• Andrea Campagnoli

Michael Jordan racconta? Qualcosa di unico

Cosa vuol dire avere MJ, seduto su una comoda poltrona, con un sigaro in mano, a raccontarci la sua storia...


Foto: Skysport.it

Questo articolo, scritto da Michael WIlbon per The Undefeated e tradotto in italiano da Andrea Campagnoli per Around the Game, è stato pubblicato in data 20 aprile 2020.


È stata l’unica icona sportiva che ha saputo resistere alla tentazione di diventare disponibile.


Magic Johnson molto tempo fa, ormai, ha deciso di accettare la corte della televisione prima, e dei social media poi. Tom Brady condivide settimanalmente i suoi pensieri in apparizioni sulla radio nazionale. Spot pubblicitari portano Shaquille O'Neal, più o meno ogni ora, nelle nostre case. Charles Barkley è stata la più importante voce televisiva in ambito sportivo degli ultimi 20 anni. LeBron James può essere considerato il Re di tutti i social media, anche se sta ancora giocando. Kobe Bryant, che Dio lo benedica, era sul punto di iniziare un’affascinante serie di storytelling.

Ma Michael Jordan, fino a questo momento, non aveva fatto alcuna di queste cose. Ma proprio nessuna. Non ha Twitter, e nemmeno Instagram, forse non ha neanche idea di cosa sia TikTok. Non si è mai sentito Michael chiamare un talk show sportivo su una radio.


Proprio questi motivi rendono le 10 ore di cui è protagonista in “The Last Dance”, una vera e propria rivelazione. "Michael Jordan racconta..."


E' solo un racconto, ma è un qualcosa di unico. E lo fa seduto su una poltrona, nella sua casa in Florida, con un sigaro in mano, ripensando a quello che ha fatto.

Solo Dio sa quanti libri sono stati scritti su di lui, anche se MJ ha dato la benedizione per farlo a un paio di giornalisti soltanto, ma tra tutte queste parole non ha mai scritto le sue memorie. Questa è quindi la miglior occasione per ascoltare, e non solo attraverso un discorso pre-impostato come quello prima della sua nomina nella Hall of Fame, la prospettiva di Michael, le sue riflessioni sulla sua carriera e sulla sua vita.

Nessuno ha mai avuto dubbi che Michael avesse opinioni abbastanza forti e inoltre è anche un fortissimo storyteller, in privato. Ma, per la prima volta, Jordan sta raccontando la sua intera storia, o almeno parte di essa, pubblicamente.


Nel corso di cinque domeniche (in Italia lunedì, ndr) e di dieci splendide ore, abbiamo la possibilità di udire dalla voce di MJ tutto ciò che ha vissuto, il Dream Team 1992, i rumors sul gioco d’azzardo, le battaglie (nel vero senso della parola) con i Detroit Pistons, la frattura di una squadra sei volte vincitrice di un titolo NBA, non pronta per essere divisa. La parte ancora più bella di tutto questo (almeno per chi preferisce la realtà nuda e cruda) è la possibilità di sentire Jordan lanciare qualche "F-bomb" quando necessario...

Considerate questo: in un periodo dove l’uomo forse più famoso del mondo continua a parlare, spesso anche a sproposito, Jordan ci sta dando la sua visione più sincera e chiara dei suoi pensieri riguardo moltissimi argomenti. E per quale motivo dovrebbe essere cosi importante 22 anni dopo il suo addio ai Bulls? Perché le persone che hanno meno di 40 anni possono ora provare a capire davvero chi sia Michael, e non nutrirsi solo di highlights; possono finalmente avere una visione a tutto tondo riguardo il più grande talento che abbia mai giocato in un qualsiasi sport di squadra (sì, l’ho detto) e ascoltare attentamente un uomo che a lungo ha ignorato ogni implorazione di parlare davanti alle telecamere.

Steve Kerr domenica scorsa, intervistato da Scott Van Pelt di SportsCenter, ha dichiarato: “La gente può vedere gli highlights, ma non il suo dominio assoluto.”


Ecco, forse ora c’è anche questa piccola possibilità...


Foto: SBNATION

Ma chi dovrebbe essere davvero colpito da questo documentario? Sicuramente i giocatori più giovani. Proprio quei giocatori NBA che, se smettessero di twittare o postare foto su Instagram, potrebbero rassegnarsi al fatto che non potranno mai muoversi come si muoveva Michael in campo. Non potranno mai giocare con la sua saggezza, neanche fare cosi tanto trash talking, nemmeno segnare tutti quei tiri decisivi o difendere come difendeva lui, né trascinare una squadra in quella maniera. E probabilmente non vinceranno mai quanto MJ ha vinto in carriera.

L’unica cosa sbagliata di questa serie è che, forse, doveva uscire almeno 10 anni fa. Però, non possiamo neanche lamentarci troppo, “The Last Dance” è stata rilasciata nel bel mezzo di una pandemia globale, in un momento cioè in cui ne avevamo assoluta necessità. Tutto sommato, è andata più che bene.

Una delle cose più avvincenti del programma è sicuramente la possibilità di vedere Jordan provare a tirare fuori da ogni suo compagno di squadra tutto l’impegno possibile e immaginabile. Tutto questo all’inizio di una stagione, quella 1997/98, in cui ognuno era costretto a dare il massimo data l’assenza di Scottie Pippen, il quale stava recuperando da un infortunio.

Per chi era abituato a vivere dietro le quinte degli allenamenti dei Bulls, non era una novità vedere Michael interrogare continuamente i propri compagni, anche in maniera non troppo gentile, per usare un eufemismo, per sapere dove dovevano posizionarsi sul parquet e quando.


Jordan, e forse i millenials saranno stupiti da questa affermazione, non è arrivato in NBA direttamente dal liceo o dopo un anno di università. Ha giocato per coach Dean Smith per tre anni al college, ha giocato per Bob Knight durante le Olimpiadi del 1984, per Stan Albeck e Doug Collins, e infine per Phil Jackson. Tutto questo per dire che "His Airness" ha conosciuto perfettamente cosa volesse dire essere allenato duramente, e da veterano quale era, non aveva minimamente paura di offendere quei suoi compagni che avessero bisogno di essere spronati a fare meglio.

Per Michael, chi si offendeva facilmente non era in grado di vedere quanto il fine di vincere un titolo giustificasse i mezzi. Si è sempre mostrato interessato a capire cosa pensassero le persone di lui (almeno riguardo certi argomenti). Ora sembrerebbe più preoccupato del fatto che i teenager o i ventenni attuali possano vederlo unicamente come un tiranno, dopo aver visto “The Last Dance”.

Ho deciso di guardare questa serie insieme a mio figlio Matthew (quanto avrei voluto chiamarlo Jordan...) di 12 anni. È una giovane point guard che pensava di sapere tutto riguardo a MJ. Ma appena ha sentito le urla di Michael verso i compagni, ha spalancato gli occhi, e con tono atterrito mi ha chiesto: “Papà, ma trattarli in quel modo ha davvero aiutato?”

Sì - gli ho risposto. I Bulls hanno vinto. Sempre.

Sì, ha aiutato.


Foto: NBA.com

Nei primi due episodi, poi, abbiamo potuto vedere anche quanto Scottie Pippen fosse sottovalutato dal GM dei Bulls, Jerry Krause, il quale appare decisamente come la figura del "cattivo". Forse perché semplicemente lo era. Non ci sono modi di poter dipingere l’ex General Manager come un qualcuno di simpatico o comprensivo, a dirla tutta.


Scopriamo che Krause, comunque artefice di aver costruito quella splendida squadra anni prima, ha detto chiaramente a Phil Jackson che anche se avesse concluso la Regular Season con un record di 82-0 non sarebbe stato riconfermato. Krause ha convinto Pippen a firmare un contratto incredibilmente inferiore al suo reale valore di mercato, tanto che, anche il proprietario dei Bulls, Jerry Reinsdorf, ha consigliato a Scottie di non firmarlo. Il secondo miglior giocatore di Chicago era il 122esimo giocatore più pagato della NBA nel '98.


Allo spettatore è stato detto chiaro e tondo ciò che era particolarmente chiaro a chi era vicino al mondo Bulls, ovvero che l’obiettivo di Krause era quello di ricostruire e dividere la squadra. E questo è un tema che sicuramente, nel corso delle prossime puntate, verrà ancor più approfondito. Sarebbe anche curioso immaginare Jerry Krause operare in questo periodo storico, dove la pressione degli executive e della stampa è molto più forte.

La cosa più attraente di “The Last Dance” , in qualsiasi caso, non è tanto la storia che viene narrata, ma è il modo in cui viene fatto. Jordan che commenta gli episodi e pone delle note di fianco a essi, come un autore di un libro. I primi episodi sono stati un ottimo auspicio per il resto della serie.


Jordan, così come aveva tutta la nostra attenzione quando era protagonista in campo, ce l’ha anche ora, anche se in un altro ambito.



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Around the Game nasce con l’obiettivo di avvicinare gli appassionati italiani alla pallacanestro NBA, attraverso due tipologie di contenuti: i contributi realizzati e pubblicati dai membri interni della redazione (diffusi a titolo gratuito, senza scopo di lucro, protetti da copyright e soggetti a legislazione vigente in materia di diritti d'autore); e articoli tradotti delle testate estere in collaborazione con AtG, pubblicati e tradotti in italiano dalla nostra redazione. I contenuti del secondo tipo, i cui diritti d’autore appartengono alle testate giornalistiche da cui sono stati pubblicati originariamente, sono pubblicati all’interno della sezione “Traduzioni” e vengono selezionati, tradotti e pubblicati da AtG solo dopo la ricezione da parte delle fonti di esplicito ed esclusivo consenso relativo a questa attività.

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