• Alberto Dagnino

Da Curry a Kaepernick: l'eredità di Mahmoud Abdul-Rauf

Dalla povertà e la malattia fino ai campi NBA. Finché un gesto di protesta scuote tutti gli Stati Uniti e compromette la sua carriera.

Febbraio 2016. Phil Jackson regala all’etere un tweet sorprendente: “Mai visto niente come Steph Curry? Non vi ricordate di Chris Jackson/Mahmoud Abdul-Rauf, che ha avuto una breve ma brillante carriera NBA?”

Il Maestro Zen, per definizione, parla poco.

Proprio per questo, quando lo fa, catalizza l’attenzione di tutto il mondo cestistico, e la starnazzante maxi-sala d’aspetto del parrucchiere che è l’internet si prodiga nel commentare la sua uscita.

Chi non conosce Abdul-Rauf, chi crede che quello di Phil Jackson sia un attacco gratuito ai danni dell’MVP, chi invece riconosce alcuni elementi di somiglianza tra i due. La verità è che il paragone è tutt’altro che peregrino, e la tempistica con cui viene fatto emergere, in un periodo storico di grandi turbamenti negli Stati Uniti, suggerisce che sia tutt’altro che casuale. Perché Abdul-Rauf è molto di più di una guardia di 180 cm con grande ball handling e un letale arresto e tiro.

Vent’anni fa, all’apice della carriera, un suo gesto di protesta scosse il mondo NBA e l’opinione pubblica americana: impossibile non vedere un filo conduttore che lo porta fino ai giorni nostri.

Dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca sono molti i giocatori che hanno voluto esprimere dissenso e ostilità nei confronti del neo-presidente, accusato di razzismo e di legami non del tutto chiariti con esponenti del suprematismo bianco.

Proprio Steph Curry dà voce alla protesta, nel modo più chiaro possibile: rinunciando all’annuale visita alla dimora del Presidente per i campioni NBA in carica.

“Spero che questo gesto sia d'ispirazione: siamo in tanti ormai a prendere una posizione, per far luce sulle cose che non vanno in questo paese".

Segue a ruota LeBron, che dopo aver definito Trump uno “straccione” difende la scelta del collega: “Venire alla Casa Bianca è sempre stato un onore, almeno fino a quando sei arrivato tu”.

Un anno fa, grandi polemiche si sollevarono in tutti gli Stati Uniti quando il quarterback dei San Francisco 49ers Colin Kaepernick si inginocchiò durante l'esecuzione dell'inno americano prima di un match. “Non intendo mostrare rispetto alla bandiera di un Paese che opprime neri e minoranze etniche. Ci sono cose più importanti del football, e sarebbe egoista voltarsi dall’altra parte e non fare nulla”.

Kaepernick, giocatore di ottimo livello e amato dai tifosi (la sua è stata, negli anni precedenti, una tra le maglie più vendute) si trova ora senza una squadra: difficile che il fatto non sia legato alla sua protesta.

Proprio qualche settimana fa, il presidente Trump, in visita in Alabama, è tornato sull’argomento:

"Non vorreste vedere un proprietario di una squadra cacciare i giocatori che mancano di rispetto al Paese? Questi atleti hanno il privilegio di fare milioni di dollari in America, non dovrebbero permettersi di mancare di rispetto alla bandiera o all'inno”.

Queste polemiche, come detto, non sono nuove all’interno dello sport americano.

È il 14 marzo del 1996 e all' US Airways Arena di Washington sta per andare in scena un match tra i Bullets, padroni di casa, e i Denver Nuggets.

Prima della palla a due, il consueto momento dell’inno nazionale. Le telecamere indugiano sulla point guard della squadra ospite Mahmoud Abdul-Rauf, il top scorer e miglior assistman della franchigia del Colorado.

È seduto in panchina, a differenza del resto dei presenti al palazzo, tutti in piedi con la mano sul cuore, rivolti verso la bandiera.

Interrogato sull’argomento dai media, a fine partita, la sua risposta è inequivocabile:

“Non intendo mostrare rispetto a un simbolo di oppressione e tirannia come la bandiera degli Stati Uniti”.

Come prevedibile, la vicenda assume grande rilievo nazionale, e per alcune settimane non si parla d’altro sui giornali e nei notiziari televisivi. L’America si divide, tra chi lo accusa di essere un traditore e chi ricorda come la libertà d’espressione sia un elemento portante del Paese.

La risposta della Lega non si fa attendere: Abdul-Rauf viene multato e sospeso a tempo indeterminato. Da quel momento, la sua carriera subisce un brusco colpo ed è segnata per sempre.

Una carriera che Mahmoud Abdul-Rauf si è costruito con grande fatica, superando moltissime difficoltà.

Nato Chris Jackson, cresciuto senza padre in un Mississippi divorato dalla povertà, si scopre affetto da una forma di Sindrome di Tourette che gli provoca violenti spasmi muscolari e disturbi psicologici: non certo le condizioni ideali per questo gioco.

Chris usa il basket come terapia, i suoi allenamenti diventano il campo della sua personale e ossessiva ricerca della perfezione: ripete ogni tiro se ha la sensazione di non aver impugnato la palla nella maniera corretta e i canestri non sono “validi” se la palla entra toccando il ferro.

Questi allenamenti lo conducono all’eccellenza. Guiderà il suo piccolo liceo a numerosi titoli statali, diventando uno dei più forti giocatori mai usciti dallo stato del Mississippi.

Viene quindi reclutato da LSU, dove al primo anno registra 30 punti di media, segnando più di qualunque matricola nella storia della NCAA. Dopo altri due anni di sublime pallacanestro collegiale, uno dei quali condividendo il parquet con Shaq, viene scelto alla terza chiamata assoluta dai Denver Nuggets.

I primi anni tra i professionisti sono molto complicati: infortuni, minutaggio ridotto, qualche chilo di troppo. La stampa comincia a parlare di lui come di un fallimento. Sono due anni di grande sofferenza per Chris, che reagisce incrementando la sua ricerca spirituale, spinto dalla lettura dell’autobiografia di Malcolm X. È incuriosito dalla religione islamica, non trovando le risposte che cerca nella Bibbia: trova il coraggio di andare alla moschea di Denver, dove gli consegnano una copia del Corano.

Capisce che l’Islam è la direzione giusta per lui. “Aprii il Corano a caso e ne lessi due, tre pagine. Alzai la testa e mi resi conto che stavo piangendo. Fu lì che capii che volevo diventare un musulmano.”

Nel 1991 si converte ufficialmente, e due anni più tardi cambia legalmente il suo nome in Mahmoud Abdul-Rauf (“elegante ed encomiabile servitore di Allah misericordioso e gentile”). La rigida disciplina imposta dalla fede islamica si accompagna perfettamente ai suoi maniacali allenamenti. Inoltre la conversione gli dona maggiore consapevolezza, come uomo e come giocatore, e i risultati si vedono sul campo: chiude la stagione 1992-93 a oltre 19 punti di media, vincendo il premio come Most Improved Player e diventando il leader della squadra.

Finalmente il suo basket a là Steph Curry ante litteram si esprime al meglio.

Pochi altri giocatori NBA possono vantare un tiro come il suo, per meccanica e per percentuali (quella ai liberi ha del miracoloso, oltre il 90% in carriera…): partite in cui domina contro avversari di grande spessore sono quasi all’ordine del giorno:

Anche la squadra migliora le proprie prestazioni. Denver raggiunge i Playoffs due volte e nel 1994 compie il più grande upset della storia dell’NBA, eliminando al primo turno i Seattle Supersonics di Kemp e Payton, reduci da 63 vittorie stagionali e il miglior record NBA.

È quindi all’apice della sua crescita che s’inserisce la vicenda dell’inno nazionale. Un gesto che Abdul-Rauf non ha di certo compiuto a cuor leggero.

“Quando sentivo l’inno cominciai a chiedermi: perché devo stare in piedi? Non voglio essere un robot, che fa quello che altre persone gli dicono di fare. Cominciai a pormi delle domande: perché lo faccio? È giusto farlo? Giunsi alla conclusione che no, non era la cosa giusta da fare. Ero in disaccordo e arrabbiato su troppi argomenti per far finta di niente. Ecco perché ho fatto quel che ho fatto”.

Fu insomma una scelta ponderata e graduale, spinta da una motivazione personale e non tesa ad attirare attenzione su di sé: solo ed esclusivamente per rimanere in linea con i suoi princìpi.

Una scelta che, però, gli costa molto caro.

I media lo dipingono come un agitatore, un troublemaker, accusa sempre rispedita al mittente da compagni e avversari, che ne hanno sempre evidenziato il lato umano e l’estrema generosità.

Non vuole rinunciare ai propri princìpi, dunque. Ma non può nemmeno rinunciare al basket, che ama follemente e che gli ha dato così tanto. Raggiunge per questo un compromesso con la Lega, che lo obbliga a restare in piedi durante l’esecuzione dell’inno, ma gli concede di pregare a occhi chiusi. Tanto basta per soddisfare le autorità.

“Avevo paura di come i media avrebbero reagito a questo compromesso - Visto, appena è toccato nel portafoglio rinuncia ai suoi princìpi! - La verità è che ho trovato una soluzione efficace per continuare a fare ciò che amo senza rinunciare alle mie convinzioni”.

L’anti-patriottismo, negli Stati Uniti, è argomento serissimo, e negli anni che seguono la sua protesta Mahmoud viene evitato come la peste dalla maggior parte delle franchigie NBA. E non certo per le doti cestistiche.

Denver lo cede ai Sacramento Kings per una seconda scelta futura e il 33enne Marciulonis, che con i Nuggets giocherà solo 17 partite: uno scambio che, dal punto di vista tecnico, non ha alcun senso.

L’incidente dell’inno, però, è solo la goccia che fa traboccare il vaso. Da quando si è convertito all’Islam, Abdul-Rauf percepisce un trattamento diverso nei suoi confronti.

Lamenta scelte quantomeno bizzarre da parte di coach Dan Issel, che sembra volerlo mettere ai margini delle rotazioni nonostante sia, come detto, top scorer e miglior assistman della squadra. Si sente preso di mira, in un “Why always me” di balotelliana memoria. “Come mi vestivo o il fatto che pregassi diventarono improvvisamente un problema. Capì che il basket non c’entrava nulla. Non so se misero il mio nome su una lista nera, ma una cosa è certa: mi hanno tolto gli anni migliori”.

Un episodio in particolare sembra confermare la sua tesi.

Durante una Summer League in cui, da free agent, cerca di mettersi in mostra, viene convocato da Elgin Baylor, leggenda dei Lakers anni ’60 ed executive dei Clippers, che vuole offrirgli un contratto.

Mahmoud, proprio in quei giorni, rilascia un’intervista in cui ribadisce di non pentirsi del suo gesto. Baylor, alla luce delle sue parole, si rifiuta di incontrarlo, mandando un assistente a dirgli di non essere più interessato alle sue prestazioni.

Dopo il 1996, il ban non ufficiale che aleggia sulla sua testa gli impedisce di trovare contratti decenti. Decide di ritirarsi, tornando nel Mississippi per dedicarsi completamente alla famiglia e al lavoro di volontariato nella sua comunità. Nel 2001, alcuni esponenti del Klu Klux Klan mai identificati danno fuoco alla sua abitazione. Fortunatamente né lui né moglie e figli sono in casa, ma questo gesto gravissimo lo convince ad abbandonare il Mississippi per sempre, trasferendosi ad Atlanta.

Il richiamo della palla a spicchi, però, è troppo forte. “Dopo due anni d’inattività mi sono detto: amo ancora troppo questo Gioco per lasciarlo andare, dev’esserci qualcuno là fuori che può darmi un’altra opportunità”.

C’è, ma non negli Stati Uniti. Mahmoud a 35 anni attraversa l’Atlantico, dove è finalmente libero di esprimersi, regalando a tutti gli appassionati del vecchio continente sprazzi del suo genio. Prima in Russia all’Ural Great Perm, quindi nella stagione 2004-2005 a Roseto. In Abruzzo registra più di 18 punti a gara e porta la squadra fino ai playoff, regalando prestazioni leggendarie come nella vittoria contro i campioni d’Italia di Siena.

Dopo una parentesi in Grecia e Arabia Saudita, Abdul-Rauf chiude la carriera in Giappone; dove, a 40 anni suonati, è top scorer dei Kyoto Hannaryz, squadra allenata dall’ex-ala degli Utah Jazz David Benoit.

“Vita sana, buona alimentazione e tanta passione”: questa la ricetta, degna di un servizio di Studio Aperto, che è costretto a sciorinare ai giornalisti che gli chiedono il segreto della sua longevità. È davvero frustrante vedere un talento del genere ridotto a curioso caso di “vecchietto” che condivide il parquet con giocatori che potrebbero essere suoi figli.

Uno che al college ne ha messi 48 in un derby contro Louisiana Tech, o 53 contro Florida. Uno che in NBA ha segnato 51 punti in faccia a John Stockton e chiuso una partita da 30 punti e 20 assist contro Phoenix. Anche vederlo dare lezioni di pallacanestro l’estate scorsa, a 48 anni, al torneo di 3vs3 organizzato dall’ex rapper Ice Cube, non gli rende certo giustizia. Ma Abdul-Rauf ha una tempra speciale, non serba rancore per quello che gli è accaduto.

“Di certo non posso essere contento del trattamento che ho ricevuto, ma in fondo so di aver dato sempre il massimo e di essere rimasto onesto con la mia coscienza. Tutto il resto passa in secondo piano: è inestimabile poter andare a letto sapendo di essere rimasti fedeli ai propri valori. Vale più della fama, dei soldi o del successo”.

Resta un pesante dubbio sulla sua carriera.

E se fosse rimasto in piedi durante l’inno? Se avesse messo a tacere la sua coscienza?

La sua eredità e la sua rilevanza nella Lega degli ultimi vent’anni sarebbe stata diversa?

A livello di talento, non era davvero secondo a nessuno: velocità, crossover, arresti in un millimetro di spazio, sublime gioco senza palla.

Il tutto accompagnato da una competitività viscerale e una precisione al tiro da libro dei record.

È impossibile paragonarlo a Curry nei numeri, nel percorso e nella storia personale.

Certo è che se Mahmoud avesse avuto la stessa libertà di Steph - e il sistema Warriors attorno - sarebbe stato uno dei più papabili candidati per avvicinarli, quei numeri.

L’intera vita di Abdul-Rauf è stata caratterizzata da grandi sacrifici: quelli per superare i limiti dati dalla sua malattia e arrivare ad alti livelli; e il sacrificio professionale di non indietreggiare rispetto alle proprie convinzioni, a costo di compromettere quella carriera così faticosamente costruita.

La storia ci dimostra che gesti come il suo sono assolutamente necessari.

Vent’anni fa lui, oggi Kaepernick. Tra razzismo, police brutality e muslim ban, gli Stati Uniti hanno molte questioni irrisolte che causano forti frizioni sociali e l’NBA non può far finta di niente.

Il primo emendamento della costituzione americana recita testualmente:

“Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o di stampa”.

Negli States come altrove, però, sembra che la libertà di opinione sia tale finché non collide con l’opinione di chi comanda.

#mahmoudabdulrauf #philjackson #DonaldTrump #stephcurry #innonazionale

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