• Andrea Lamperti

Lunga vita a… tutto questo

I nostri "titoli di coda" della stagione NBA più incredibile di sempre.

FOTO: NBA.com

Game over.

A 12 mesi di distanza dall’inizio di questa eterna stagione NBA, la prima bubble della storia dello sport - e si spera l’ultima (senza nulla togliere al miracolo sportivo, organizzativo e di marketing che ha rappresentato) - è arrivata al capolinea.

Dopo un anno segnato dalla tragica scomparsa di Kobe Bryant, dopo una sospensione della stagione causa Covid-19, dopo un incredibile “restart” a Dinsey World, dopo il primo “spareggio”per i Playoffs, dopo uno sciopero dei giocatori per protesta contro razzismo e brutalità della polizia.

Dopo una post-season che ha smentito e anzi demolito ogni scetticismo iniziale, facendoci quasi dimenticare dell’assenza del pubblico (e del fattore-campo) con una serie di colpi di scena degni del miglior thriller.

Dopo l’eliminazione del bi-MVP, Giannis, e dei suoi Bucks. Dopo il clamoroso crollo dei Clippers. Dopo le due favole Disney, Nuggets e Heat, arrivate a giocarsi rispettivamente Conference e titolo, contro ogni pronostico. Dopo una serie di NBA Finals, a posteriori, tutt’altro che scontata, malgrado il 2-0 dei Lakers e gli infortuni di Miami. Dopo 288 minuti di grande pallacanestro da entrambe le parti ed eroiche prestazioni individuali.

Dopo tutto questo, LeBron James è ancora sul tetto del mondo. Da MVP delle Finals. Per la quarta volta, e con la terza squadra diversa: i Los Angeles Lakers.

E allora lunga, lunghissima vita al Re. Che va per i 36 anni il prossimo dicembre, con 17 stagioni NBA alle spalle, ma che ha già messo in chiaro di “avere ancora tanti anni davanti”. Se siete disorientati nel provare a immaginare quando il suo regno possa finire, non siete i soli...


Ma lunga vita, soprattutto, a tutto quello che l’NBA ha saputo regalare al Mondo in un momento di enorme difficoltà. Gli ultimi 12 mesi di Adam Silver si sono rivelati una sfida ai limiti dell’impossibile, tra questioni “diplomatiche” (il caso Daryl Morey) e soprattutto sanitarie e sociali. Una sfida che la National Basketball Association ha brillantemente superato, dimostrandosi “più di una lega”, composta da giocatori che sono (molto) “più che atleti”. Dimostrandosi davvero quella realtà “where amazing happens”, e non solo sul campo.


L’impegno politico, il sostegno al movimento Black Lives Matter e la promozione di riforme sociali sono stati amplificati al massimo da uno spettacolo sportivo tra i migliori nella storia recente della Lega. I Playoffs 2020 si sono conclusi con una sola partita in meno rispetto alla loro possibile massima estensione, ovvero quella Gara 7 che LeBron e compagni sono riusciti a scongiurare, vincendo nel sesto e definitivo atto della serie.

4-2 Lakers.

E il Larry O’Brien è dei Los Angeles Lakers, per la 17esima volta.



I Miami Heat questa volta sono stati costretti alla resa già nel primo tempo, dopo la stoica resilienza dimostrata nelle tre precedenti partite.


Le vittorie in Gara 3 e Gara 5 avevano riportato in bilico la serie, con la complicità dei dubbi sulle condizioni fisiche di Anthony Davis. Il primo tempo e soprattutto il secondo quarto (36-16) di Gara 6, invece, hanno spazzato via le speranze e il game-plan di Erik Spoelstra, nonostante il ritorno di Dragic.

La pressione difensiva dei Lakers sui trattatori di palla degli Heat e le sicurezze garantite nel pitturato da AD nei primi 24’ hanno forzato Jimmy Butler e compagni a tornare negli spogliatoi con 36 punti segnati, il 34% al tiro e addirittura il 41% in lunetta. Dati che fotografano un primo tempo in cui la squadra di Coach Spo è stata in evidente affanno nella metà campo offensiva.

È la vittoria di Frank Vogel, che quasi a fari spenti - cosa di per sé incredibile, e forse il suo più grande merito - ha saputo stravolgere l’assetto dei Lakers in questi Playoffs e trovare in ogni serie gli aggiustamenti vincenti. Soprattutto in difesa, marchio di fabbrica dell’ex Pacers.

Vogel si è dimostrato esattamente la guida che serviva per tornare dalla bubble con il titolo. Non era la prima scelta dei Lakers durante la scorsa offseason? Si è rivelato la scelta giusta - e questo conta.

Per una squadra guidata da due superstar come James e Davis, sempre in controllo del proprio destino da due mesi a questa parte, le chiavi del successo sono state la capacità di adattarsi agli avversari e la continuità del supporting cast e della difesa. È il titolo del collettivo-Lakers, e delle sue infinite storie.

Non solo il quarto di LeBron, ma anche il terzo di JaVale McGee (già!) e Danny Green, il secondo di un incredibile “Playoff Rondo” (unico di sempre a riuscirci con Lakers e Celtics) - e, certo, del redivivo protagonista dei festeggiamenti: JR Smith.


Il primo anello per AD, che sembra aver appena iniziato, quello da quasi-35enne di Dwight Howard, nell’anno della sua “redenzione”, e di chi ha superato (brillantemente) l’esame al primo tentativo come Caruso, Caldwell-Pope (X-Factor di queste Finals) e Markieff Morris.


I Lakers, semplicemente, hanno funzionato. Sono stati la squadra più solida, versatile e continua della stagione. Quella che serviva per piegare questi Heat.

Le fatiche disumane e la leadership di Jimmy Butler, la sfrontatezza e il talento di giovani come Herro, Robinson e Adebayo, l’incredibile (e alla fine sfortunata) post-season di Goran Dragic, la filosofia cestistica e umana della “Heat Culture”: la squadra di Coach Spo (e "coach" Udonis Haslem), nella bubble, è stata... LA squadra.

Si è meritata di raggiungere la romantica sfida - a distanza di sei anni - tra LeBron James e Pat Riley, tornando sul palcoscenico delle NBA Finals. Onorandolo con una grande pallacanestro. E meritando tutta l’attenzione e la considerazione di cui gode in questo momento la franchigia - il meglio, a South Beach, deve ancora arrivare.

Nelle Finals, però, ha vinto Golia. Ha vinto la Storia, con la S maiuscola, del Prescelto, insieme alla squadra più vincente di sempre (pari a Boston, 17 titoli) in questa lega.

Chiedere di più alla bubble era impossibile. E chi alle fiabe Disney non credeva, ora dovrà credere a questa.


Alla stagione più incredibile di sempre.





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