• Alberto Dagnino

My name is Joe

Un giocatore unico, dentro e fuori dal campo, con un percorso particolare e atipico che l'ha portato ai massimi livelli del basket mondiale: questa è la storia di Joe Ingles.


Qualche settimana fa mi sono ritrovato ad ascoltare, come un bravo psicologo, le lagne di un amico tifoso dei Clippers, che in quanto tale ha costante bisogno di sfogare le proprie frustrazioni.

Nel tentativo di catalogare gli innumerevoli fallimenti, le tante scelte sbagliate, le personalità che hanno segnato gli anni bui e meno bui della squadra, un aneddoto minore che non ricordavo ha catturato la mia attenzione.

Nell’estate del 2014, nonostante un discreto training camp disputato, Doc Rivers decise di lasciar andare Joe Ingles, sbarcato negli States quell’estate nella speranza di strappare un primo contratto NBA.

Qualche mese più tardi i cugini depressi di Los Angeles venivano sconfitti in Gara 7 da Houston nelle Western Conference Semifinals - serie che ancora mi sfugge come abbiano fatto a perdere.

Quanto avrebbe fatto comodo un giocatore di elevato acume tattico, con un’impagabile attitudine difensiva e agonismo feroce come l’australiano...

Doc Rivers lo sa bene.

“Il giorno stesso che lo abbiamo lasciato andare ho detto - Ci pentiremo di questa decisione. Non avevamo spazio a roster e purtroppo avevo le mani legate. Onestamente però, non pensavo che Joe sarebbe diventato così forte”.

Il percorso che ha portato Ingles nella Lega è davvero atipico e tortuoso: nonostante l’indubbio valore, per certi versi è davvero incredibile che sia riuscito a farcela.

Tutto ciò che lo riguarda è quanto di più non ortodosso ci possa essere: dalle sue origini alla meccanica di tiro, dal basso profilo dentro e fuori dal campo alla passione per il trash talking guascone.

La sua è la storia di un eterno sottovalutato che ha combattuto contro tanti pregiudizi, non tanto per il suo apporto sul terreno di gioco, quanto per l’unicità del suo stile, così particolare da non avere canoni di paragone. Con quel suo passo felpato e un atletismo rivedibile, Ingles è un unicorno in una Lega di super atleti: vive in costante controtendenza con l’evoluzione del gioco.

Se a distanza di anni dall’arrivo in America, però, gli Utah Jazz sono la squadra col miglior record e il miglior gioco espresso nella Lega, non è iperbolico dire che una buona fetta di responsabilità è sua, al di là delle statistiche espresse.

Statistiche che non hanno mai significato nulla per lui, durante tutto l’arco della carriera: di role-player e facilitatori del livello di Ingles, in NBA, ce ne sono davvero pochini.



L’inizio della sua carriera tra i professionisti è tanto particolare quanto il suo stile di gioco.

Tutto inizia da Happy Valley, che non è il titolo dell’ennesima serie Netflix che inizia come commedia per poi sprofondare in un cupo dramma fatto di segreti, bugie e delitti. È un idilliaco paradiso per famiglie 20 km a sud di Adelaide, quanto di più australiano ci possa essere: campagne verdi, spazi infiniti, oceano a due passi, koala e canguri che zompettano nel giardino sul retro.

In un contesto bucolico del genere, il piccolo Joe cresce all’aperto 24 ore su 24, dedicandosi al cricket e al football australiano, patrimoni nazionali come il surf e l’alcolismo, ma lo sport che cattura maggiormente la sua attenzione è il basket.

Tanto che, a 16 anni, lascia Happy Valley per frequentare gli ultimi anni di liceo all’Australian Institute of Sport nella capitale Canberra, dedicandosi esclusivamente alla palla a spicchi.

Terminato il suo percorso formativo, il giovane Joe ha 2 sogni, anzi, 2 e mezzo. Il primo è diventare un professionista nella NBL, possibilmente con la gloriosa squadra di casa, gli Adelaide 36ers; il secondo è indossare la maglia dei Boomers alle Olimpiadi; il terzo, sperduto in un angolo recondito della sua immaginazione, è arrivare a giocare in NBA.

Fa specie pensare che il desiderio all’apparenza più scontato sia stato l’unico a non esaudirsi.

Uscito dall’AIS la quasi totalità delle squadre della NBL vuole metterlo sotto contratto, ma Joe prima di tutto vuole ascoltare l’offerta degli adorati Sixers.

Un’offerta che dire che lo lasci tiepido è estremamente riduttivo.


“Il minimo salariale all’epoca era di circa 22mila dollari australiani, con diversi benefit; i soldi non erano certo il mio obiettivo, detto ciò la loro offerta era di circa 12mila dollari e due abbonamenti all’Arena…Nonostante ciò ero comunque intenzionato ad accettare, ma quando mi è arrivato il contratto da firmare avevano sbagliato a scrivere nome e cognome: Joesph English!”.

Ottimo lavoro, ragazzi! Joe si sente giustamente preso per i fondelli, finendo per accasarsi con i neonati South Dragons di Melbourne, scelta che cambia la sua vita per sempre.

Dopo qualche mese dal suo arrivo incontra Renae Hallinan, straordinaria giocatrice di netball, che diventerà sua moglie e madre dei suoi figli, della quale parleremo più accuratamente in seguito.

Inizia la sua carriera da professionista da vero predestinato: al debutto ne mette 29 e chiuderà la stagione col premio di Rookie of the Year, sopra al quale il suo nome era già stato inciso dopo quell’esordio. Dopo un’altra ottima stagione, nel 2008/09 i South Dragons arrivano alla finale per il titolo, portandolo a casa contro tutti i pronostici in un derby con i Melbourne Tigers.



Dai pochi e sfocati highlights di quelle finali, il primo dato di fatto: certo, essendo più giovane Ingles è giocoforza più esplosivo, ma non più di tanto. Poco più che maggiorenne era già lo stesso giocatore, lo stesso volpone del parquet che oggi a oltre 33 anni insegna pallacanestro dall’altra parte dell’Oceano.

Difesa, triple, agonismo, visione di gioco, playmaking di altissima qualità: il tutto partendo da oltre due metri di altezza e l’assenza di qualsivoglia egotismo. Tutto molto interessante, insomma.

Quella stessa estate, mentre i South Dragons capitolano per problemi economici, Joe tenta la fortuna con un’esperienza alla Summer League di Las Vegas, dove è stato invitato dai Golden State Warriors.

Gli scout NBA non sono persuasi; quelli europei presenti in Nevada invece drizzano le antenne. I più insistenti sono quelli del Granada, che gli offrono un contratto mentre Joe è ancora sul suolo americano.

In Andalusia disputa una prima stagione di livello stellare, in un campionato molto competitivo come l’ACB. Dopo una manciata di partite dall’inizio del secondo anno in quel di Granada, il Barcellona apre il portafoglio, scegliendolo come sostituto per Pete Mickeal e Gianluca Basile, bloccati da lunghi infortuni.

È sbarcando in un club importante, con ambizioni di un certo tipo, che la sua trasformazione, o meglio, il percorso di ricerca di un’identità cestistica, si compie.

Anche se sulla carta non sembrò affatto così.

Una volta rientrati Mickeal e Basile, il minutaggio di Joe crolla sensibilmente e nelle tre stagioni passate in Blaugrana, il suo contributo sarà limitato a entrare dalla panchina, fornire difesa, tiro da tre e intensità e risedersi sul pino nei momenti chiave della gara.

Dopo due titoli di campioni di Spagna, il Barcellona lo lascia andare e l’australiano trova casa in quel di Tel Aviv, dove inizia come pedina centrale ma finisce anche qui per essere utilizzato col contagocce nel prosieguo della stagione.

Sia in Catalunia che in Israele, però, Ingles accetta il proprio ruolo e coglie il meglio da una situazione che a nessun professionista può far piacere. Gioca al massimo del livello europeo, con giocatori fantastici al suo fianco e la sua straordinaria intelligenza lo aiuta a capire come essere decisivo quando chiamato in causa.

La stagione 2013/2014 si chiude con uno storico triplete per il Maccabi - campionato, coppa ed Eurolega - e nonostante le solite, superficiali statistiche, su tutti e tre i trofei le impronte di Joe sono in bella vista, senza dover ricorrere al luminol.


Nonostante il rivedibile atletismo, ha un indisponente controllo del corpo, dà ai suoi avversari la sensazione di essere una preda facile, riuscendo invece sempre a mandarli fuori giri. Esce dai blocchi e segna in catch and shoot con un mancino fatato; può costruirsi un tiro o può servire i compagni in modo mai banale. Gioca al suo ritmo e non c’è modo di disorientarlo. Chiusa la trionfale campagna in Israele, a 27 anni compiuti, decide di riprovare con il suo sogno americano.

Appena saputo del taglio dei Clippers, Joe è già nell’ottica di tornare in Europa e cercare nuovamente una collocazione in un top team del vecchio continente: vista l’età sente di aver perso l’occasione definitiva per indossare una canotta NBA.

Non aveva fatto i conti con Quin Snyder.

All’ex capitano di Duke viene affidata la panchina degli Utah Jazz e nel momento di scegliere come puntellare il proprio roster il nome di Joe viene fatto fin dalle prime riunioni col resto del coaching staff. Due anni prima, quando Snyder era stato assistente di Ettore Messina in quel di Mosca, il suo CSKA ha affrontato il Barcellona quattro volte in una sola stagione: Ingles aveva lasciato un ricordo indelebile.

“Joe è un giocatore versatile che può costruirsi i suoi propri tiri, così come lavorare al totale servizio dei compagni. A Barcellona ha giocato in un sistema molto esigente e complesso, penso sarà perfetto per quello che vogliamo creare qui”.

Ufficialmente Ingles è un rookie, ma come si fa a definire “matricola” uno che ha giocato nei peggiori - quindi migliori - palazzetti europei, ha disputato delle olimpiadi da capitano della propria nazionale e ha vinto un Eurolega da protagonista?



Al primo anno l’australiano prende confidenza con un mondo nuovo, perdendo peso, abituandosi al ritmo della regular season NBA, lavorando sodo sul suo tiro da fuori e diventando una point guard atipica in uscita dalla panchina.

Dopo una sola stagione si sente a proprio agio a Salt Lake City e intravede per lui un futuro radioso. Ma abbiamo già detto che Ingles non è il vostro classico giocatore NBA e nell’estate del 2015 è già pronto a rinunciare al suo sogno.

Il 14 settembre Joe sposa la sua fidanzata di lunga data Renae, che prima di essere la signora Ingles è una delle giocatrici di netball più forti di sempre. L’anno seguente Renae resta incinta di due gemelli, ma dopo soli sei mesi dal parto torna a giocare nel campionato australiano con le Melbourne Vixens. Il primo pensiero di Joe è seguirla.


“Sapevo quanto era stato duro per lei lasciare le competizioni per la nascita dei gemelli e il mio primo pensiero è stato: lascio la NBA, torno a giocare in Australia così potremo crescere i bambini lì ed entrambi potremo continuare la nostra carriera professionistica. Ma Renae non me l’ha permesso. È una persona straordinaria, sapeva quanto fosse importante per me essere arrivato negli States e non voleva che rinunciassi al mio sogno”.

Dopo due anni di relazione a distanza, Renae abbandona definitivamente il netball, tornando a Salt Lake con i bambini e ricongiungendo sotto lo stesso tetto l’intera famiglia, cosa diventata imprescindibile anche alla luce della diagnosi di autismo del piccolo Jacob: da allora, Joe e sua moglie sono stati impegnati in raccolte fondi e incontri per aumentare la coscienza su questo subdolo disturbo.



Nel frattempo, Slowmo Joe è cresciuto ulteriormente, diventando uno dei giocatori più imprescindibili in una franchigia in grande ascesa.

Oltre alla difesa e al clamoroso tiro dalla distanza, che le percentuali certificano come uno dei più affidabili della Lega, Joe ha sviluppato ulteriormente il suo lato di playmaking, diventando un ottimo interprete del pick’n’roll - quello in combinazione con Gobert diventa un’arma letale per i Jazz. Contribuisce a tutti gli aspetti che servono a una squadra per portare a casa le vittorie, che negli ultimi anni sono arrivate a valanga nella terra dei Mormoni.

Il 18 febbraio scorso i Jazz hanno battuto i Clippers - con buona pace del mio amico - dopo una bellissima, intensa partita, che ha avuto il sapore del cerchio che si chiude. Joe ha chiuso la gara con i soliti numeri “normali” ma l’altrettanto solito plus-minus decisivo, epitome del suo gioco.

Quest’anno sta giocando il miglior basket della sua carriera, sempre come deus ex machina della second unit, ma anche partendo titolare quando Mitchell e Conley hanno saltato una decina di partite e in quelle occasioni, su richiesta del suo allenatore, ha aumentato notevolmente la sua aggressività, sfiorando i 20 punti a uscita.

Il rapporto con Snyder è un match made in heaven come dicono gli anglosassoni, e sebbene detesti discutere di se stesso da un punto di vista individuale, lo stesso Ingles ha ammesso che la chiarezza del suo ruolo in questa stagione gli ha permesso di sentirsi a suo agio, quindi di rendere al meglio.

La maggior parte dei talenti internazionali arrivati in NBA in età più avanzata hanno faticato a ripartire da zero, costruirsi una carriera oltreoceano lavorando sulle proprie debolezze per adattarsi al meglio agli ingranaggi di un basket completamente diverso, lasciando andare la zavorra del proprio passato.

Come detto Ingles non ha nessun metro di paragone valido. Anche oggi, scollinati i 33 anni, non si vede come un prodotto finito: continua a esplorare i suoi margini di miglioramento, facendo leva sulla sua straordinaria etica del lavoro.

E chissà che, a fine carriera, non possa tornare in Australia, e finalmente possa vestire la maglia degli Adelaide 36ers, così da spuntare anche l’ultimo obiettivo della sua unica, straordinaria carriera, ancora piena di sorprese.

Stavolta, siamo sicuri, non ci sarà nessun errore di spelling.



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