che lo rendeva parecchio affaticato - ma era necessario per sopravvivere, vista la scarsa qualità del supporting cast.


In G7, il Re non volle concedersi un solo secondo di riposo, cosa che non capitava da Gara 4 delle Semifinali di conference del 2006 contro Detroit. E vinse ancora. 35 punti, 15 rimbalzi, 9 assist, 87-79 e ottave NBA Finals consecutive raggiunte.

“Ha giocato bene molto spesso. E come poteva sbagliare una Gara 7 a Boston, con tutte le circostanze del caso, in un ambiente ostile?” (Tyronn Lue)

James registrò medie di 33.6 punti, 9.0 rimbalzi e 8.4 assist nella serie. Con lui, l’unico in doppia cifra di media fu Love, con 12.5 a partita e un modesto 37.5% al tiro. Ma LeBron non aveva passato il turno solamente grazie al suo straripante talento, superiore a quello di ogni suo avversario, ma anche e soprattutto grazie alle toste lezioni che, nel corso degli anni, aveva imparato dai tanti scontri con i Celtics.


Sii forte quando il gioco si fa duro.

Sfrutta ogni minima debolezza altrui.

Aggredisci.


“Lue e LeBron stanno divorando i loro avversari durante questa post-season”, scrisse Jonathan Tjarks di The Ringer subito dopo Gara 7. “Ai Playoffs gli accoppiamenti sono cruciali, e la situazione di Cleveland è unica, perché possono sempre creare e sfruttare mismatch attorno alla figura di James”.



Il Re ha affrontato Boston sette volte in carriera ai Playoffs, collezionando un totale di 25 vittorie e 16 sconfitte (5-8 durante i primi anni a Cleveland, 8-4 a Miami e 12-4 una volta tornato in Ohio).


Una crescita progressiva, in parte dettata dai continui cambiamenti delle squadre. Ma Boston è sempre stata una squadra stimolante per James, in ogni fase della sua carriera. E le sue parole del dicembre 2015 sembrano confermare questo pensiero:

“Devo ammetterlo: se mai scriverò un’autobiografia, dedicherò un capitolo ai Celtics. Paul, Ray, ‘Do (Rondo), Perk, KG... hanno fatto molto per la mia carriera”.

Nei primi anni nella Lega, James si è dovuto affidare a tante abilità non ancora sviluppate a pieno; e se a ciò affianchiamo una discreta fragilità psicologica, comprendiamo (a posteriori) che era ancora troppo vulnerabile per sconfiggere un gruppo come quello di Boston, più maturo e solido.


Il trasferimento a South Beach gli ha fatto molto bene a livello di gioco, ma non per quanto riguarda le battaglie verbali. Gli Heat erano più forti, ma non così resilienti come i loro avversari.


Infine, il ritorno a Cleveland è stato un punto cruciale, perché James non poteva più affidarsi totalmente ai compagni o all’organizzazione: era lui il leader, sia in campo che fuori, quando si dovevano fare i conti con le classiche difficoltà interne nel momento in cui si va alla caccia di un titolo.


“Il LeBron di quasi una decade fa faceva leva sui suoi grandi poteri fisici”, scrisse Rob Mahoney di Sports Illustrated nel 2016. "Ogni suo movimento era travolgente. Mentre nel LeBron di oggi troviamo sì questo vantaggio, ma in aggiunta a un’acutissima intelligenza cestistica”.


Oggi James gioca per i Los Angeles Lakers, dunque le possibilità di incontrare ancora una volta Boston ai Playoffs sono più scarse. Semmai succedesse, sarebbe in una serie di NBA Finals.


I Celtics, probabilmente, oggi non sono i più forti ad Est, ma posso comunque provare ad agguantare le Finals nei prossimi anni. E quale miglior vittoria per la consacrazione finale del "G.O.A.T.", se non quella che potrebbe arrivare attraverso la più grande rivalità di questo sport?


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