• Alessandro Di Marzo

NBA, diritti TV e business: l'impatto dello stop

I bassi ascolti potrebbero danneggiare seriamente le finanze della Lega?


FOTO: NBA.com

Questo articolo, scritto da JD Tailor per Welcome to Loud City e tradotto in italiano da Alessandro Di Marzo per Around the Game, è stato pubblicato in data 31 luglio 2020.



Sotto l’aspetto della prevenzione del Covid-19 tra giocatori e coaching staff, la “bubble” di Orlando sta funzionando bene: il 20 e il 29 luglio, infatti, NBA e NBPA hanno annunciato che nessuno dei 344 membri è risultato positivo ai test. Il funzionamento della bolla sarà essenziale per la Lega, che negli ultimi 5 mesi ha già dovuto rinunciare a parecchi soldi.

Oggi la situazione di molti atleti è delicata. Certo, i giocatori con stipendi alti usciranno senza particolari problemi da questa crisi, come ad esempio Chris Paul, che quest’anno si è portato a casa $38,506,482. La situazione, però, cambia se si dà uno sguardo alla “classe media” dell’NBA, che ha un average salary di $7.7 milioni.


I proprietari delle franchigie hanno perso soldi durante lo stop. Alcuni, come Tillman Fertitta (Houston Rockets) o Jeanie Buss (Los Angeles Lakers), traggono profitto esclusivamente dalle finanze delle loro rispettive franchigie,


Gli owner hanno un grande bisogno di tifosi che guardino le partite e che dunque facciano aumentare gli introiti provenienti dai diritti TV.

FOTO: NBA.com

Da oggi fino a quando vigerà il divieto di entrare nelle arene, infatti, gli accordi con le emittenti saranno più importanti che mai per determinare gli incassi della Lega e delle singole squadre.

Se gli ascolti risultassero bassi in questa ripresa della stagione, ciò potrebbe portare alla complicazione degli accordi riguardo al futuro contratto da stipulare con gli enti televisivi: l’NBA, con un abbassamento dell’interesse da parte dei telespettatori, avrebbe infatti meno potere di negoziazione e potrebbe dunque essere costretta ad abbassare le proprie richieste economiche per il diritto di trasmissione delle partite.


La speranza, però, è l’ultima a morire. Soprattutto se diamo uno sguardo al passato: i due lockout delle stagioni 1998/99 e 2011/12 hanno infatti avuto effetti positivi sullo share delle partite NBA. La stagione 2012/13, per esempio, ha fatto registrare un ottimo +19% di telespettatori sulle TV americane (nello specifico, gli ascolti di TNT erano aumentati del 25% quell'anno).


Di certo quelli realtivi ai lockout sono numeri che fanno ben sperare. Ma c’è anche da considerare che in quegli anni l’audience televisiva stava crescendo ininterrottamente, anno dopo anno. Cosa che non si può dire dell'ultimo periodo, visto il preoccupante -21% di ascolti di TNT.

Con il progresso della tecnologia, le abitudini dei consumatori sono cambiate: ora gli appassionati possono facilmente guardare le partite direttamente da dispositivi mobili, in ottima qualità. L’NBA offre il servizio di streaming attraverso il League Pass, che però ha il costo di $40 al mese e indubbiamente subisce la "concorrenza" online.


Sempre più persone vanno su YouTube a guardare gli highlights delle partite caricati da canali come DownToBuck e FreeDawkins: ovviamente, l’NBA non guadagna niente dai video di questi canali.


Tornando alla costante crescita fino alla stagione 2012/13 di cui parlavamo in precedenza, allora erano ancora pochi i siti streaming illegali e la maggior parte degli spettatori erano abituati a guardare le partite in TV.

C’è anche da specificare che, dopo il primo lockout, le cose erano andate abbastanza male: gli ascolti di NBC, infatti, erano scesi del 7% durante la stagione 1998/99, specialmente a causa della fine dell’era-Jordan (e dei suoi Bulls). Michael, al tempo, era senza dubbio l’icona più rappresentativa della Lega, ragione per cui il suo ritiro allontanò molti appassionati. Era un periodo di transizione per l’NBA.


Al momento, l’NBA è per certi versi in una posizione simile. Star assolute come LeBron James e Chris Paul stanno invecchiando, dopo che diverse icone della Lega del nuovo millennio (Vince Carter, Nowitzki, Wade, Ginobili) hanno appeso le scarpe al chiodo negli ultimi anni.


FOTO: CBS Sports

Oggi stiamo assistendo allo sviluppo di una nuova generazione di future stelle, ma ci potrebbe volare qualche anno prima che queste riescano a prendere pienamente in mano la Lega. E i periodi di transizione, proprio come nel 1998/99, a volte non vanno molto d’accordo con gli ascolti in TV.

Mantenere una franchigia è costoso e i proprietari in previsione della crisi potrebbero cercare di cambiare le cose all’interno del Collective Bargaining Agreement (CBA) per ottenere una fetta maggiore del Basketball Related Income (BRI).


Nell’ultimo CBA è stato dichiarato che le parti, alla fine della stagione 2022/23, potranno decidere di staccarsi dall’accordo. E con il rischio di non assistere più al livello di ascolti a cui eravamo abituati in era pre Covid-19, per l’NBA potrebbe essere molto difficile evitare che questo accada.


Al momento, l’accordo prevede un rapporto di 49/51 tra giocatori e proprietari. Questi ultimi durante i periodi economicamente positivi sono più inclini a rinunciare a parte dei profitti, ma ora la situazione è differente, ed è quindi lecito aspettarsi che Adam Silver possa trovarsi sotto pressione (anche) da questo punto di vista.

C’è un grande ostacolo per i proprietari in questo percorso, ovvero l’NBPA: l'Associazione Giocatori, infatti, difficilmente vorrà rinegoziare l’attuale accordo. Sono i giocatori che determinano le vendite e gli ascolti.


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