• Alberto Pucci

Marc Gasol e le sue città

Da Barcellona a Memphis, da Girona a Toronto, passando per il Giappone e per LA: ovunque sia andato il centro catalano è sempre diventato specchio della comunità che lo ha accolto.




“Barcellona è la città che grida, che si ingegna, che combatte e che ti fa innamorare”.

Le parole di Irene Polo suonano, a chiunque vi sia stato anche solo per pochi giorni, come una perfetta sintesi della città catalana.


La giornalista, infatti, riesce a cogliere con una frase tutte le complessità di una città che sembra basarsi unicamente su ossimori: a forte connotazione repubblicana in un Paese monarchico, tecnologica ma con fascino decadente, lavoratrice ma culla dell’arte iberica.


Tra i suoi figli più noti, uno di quelli che ne incarna certamente la natura inquieta e di continua rivoluzione è Marc Gasol; un uomo la cui storia, cestistica e umana, appare sempre riflessa nei luoghi che ne hanno segnato l’esistenza.


La nascita: Barcellona


Marc nasce il 29 gennaio del 1985 a Barcellona da Agustì, assistente sanitario, e Marisa, medico.

Il secondogenito della famiglia Gasol respira da subito area di basket: entrambi i genitori, infatti, sono stati giocatori amatoriali, mentre il fratello maggiore Pau inizierà di lì a poco il proprio percorso al Cornellá.


Durante gli anni della propria infanzia Marc vede la propria città trasformarsi.

Da centro appena uscito da una dittatura ostile, Barcellona, con la democrazia, riprende a progettare, costruire, vivere.

Culmine di questa fase di possibilismo sono le Olimpiadi del 1992, un momento di vera rivoluzione: cestistica, politica, finanziaria.


Marc e Pau hanno un solo sogno, come ogni piccolo cestista catalano in quell’estate magica per la città: vedere dal vivo una partita di Micheal Jordan. In cameretta è appeso da tempo un poster del numero 23 e ogni qualvolta i due si sfidano nel campetto della Sagrada Familia - cui possono accedere grazie al nonno custode - è lui il modello da imitare.


Purtroppo i biglietti per il Dream Team andranno a ruba, costringendo i fratelli Gasol a vedere una partita storica, ma decisamente meno attraente agli occhi di un giovane che sogna l’NBA: Lituania-Russia.


Marc, comunque, da quella esperienza trae un innamoramento irreversibile per due cose: lo sport e la competizione.


Inizia quindi a sfidare suo fratello ogni volta che ne ha la possibilità e a mostrare una rabbia competitiva che sembra stonare con quel carattere mite che ha in ogni altra attività.


La differenza tra i “due” Marc appare chiarissima in una partita di ping pong giocata con Pau in adolescenza. Il maggiore, come tipico, inizia a provocare, certo della propria superiorità:


“Non puoi battermi, sono troppo bravo e sono pure più grande”

La risposta del più giovane non si fa attendere: dopo un colpo sbagliato, il fratello minore lancia la propria racchetta in testa a Pau, rendendo necessarie le cure della mamma-medico.


FOTO: Twitter, @PauGasol

Tra una racchettata e una gara di tiro col fratello, Pau diventa il dominatore assoluto del basket iberico, vincendo da leader la Coppa del Re e la Liga del 2001 con il Barcellona.

Il salto in NBA sembra ormai imminente e i genitori sono preoccupati all’idea di lasciare un ragazzo di 21 anni da solo in America.


Così, poco prima che gli appena rilocati Memphis Grizzlies chiamino il più grande dei fratelli Gasol con la terza scelta assoluta nel 2001, a Marc viene data la notizia: la famiglia seguirà suo fratello in Tennessee.

Il primo approccio con Memphis: l’High School e il McDonald’s


“Dai sobborghi di Barcellona a Memphis, TN, non penso tu possa immaginare lo shock culturale che ho provato”.

Così Marc, nel 2019, ricorderà i giorni del suo trasferimento nella città che più lo caratterizzerà per tutta la vita. In effetti, 7685 chilometri possono bastare per segnare un ragazzo di 16 anni.


Tuttavia, la comunità del Tennessee, nonostante possa sembrare agli antipodi, ha alcuni tratti in comune con quella di Barcellona, a partire dalle contraddizioni interne: un luogo di marce per i diritti civili, ma anche dell’assassinio King, la patria del blues, ma anche del rock ‘n roll e di Elvis.


A differenza di quanto fatto nella città natale dei Gasol, però, gli abitanti delle rive del Mississippi hanno deciso di affrontare queste antinomie facendo parlare il meno possibile di sé, chiudendosi in una comunità pragmatica e fondata sul duro lavoro e sulla generosità - altro tratto in comune con i barceloní.


Dopo un primo periodo di adattamento, perciò, la famiglia al seguito di Pau riesce a integrarsi. Marc inizia così uno dei percorsi più fruttuosi della propria vita: il biennio a Lausanne High School, periodo fondante per la sua formazione umana e cestistica.


È durante questa esperienza, infatti, che il giovane catalano diventa un tutt’uno con la comunità del Tennessee, tanto da arrivare a dire:

“A Lausanne mi sentivo a casa”.

In campo, poi, gli oltre 2 metri e 140 chili del giovanissimo centro diventano subito un fattore, dato che si ritrova spesso ad affrontare avversari prepubescenti.

"Le mie stats all’high school sono insensate" -dirà in seguito- "mi divertivo solo perché erano tutti molto più bassi di me”.


Il coaching staff, quindi, decide di modellare la squadra intorno alla nuova stella: gli viene concesso di tirare da tre e i suoi numeri crescono fino ad arrivare a 26 punti, 13 rimbalzi, 6 stoppate e 5 assist di media nell’anno da senior (2003).


Nonostante queste cifre monstre ed il titolo di Mr. Basketball del Tennessee, però, le offerte a livello collegiale scarseggiano per il fratello di Pau.

A pesare sembrano essere soprattutto il piccolo mercato statale e la scarsissima forma fisica del catalano.


FOTO: Urbanian.mundodeportivo.com

Marc, infatti, ha abitudini alimentari pessime: i 140 chili dell’arrivo vanno ogni anno aumentando e gran parte dei suoi pasti viene consumata in un McDonald’s vicino alla scuola.

“Penso che ora sia il miglior McDonald’s che esista. Con tutti i soldi che ci ho investito saranno a riusciti a metterci dei fari LED e a ristrutturare tutto”.

Data l’assenza di offerte soddisfacenti, il giovane Gasol decide di ripartire da casa e iniziare la propria carriera professionistica in Spagna. Papà Augustí lo segue e Marc ricomincia proprio dove suo fratello aveva lasciato: Barcellona.


Il rientro a casa e l’ostracismo


In verità, nel momento in cui padre e figlio partono per la Catalogna, Marc non ha in tasca alcuna offerta da squadre di vertice. L’idea è quella di passare l’estate a lavorare duramente con gli ex-compagni delle giovanili per poi rimanere a giocare nella squadra B dei blaugrana.


In uno dei 3-contro-3 che i ragazzi giocano nella meravigliosa cittadella sportiva di Sant Joan d’Espí, però, arriva la svolta.

In tribuna, infatti, si sta fumando una sigaretta una delle più grandi menti cestistiche europee: Svetislav Pesic, fresco vincitore del triplete alla prima stagione col Barcellona. Senza pensarci due volte il leggendario allenatore serbo sentenzia:

“Questo ragazzo deve giocare per noi”

Avvicinatosi, chiede al giovane:

“Ti piacerebbe giocare a basket ad alto livello?”

La risposta è ovviamente affermativa, e la carriera di Marc comincia direttamente in prima squadra.


I primi tempi sono durissimi: Marc è grezzo e fuori condizione e Pesic, nonostante la fiducia nel giovane, non può permettersi di rischiarlo. La concorrenza è poi serrata: Bodiroga, Varejao, Fucka e Van de Hare chiudono la strada al prodotto di Lausanne, che gioca solo qualche spezzone di match.


Dopo un anno chiuso con un altro campionato in bacheca, Pesic, a causa di incomprensioni col club, lascia sbattendo la porta. L’anno successivo è di transizione tanto per Marc quanto per il Barcellona, che viene prematuramente eliminato da campionato ed Eurolega.




Per risollevare le sorti della squadra, viene assunto Dusko Ivanovic, sergente di ferro montenegrino in uscita dal Baskonia. Il nuovo allenatore ha in testa una precisa idea di basket agile e fisico, di cui un gigante con le mani da pianista come Marc non può essere parte.


È la stagione più dura per il #33 blaugrana. A causa dell’insofferenza del coach di Bjelo Polje, Gasol raccoglie unicamente 21 presenze, di cui nessuna da più di 5 minuti sul parquet.

A metà di questo ostracismo arriva addirittura a pregare il front office di spedirlo nella squadra B per avere minuti, ma Ivanovic gli oppone un netto rifiuto perché “Uno così grosso mi viene comodo negli allenamenti”.


La fine della stagione 2005/06, terminata dal Barça ancora senza titoli, viene accolta come una liberazione: Marc chiede immediatamente la cessione, ma, prima che il trasferimento venga portato a termine, il frustrato centro barceloní trova una sorpresa alla propria porta.


Il Mondiale in Giappone: la fiducia e la svolta


Nell’estate del 2006 la nazionale spagnola è in ritiro per preparare il mondiale giapponese.


La squadra, dopo la cocente sconfitta dell’anno precedente agli Europei, sembra avere la motivazione giusta per far bene. Sulla panchina della Roja si trova un uomo semplice e allo stesso tempo geniale: Josè Vicente “Pepu” Hernandez.


Pepu è un allenatore vecchio stampo: pochissime statistiche, molta osservazione diretta dei giocatori - con cui cerca sempre di instaurare un rapporto umano - e tanta, tantissima difesa.


Il carattere bonario, poi, non gli impedisce di avere dei principi di gioco rigidi: per lui, Pau deve giocare di fianco ad un centro che sappia aprire il campo lasciandogli spazi. Per questa ragione è stato convocato Fran Vazquez, 23enne reduce da un’ottima stagione a Girona.


Il galiziano, tuttavia inizia presto ad avere problemi di lombalgia, ed è costretto a dare forfait poco prima delle amichevoli. Le riserve - Jordi Trias e Eduardo Hernandez-Sonseca - non convincono il coach, che prende una decisione inaspettata: chiamare Marc, ormai considerato da tutta la stampa spagnola un’irrecuperabile delusione.


Il 21enne arriva al raduno con la convinzione di essere stato scelto ancora una volta come sparring partner per i lunghi che effettivamente partiranno. Il fatto di giocarsi il posto con Trias, che lo ha sopravanzato tutto l’anno nelle rotazioni a Barcellona, gli sembra poi l’ennesima beffa.


Durante le amichevoli, però, Pepu si innamora di Marc, e sceglie di convocarlo, comunicando la propria decisione prima della partenza per l’Asia.

I giornali mostrano un sincero disappunto, e perfino Pau arriva a dire, prima della conferma definitiva:

“Non vorrei davvero trovarmi al posto di Pepu”.

Marc non si lascia distrarre dalle critiche, e mostra di sapere benissimo cosa serve: difesa, rimbalzi ed effort per cambiare le partite.

Le prime 7 gare vedono una Spagna dominante, con il #33 positivo da riserva di Garbajosa. La prima vera sfida, però, arriva in semifinale.


Avversario: l’Argentina della Generación Dorada.


La partita, che il Gasol più giovane non gioca, è al cardiopalma, e si chiude 75-74 per gli spagnoli grazie ad una difesa decisiva su Nocioni.

L’immagine che rimane nella storia, però, è un’altra: ad un minuto dalla fine, infatti, uno sgambetto di Oberto fa cadere Pau, che è costretto ad uscire portato a braccia da Marc e Garbajosa. La diagnosi è senza appello: frattura all’alluce.


FOTO: Elmundo.es

L’umore nello spogliatoio di Saitama è funereo. Pepu, con la sua classica visione positiva, prova a ravvivare l’animo dei suoi:

“Ora dobbiamo pensare a goderci questa vittoria e vincere domani la finale contro la Grecia. Io sono estremamente felice, anche se non è una felicità completa”.

L’infortunio di Pau costringe lo staff tecnico a rivedere i piani del comparto lunghi proprio nella partita meno adatta per farlo; per tutto il torneo, infatti, i greci sono stati guidati da Sofoklis “Baby Shaq” Schortsanitis, centro vecchio stampo di oltre 150 chili.

Hernandez non crede che Reyes e Garbajosa possano reggere l’urto e prende così un’altra decisione controcorrente: a partire titolare sarà Marc.


La mossa paga: la difesa di Gasol tiene l’avversario a 2 punti e i greci a 47 in tutta la partita, vinta facilmente dalla Roja.

Pau, premiato in stampelle, è l’MVP del torneo, ma il fratello che ha giovato di più da questa esperienza è stato sicuramente Marc, ora pronto ad iniziare una nuova fase della sua carriera.


Girona e il Draft: dal successo al ritorno in Tennessee


Nel destino del numero 33 c’è ancora Svetislav Pesic, che, appena assunto dal milionario Akasvayu Girona, richiama il suo pupillo in prestito dal Barcellona.

Marc arriva quindi nella città di confine per eccellenza, luogo della resistenza continua dalle ingerenze francesi e spagnole e roccaforte del catalanismo.


Anche qui entra in simbiosi con la comunità, tanto che, dopo il fallimento del club nel 2013, sarà lui a finanziare la rinascita del basket in città.


Che la combattività del luogo gli sia entrata nelle vene si vede già dalla presentazione: dal timido ragazzino pronto ad adattarsi a qualunque situazione è diventato un uomo conscio delle proprie capacità e del trattamento indecoroso che ha ricevuto da Ivanovic, tanto da arrivare a dire:

“Se le cose continuano così, non ho nessun motivo di tornare al Barça”.

La nuova fiducia, poi, si tramuta anche in una chiarezza di obiettivi del giovane catalano, il quale dichiara senza remore:

“Avevo in camera i poster di Shaquille O’ Neal, Olajuwon e Bird: è chiaro che se hai degli idoli aspiri a giocare nel loro stesso campionato”.

I due anni a Girona sono fenomenali da ogni punto di vista: nel 2006/07 Marc triplica i propri numeri rispetto all’anno precedente, mentre nel secondo anno è eletto MVP del campionato e porta i biancorossi a vincere l’Eurocup del 2008.


FOTO: Eurocupbasketball.com


É proprio durante l’ultima delle due stagioni che la carriera di Gasol ha l’ennesima svolta.

I Lakers, che hanno preso possesso dei diritti di Marc durante il Draft del 2007, cedono il centro dell’Akasvayu ai Grizzlies all’interno di un maxi-scambio che porta Pau a LA. Per il dominatore della Liga, quindi, è pronta una nuova fase, che coincide con il ritorno in quella che per due anni aveva chiamato casa: Memphis.


Il Ritorno ai Grizzlies: Grit 'n Grind e DPOY


La scelta dei Grizzlies di portare Marc in Tennessee ha un forte valore commerciale. La squadra di coach Iavaroni, infatti, ha un pessimo rapporto con i fan e gioca in un FedEx Forum con numeri da relocation.


Si spera che Marc, da tutti considerato un homegrown kid, un ragazzo di casa, possa risollevare la situazione.

Il suo rapporto con la città è talmente forte che, non di rado, quando si sente chiamare per nome, si ferma a chiacchierare per strada.

Sembra impossibile, pensando ad una qualunque stella NBA, ma lui lo trova più che naturale.

“Con molti di questi ragazzi sono andato al liceo. Mi hanno sempre conosciuto come Marc, non come Gasol”.

La prima stagione è complessa: Memphis chiude con un record di 24-58 e con la peggior affluenza di pubblico dell’intera Lega.

L’idea di Iavaroni di giocare un basket tecnico e offensivo appare inadatta sia per il roster a disposizione sia per far affezionare il pubblico di una città dal colletto blu. A dare una definitiva svolta, quindi, c’è bisogno di un cambio in panchina.


É esattamente quello che avviene il 25 gennaio 2009, quando viene assunto Lionel Hollins.


L’ex-assistente dei Milwaukee sembra la persona giusta al momento giusto: conosce il segreto del successo in squadre snobbate dai media - avendo giocato a Portland nell’anno del Titolo - e conosce le esigenze di un pubblico operaio grazie al suo anno trascorso a Detroit all’inizio dell’era Bad Boys.


La sua filosofia per risolvere i problemi dei Grizzlies, in campo e nel rapporto coi fan, è molto semplice: grit and grind, grinta e lavoro; una squadra sporca, difensivista, fisica e aggressiva, che si può riassumere perfettamente nelle parole di uno dei suoi uomini-simbolo, l’ala grande Zach Randolph:

“Noi stiamo nel fango”.

I risultati si vedono immediatamente e quei Grizzlies - di cui Marc è il leader tecnico - entrano in simbiosi con la città. Il quintetto Conley-Tony Allen-Gay-Randoph-Gasol diventa un cult anche oltre il Tennessee, rappresentando il trionfo della volontà sul talento.


Il gruppo raggiunge per la prima volta i Playoffs nell’annata 2010/11. Di fronte ci sono i fortissimi San Antonio Spurs di coach Pop e Tim Duncan, che hanno chiuso la stagione al primo posto ad Ovest.

Un mismatch evidente per tutti, ma non per i mai domi Grizzlies, che vincono Gara-1 in volata 101-98 con 24 punti di Gasol.


Si tratta della prima vittoria ai Playoffs della storia della franchigia e l’iniezione di fiducia è immensa. I Grizzlies, sulle ali dell’entusiasmo, vinceranno la serie, diventando la quarta testa serie numero otto di sempre a superare il primo turno. Finalmente qualcuno mette Memphis sulla mappa, come ricorda coach Hollins a fine serie:

“Non erano in tanti ad aspettarsi che ce la facessimo, ma di sicuro abbiamo fatto girare qualche testa che altrimenti non ci avrebbe visto”.

Il secondo turno vede Marc e i suoi affrontare i quotatissimi Thunder di KD, Westbrook e Harden.

La serie è al cardiopalma e Oklahoma City la spunta solo alla settima partita, ma tutti sono convinti che per Memphis sia solo l’inizio.


FOTO: NBA.com

La stagione regolare successiva, pur accorciata a causa del Lockout, è un manifesto del basket dei Grizzlies: 41-25 di record, ventesima squadra per punti segnati, quinta per punti concessi.

Ai Playoffs, la squadra ingaggia una battaglia senza quartiere contro i Los Angeles Clippers di coach Vinny Del Negro e CP3.


Nella memoria collettiva rimane soprattutto la terza partita, in cui Conley spreca il possesso del vantaggio a pochi secondi dalla fine cercando un improbabile passaggio per Gay. É il primo grande What if di questa squadra, che si vede sconfitta in sette gare.

Per Marc, tuttavia, la stagione non è completamente negativa, visto che arriva la prima convocazione all’All-Star Game.


L’anno seguente il gioco di Gasol esplode definitivamente: viene eletto Defensive Player of the Year - un premio che mai come in questo caso può essere visto come un riconoscimento al lavoro di squadra - e, con i suoi 14.6 punti, guida Memphis a 56 vittorie in stagione regolare.


Ai Playoffs i Grizzlies si prendono due nette rivincite: 4-2 ai Clippers e 4-1 ai Thunder per avanzare alle Finali della Western Conference per la prima volta nella storia della franchigia.

É il trionfo del basket nel fango, e Lionel Hollins ne è il grande artefice. Nonostante ciò, l’allenatore di Ark City approccia la serie di Finale contro gli Spurs - che gli Speroni vinceranno 4-0- sapendo che la stagione successiva non siederà sulla panchina di Memphis.


In autunno, infatti, aveva acquistato la franchigia il trentacinquenne Robert Pera. Californiano, non vede di buon occhio che la propria squadra sia conosciuta in tutto il paese come brutta ma efficace e intima Hollins di giocare un basket che abbia più appeal nei confronti del pubblico non cittadino.

Il coach, fedele ai propri principi, non si scompone, continuando a guidare la squadra a modo suo in aperto contrasto col nuovo management.

La rottura totale arriva poi a gennaio, a causa dell’amaro commento di Hollins sulla trade di Rudy Gay, da lui osteggiata.

“Se ti piace il gusto dello champagne non puoi avere un budget da birra”.

É chiaro che a fine stagione, a prescindere dal record, sarà divorzio.


I due anni successivi alla separazione da Hollins, a guida dell’ex-assistente Dave Joerger, vedono i Grizzlies sempre con almeno 50 vittorie e Marc per la prima volta sopra i 15 punti di media in NBA.

Il cambio sperato da Pera, e osteggiato da tutta la città, non avviene, tanto che la stagione 2013/14 viene chiusa con la squadra ultima in NBA per Pace.


Ai Playoffs Memphis non riuscirà a replicare i successi del 2013, venendo eliminata rispettivamente al primo e al secondo turno.


L’immagine che resta impressa nella mente di Marc in quel biennio, però, non è scattata al FedEx Forum ma al Barclays Center, una domenica di febbraio.

Per la prima volta nella storia della NBA, infatti, alla palla a due dell’All-Star Game si presentano due fratelli: Marc e Pau che, come ai tempi del ping pong, si danno battaglia lungo tutta la partita.


FOTO: larazon.es

Marc, da “fratello di” snobbato dai college e ritenuto inadatto al basket professionistico, arriva a giocare da titolare la Partita delle Stelle e a mostrare la propria individualità. Un salto che nemmeno lui, a 19 anni, si sarebbe immaginato.


Ora, per scrollarsi l’ombra di Pau, manca solo una cosa: l’anello.


Gli ultimi anni: Memphis, Toronto, Pechino


L’offseason del 2015 è vissuta in uno stato di panico collettivo da tutti i fan del Tennessee: Marc, infatti, è in scadenza di contratto, e non si affretta a rinnovare.

Viene addirittura girato un video in città dove moltissimi tifosi, tra cui il proprietario di minoranza Justin Timberlake e Mike Conley, lo pregano di tornare.


In realtà il catalano, che non ha nessuna intenzione di muoversi, sta solo cercando di ottenere una migliore posizione contrattuale. É stupito del comportamento dei tifosi, tanto che, nella conferenza stampa dopo la firma, dirà:

“Non ho mai immaginato di andare da nessun altra parte, non sapevo foste così preoccupati, le cose in Spagna richiedono più tempo”.

Dopo due comode qualificazioni ai Playoffs, dall’annata 2017/18 la squadra entra in rebuilding mode.

Gasol accetta la ricostruzione e si rifiuta di lasciare il Tennessee, dove ha deciso di stabilirsi in maniera definitiva.

Quando, però, il giorno della trade deadline del 2019, i Raptors a caccia del tassello mancante per il Titolo lo chiamano, accetta a malincuore di partire per cercare il riconoscimento che ancora manca.


Saluta Memphis da leader della franchigia in tutte le voci statistiche principali, ma la sua esperienza di vita in Tennessee non si può spiegare coi numeri, ma solamente con le parole d’addio:

“A Memphis hai più o meno sempre gli stessi tifosi: ho conosciuto dei ragazzi adolescenti sugli spalti e li ho visti diventare padri; io stesso sono arrivato da ragazzino di 16 anni e me ne vado da padre di famiglia di 34”.

La missione-Titolo, come è ben noto, riuscirà e Marc, nonostante le critiche iniziali dopo una brutta Gara-1, sarà uno dei protagonisti. Il primo pensiero dopo la vittoria non può che essere per la “sua” Memphis - che si è riunita a tifare per lui lungo tutte le Finali.


Sul suo anello decide quindi di incidere la cosa più naturale che ci potesse essere: grit ‘n grind.

Come se quel motto e quel gruppo fossero più forti di ogni riconoscimento personale e avessero vinto con lui. Lo dirà lui stesso:

“Tutti i compagni che ho avuto a Memphis - soprattutto Tony, Zach e Mike- sono qui con me”.

L’estate perfetta di Marc, però, non è finita con il Titolo NBA: il 33 riuscirà infatti a diventare campione del mondo due volte in un’estate, grazie alla vittoria della Spagna alla rassegna iridata in Cina.


É l’apoteosi per il centro, che vince un grande torneo con la Roja per la prima volta senza Pau: un colpo finale alla retorica del fratello di.


Rientrato, però, non si dedica a festeggiamenti o vacanze, ma alla propria associazione benefica. Nulla di nuovo per Marc, che meno di un anno prima salvava migranti con lo stesso Pau sulla nave Open Arms.

D'altronde, un personaggio così empatico e cosmopolita non può che trovare la propria dimensione nel mare e nell’aiuto verso il prossimo.


FOTO: Repubblica

L’ultima vittoria della sua carriera è poi recentissima. Tredici anni dopo averlo snobbato e non averlo convocato nemmeno per il training camp, quei Lakers che avevano dato inizio all’avventura oltreoceano di Marc lo hanno richiamato.

Il secondo assistente della squadra è Lionel Hollins, e, forse, questa volta, centro e coach riusciranno a vincere insieme. Non più nel fango, ma con lo stesso spirito di sacrificio e adattamento, perché:

“Sono completamente al servizio di questa squadra… non importa se gioco 5 minuti, 10 o nessuno… quando mi chiameranno sarò pronto”.

Come spesso avviene, è il protagonista a fare il miglior riassunto di sé stesso e della propria esperienza.