• Alberto Dagnino

Miami, ma quanto Miami!

Un ritratto umano dei Miami Heat di quest'anno e della loro straordinaria stagione: dalla firma di Butler all'esplosione dei giovani, fino ad arrivare alle Eastern Conference Finals.


FOTO: NBA.com

Poco dopo lo stop del 12 marzo - in preda alla disperazione totale - su queste pagine avevamo parlato di cosa ci saremmo persi nel caso la stagione fosse stata sospesa causa pandemia globale, ignari del fatto che di lì a pochi mesi quei vecchi volponi della NBA avrebbero preso in ostaggio l’intero Disney World di Orlando.


Uno dei punti su cui più ci eravamo soffermati erano i Playoffs della Eastern Conference, che mai come quest’anno ci sembravano avvincenti e interessanti: e in effetti così finora è stato.


Tra i vari temi trattati, il sottoscritto si lasciava andare a un “i primi nel mio cuore quest’anno sono i Miami Heat”. Ed eccoci qua, migliaia di tamponi dopo, in un sali e scendi di emozioni degno delle montagne russe sigillate del parco di divertimenti di cui sopra, con la franchigia della Florida che ha staccato un pass per le finali di Conference.


Il cammino degli uomini di Spoelstra ha scaldato il cuore di tanti romantici della pallacanestro e ora che si trovano a una fermata di distanza dal capitolo finale, quello che era il semplice piacere di guardare del gran basket rischia di trasformarsi in tifo da stadio.


Nella storia dello sport si è parlato spesso di team of destiny, quando un underdog finisce per sovvertire i pronostici e conquistare la gloria. Storicamente, però, le sorprese sono sempre rare nella NBA, un campionato lungo e complicato in cui difficilmente le squadre più equipaggiate, le “favorite”, mancano il bersaglio grosso.


Nell’estate del 2019 la stragrande maggioranza degli analisti rise della decisione di Butler di lasciare Philadelphia per Miami, dicendosi convinto di avere più chance di vittoria in Florida: i detrattori sono stati costretti a rimangiarsi le proprie parole.


Non sappiamo ancora se gli Heat sono davvero la “squadra del destino”: di sicuro c’è che Embiid e compagni sono in vacanza, mentre i ragazzi di Pat Riley sono ancora felicemente nella Bubble.


Com’è successo? Come ha fatto una squadra che i bookmaker prevedevano al massimo in lotta per un’ottava piazza a eliminare Indiana con un dolce sweep e andare a una prestazione monstre di Khris Middleton da un secondo 4-0 alla squadra col miglior record della Lega?


Su internet trovate infinite analisi di addetti ai lavori che passano al setaccio ogni singolo istante della stagione, cercando di dare una chiave di lettura tecnico-tattica nella quale non mi addentrerò. Vorrei invece occupare questi byte di spazio per concentrarmi unicamente sul lato umano ed emotivo di una squadra che trasuda sicurezza, determinazione e coesione. Basta guardare una qualunque partita di quest’anno per rendersi conto che questi Heat hanno qualcosa di speciale.


Un roster unito, che ha sposato appieno l’identità che Pat Riley ha inscritto nel DNA della franchigia, che crede ciecamente nel proprio allenatore e in cui ogni singolo giocatore è pronto a prendersi le proprie responsabilità e contemporaneamente a lasciare esprimere i compagni, se necessario.


Basti pensare al tabellino della decisiva Gara 5 con cui gli Heat hanno eliminato i Milwaukee Bucks, che recita Butler e Dragic 17 punti, Crowder 16, Herro 14, Adebayo 13, Olynik 12: il sogno di ogni coach.



“I told you, we got some motherf**kers that can ball on this team!”



Tutto comincia con la firma di Jimmy Butler.


Già, perché Miami veniva da una stagione assai deludente, chiusa senza Playoffs e avvolta in un manto malinconico dato dall’addio al basket di un uomo simbolo come Dwayne Wade.


Nonostante ciò, Jimmy Buckets accetta l’offerta di Riley, che con lui ha usato l’argomentazione giusta: “puntiamo a vincere il titolo, già quest’anno”. Da tempo Butler si trascina una reputazione di attaccabrighe, di star bizzosa che litiga con tutti, difficile da gestire e spacca-spogliatoi. Ma la verità sembrerebbe un’altra.

“È uno degli agonisti più viscerali che abbia mai visto. Tutti dicono “È troppo competitivo, è uno stronzo!” Niente affatto, è un vincente e si aspetta dai compagni lo stesso livello di concentrazione, impegno ed energia che mette in ogni allenamento. Dà il meglio di sé sempre, e cerca di tirare fuori il meglio da tutti noi”. (Meyers Leonard)

Butler dice sempre quello che pensa, in faccia, e lo fa sempre per il bene comune, l’obiettivo finale: la vittoria. A Minnesota e Philadelphia questo approccio così diretto non ha avuto i risultati sperati. A Miami, invece, pare andare tutto per il meglio.

“Il nostro rapporto è basato sul duro lavoro, sull’onestà, ognuno dice quello che pensa e nessuno la prende sul personale. Puntiamo al titolo, siamo qui per questo: non ce ne frega nulla delle statistiche o dello status, vogliamo vincere l’anello.” (Jimmy Butler)

Della travagliata storia personale di Jimmy sappiamo già tutto; di quella dei motherf**kers that can ball al suo fianco forse un po’ meno, e vale la pena soffermarcisi, perché è nelle difficoltà incontrate da diversi di loro per arrivare ai parquet NBA che può trovarsi il segreto di una squadra così tenace.


Cominciamo dai due ragazzi usciti da Kentucky, Bam Adebayo e Tyler Herro.



Il premio di Most Improved Player quest’anno è andato a Brandon Ingram, legittimamente, ma diciamo che fosse andato ad Adebayo nessuno avrebbe avuto nulla da ridire. Dopo due complicate stagioni di apprendistato, ha mostrato un’evoluzione difficilmente pronosticabile, diventando il faro della squadra: intimidisce in difesa, passa la palla come un lungo di scuola balcanica e ha allargato il suo range di tiro. Vista la sua etica del lavoro, non mi sorprenderei se già l’anno prossimo cominciasse a prendere con continuità anche il tiro da tre punti - e lì, poi, sarebbero guai per tutti...


Herro, l’apprendistato, l’ha saltato a piè pari. Con quella sua faccia da schiaffi è sbarcato sul pianeta NBA con una sicurezza nei propri mezzi tutta americana, mista all’incoscienza della sua età - classe 2000… - fornendo prestazioni devastanti, anche nei momenti più caldi.


Oltre a una mano che grida al miracolo, nelle ultime gare coi Bucks gli è stato richiesto lavoro di playmaking, che ha fornito, ovviamente, senza battere ciglio. Una macchina da pallacanestro.


A proposito di mano che grida al miracolo - e di Most Improved Player - è il momento di parlare di Duncan Robinson.


Fino all’anno da senior al liceo è considerato un giocatore mediocre: troppo basso, troppo fragile, nonostante un interessante tiro dalla lunga distanza. Nell’estate successiva però cresce in modo inaspettato, arrivando ai due metri: convinto di poter attirare attenzioni di qualche college di livello, opta per un altro anno di high school da post-graduate, per prendere confidenza col nuovo telaio che la natura gli ha dato.


Ma non va tutto come previsto.

“Ho praticamente dovuto ri-imparare a correre e muovermi, ero troppo goffo. A metà anno il mio allenatore mi tolse dal quintetto titolare per poi rimettermi quando migliorai... Da lì ho cominciato a giocare con più sicurezza”.

Nessuna università si fa avanti per lui, tranne una: Williams College, una piccola scuola sperduta tra i monti del Massachusetts, con una squadra di basket in Division III. Gioca molto bene, la squadra diventa campione e lui viene premiato come Freshman dell’anno, ma a questo punto il sogno NBA resta inavvicinabile.


Se non fosse che il suo coach, Mike Maker, è stato assistente di coach John Beilein, ora a Michigan: Beilein propone a Robinson di entrare in squadra come walk-on player, senza borsa di studio. La mamma di Duncan è d’accordo: nessuno in famiglia pensa potrà diventare un professionista, ma quantomeno Michigan University è un ateneo di primo ordine e il ragazzo avrà un'istruzione adeguata.


Duncan però non ha intenzione di sventolare asciugamani e fare da sparring partner: nel suo anno da redshirt mostra la sua innata qualità di tiratore in allenamento e dalla stagione successiva comincia a giocare con regolarità e a mandarla dentro con altrettanta costanza.


I Wolverine sfiorano il titolo NCAA nel 2018, perdendo solo in finale contro Villanova, e Robinson a questo punto si è convinto di poter avere una carriera tra i pro come specialista dall’arco: ma al Draft il suo nome viene passato 60 volte.


In estate riesce a trovare un contratto per la Summer League con i Miami Heat, che in autunno lo parcheggiano in G-League, presso la succursale di Sioux Falls.


Dopo alcune brillanti prestazioni - e diversi infortuni in prima squadra - Spoelstra lo aggrega agli Heat e dalla stagione 2019/20 comincia a giocare sempre più minuti, fino ad arrivare al quintetto. Come?



In questa stagione è stato il primo giocatore della storia a chiudere con oltre il 60% da due, oltre il 40 % da tre e oltre il 90 % ai liberi, battendo anche il record di franchigia per triple mandate a bersaglio (270, and counting).


L’ultimo giocatore di Division III ad aver calcato i campi NBA era stato Devean George, ritiratosi oltre 10 anni fa, e solo quattro giocatori nella storia sono riusciti in questa impresa.


È il giocatore perfetto per questa era del basket, dato che quasi l’89 % dei suoi tiri parte da oltre l’arco: ha libertà di sparare a ogni possesso e non ha paura dell’errore. Dovesse aggiungere anche un po' di difesa al suo gioco, il limite per Robinson è il cielo.


In quanto a giocatori undrafted, comunque, Riley sembra avere un fiuto particolare.


La prima parte di stagione di Miami è stata caratterizzata dall’esplosione di Kendrick Nunn, anche lui scartato al Draft, passato per la Lega di sviluppo con i Santa Cruz Warriors, convincendo poi Spoelstra a dargli un posto in quintetto dopo una Summer League strepitosa.


Il ragazzo di Chicago è quello che ha più subito la Bolla, dapprima ritardando l’ingresso nella stessa per positività al Covid-19, poi rientrato, salvo ri-uscirne per motivi personali mai rivelati. A Orlando ha faticato molto, crollando in tutte le voci statistiche possibili, ma la squadra sembrerebbe non averne risentito - e dato l’impatto che ha avuto nella prima metà di stagione non era affatto scontato.


Un mese prima della sospensione, a ridosso della trade deadline, erano arrivate a Miami alcune aggiunte importanti, che avevano mostrato quanto fossero serie le intenzioni della franchigia di prolungare il proprio cammino in post-season il più possibile.


Di Andre Iguodala, alla sua quarta o quinta giovinezza, col suo carisma gentile e il suo sorriso contagioso, è inutile parlare ancora. Sul clamoroso impatto che ha avuto Jae Crowder invece occorre spendere due parole.



Anche per lui il percorso verso la NBA non è stato dei più semplici. Nessuno lo ha messo sul proprio taccuino dopo il liceo - o meglio, qualcuno sì, ma come possibile quarterback di football. Nella sua testa, però, c’è il basket, sport che ama, sport che ha sostenuto la famiglia, dato che il padre Corey è stato a lungo professionista: esperienze NBA con Jazz e Spurs e una lunga carriera in Europa tra Italia, Francia e Spagna.


Dopo due anni di dominio in due istituti della NJCAA, finalmente Crowder riesce a farsi notare: diversi college di prima fascia gli offrono una borsa di studio, lui opta per Marquette, dove nel suo ultimo anno diventa giocatore dell’anno della Big East, dopo aver condiviso una stagione proprio con Jimmy Butler, al quale lo lega da allora un’amicizia vera.


La sua carriera NBA, fino a quest’anno, era stata quella del gregario, intenso in difesa e in grado di accendersi di quando in quando in attacco, ma mai mantenendo una grande regolarità.

Quest’anno il suo tiro da fuori ha però cambiato faccia: le sue statistiche, sia dentro che fuori dall’arco, sfiorano il 50 % e a detta di Reggie Miller, uno che due cose sul tiro le sa, Jae non ha mai tirato così bene anche da un punto di vista tecnico-stilistico.


E poi ci sono un Olynyk che ha toccato - anche lui - percentuali record di carriera al tiro, continuando col suo preziosissimo lavoro difensivo; un Haslem che funge da mental coach in panchina; Derrick Jones e Meyers Leonard, i cui minutaggi sono estremamente limitati ai Playoffs, ma che ogni volta che sono chiamati in causa hanno il fuoco negli occhi.


Non mancherà un filo di talento, a questa squadra? Ah no, momento.



Goran Dragic. Quando c’è stato bisogno di un tiro importante, o si andava da Jimmy o dal Dragone.


Lo sloveno, pur non avendo mai smesso in tutti questi anni di fornire prestazioni di altissimo livello, in questa stagione sembra giocare con una luce diversa, una tranquillità e una sicurezza se possibile ancora più alte che nel resto della carriera, sempre più a suo agio col ruolo di leader della second unit.



Negli anni dei "big three", Erik Spoelstra è spesso stato relegato a ruolo di mero gestore, talvolta venendo etichettato come un burattino nelle mani di Wade e LeBron. Ce ne fosse stato bisogno, quest’anno si è imposto come uno degli allenatori più preparati della Lega.


Come un giovane Popovich, è riuscito a tirare fuori quel quid in più da giocatori che finora avevano reso al di sotto delle proprie possibilità, o semplicemente non avevano avuto la giusta occasione. Tutti sembrano a proprio agio, ognuno conosce il proprio ruolo e sa quello che va fatto per vincere.


Il gioco è di una coralità meravigliosa, ma nel caso serva qualcuno che vesta i panni della superstar, Butler e Dragic possono tranquillamente prendere il sopravvento.

“Abbiamo costruito il giusto equilibrio di squadra. Se hai un’unica stella, pensi solo a fargli segnare 35 punti a partita. Ma le nostre stelle, Jimmy e Goran, sono riuscite a non far prevalere l’ego e a coinvolgere tutti i giovani, facendoli crescere. Per come siamo fatti, in molti devono contribuire alla vittoria; ma, nei momenti chiave, Butler e Dragic sono in grado di dire la loro. E questo nei Playoffs è molto importante”. (Erik Spoelstra)

Che questa corsa degli Heat finisca alla Finali di Conference o prosegua fino alle NBA Finals, ancora una volta Riley e il suo staff sono riusciti dal nulla a riprendersi il ruolo di contender, instillare una mentalità vincente in un roster sulla carta “normale” e divertire tutti con il miglior basket della Lega.


Nessun process, nessun tanking: solo la ricerca del meglio con quello che si ha e con quello che si riesce a trovare.


Il progetto di Miami non finisce certo quest’anno, anzi: è appena iniziato, e già dalla free agency 2021 potrebbe arrivare qualche piacevole sorpresa. Ma le fondamenta per quello che gli Heat saranno in futuro sono state poste in questa delirante stagione, dalla quale usciranno con una convinzione nei propri mezzi preziosissima.


E con qualche tifoso in più.





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