• Alessandro Di Marzo

È l'ora dei Bucks?

Il lungo viaggio di Milwaukee verso il tentativo di conquistare il Larry O'Brien, ora, è più vicino che mai alla meta.


FOTO: USA Today

Questo articolo, scritto da Martenzie Johnson per The Undefeated e tradotto in italiano da Alessandro Di Marzo per Around the Game, è stato pubblicato in data 4 luglio 2021.



“Bucks in Six” - è questa la frase che salta in mente agli abitanti del Wisconsin ogni volta che i Milwaukee Bucks giocano una serie di Playoffs. Tutto iniziò come una semplice quanto utopistica proclamazione di Brandon Jennings all’alba della serie contro i Miami Heat dei Big Three, nel 2013:

“Sono sicuro che chiunque ci veda come sfavoriti, ma credo che vinceremo la serie in sei gare”.(Brandon Jennings)

Il detto è diventato popolare, nonostante lo sweep subito da quei Bucks contro LeBron James e compagni, e col passare del tempo i tentativi di Milwaukee, marchiati costantemente da questa frase, si sono avvicinati sempre di più al successo. Fino ad arrivare ad oggi, con le NBA Finals raggiunte dopo 47 anni.

Da quel 2013 la franchigia ne ha passate tante: tra un cambiamento e l’altro, passando dalla scelta di quel gracile ragazzino greco di nome Giannis Antetokounmpo, la squadra può definirsi finalmente una vera e propria contender, a differenza di 8 anni fa.


L’incoronazione di campioni della Eastern Conference è avvenuta nella notte tra sabato e domenica ad Atlanta: dopo due anni di prestazioni non all’altezza delle aspettative nei Playoffs, i Bucks hanno battuto gli Hawks 118-107 chiudendo una serie piuttosto complicata, soprattutto per l’assenza di Giannis - alle prese con una spaventosa ipertensione del ginocchio sinistro - a partire dal terzo quarto di Gara 4.

Il roster, tuttavia, ha fatto del collettivo un proprio punto di forza, e ha vinto affidandosi specialmente a Jrue Holiday e Khris Middleton: 59 punti, 13 rimbalzi e 16 assist in due nella decisiva Gara 6, con Middleton in grado di segnare ben 23 dei suoi punti nel terzo quarto, dopo un pessimo primo tempo (5 punti e altrettante palle perse).

“Khris ci ha guidati verso la vittoria, ha dato tutto sul parquet. Se cadiamo, cadiamo con lui. Ma questa volta ci ha portati dritti alle Finals”. (Jrue Holiday)

Il successo è stato reso in parte più agevole dalle condizioni di Trae Young, alle prese con dei problemi al piede dopo uno sfortunato scontro in Gara 3:



La quinta scelta del Draft 2018 ha giocato Gara 6, ma il suo stato di forma è apparso chiaramente compromesso. Poche penetrazioni e poca creazione di gioco per i compagni, il tutto nitidamente riflesso sul suo tabellino alla fine del primo quarto: in soli 4 minuti, ben 3 palle perse, 3 falli e una tripla wide open neanche tirata.

“Mi fa ancora male e sarà così almeno per un altro paio di giorni. Sapevo che non sarei stato al 100%, ma ho comunque voluto giocare e provare a contribuire come possibile”. (Trae Young)

Col passare dei minuti, poi, si è visto un Trae meno timido, ma comunque lontano dai suoi standard.


Escludendo un’altra super prestazione di un rigenerato Cam Reddish (21 punti, 6/7 dall’arco), tuttavia, gli Hawks non sono riusciti a mettere davvero Milwaukee in difficoltà. Nelle due sconfitte della serie i Bucks avevano tirato male e giocato con poche energie, ma in Gara 6 i miglioramenti si sono fatti vedere.


“Avevamo bisogno di tutti, ed è questa la parte migliore di noi”, ha detto PJ Tucker, alle prime Finals in carriera. “Ognuno doveva dare il proprio contributo, la panchina è stata grande per tutti i Playoffs: Portis ha rimpiazzato bene Giannis, ognuno ha tenuto duro, ed è questo che ci caratterizza”.


Prima di questa stagione, ai Bucks era sempre mancato qualcosa.


Dal 2017/18 le prestazioni cominciarono a migliorare, complice la definitiva consacrazione a superstar di Antetokounmpo. I Bucks terminarono le due annate successive col miglior record della Lega, ma furono sempre sconfitti dai vincitori dell’Est, dando apparentemente ragione a chi li definiva “una squadra da Regular Season”.

FOTO: NBA.com

Anche giocare contro stelle all'apice della loro carriera fu un ostacolo non da poco: prima Kawhi Leonard, che con i suoi Raptors rimontò uno svantaggio di 0-2 alle Eastern Conference Finals per poi vincere il titolo, poi Jimmy Butler, l’incubo di Disney World, che eliminò i ragazzi di coach Mike Budenholzer in sole 5 gare, prima di arrendersi ai Lakers nelle Finals.

Anche quest’anno il livello di Kevin Durant e Trae Young - almeno fino a Gara 3 - è stato probabilmente tra i più alti delle loro carriere, nonostante l’esito diverso rispetto al passato.


Negli anni precedenti, quando la pressione raggiungeva il picco, i Bucks vacillavano. Antetokounmpo e Budenholzer si bloccavano davanti al “muro” difensivo delle difese avversarie, Middleton segnava di meno e il supporting cast diventava poco efficiente.

“It’s adversity”, ha detto Pat Connaughton riguardo ai fallimenti del recente passato. “C’è stata sfortuna, ma in ogni caso si impara molto dalle sconfitte. Guardandosi allo specchio ci si può rassegnare oppure rialzare e trasformare la delusione in motivazione per migliorare e tentare di risolvere i problemi avuti, lavorando ogni giorno con la consapevolezza che il processo sarà lungo”.


Il lavoro c’è stato, e si è visto. Più flessibilità, dalla costruzione del roster alle scelte offensive, passando per la maggiore efficienza di chi, in passato, non riusciva a farsi sentire a dovere nei momenti chiave. E Budenholzer lo sa:

“Ogni squadra attraversa percorsi differenti. Come accade per ogni squadra, però, quando si perde si apre una ferita. È stata dura, durante l’offseason i ragazzi banno lavorato e mi hanno impressionato di più rispetto agli altri anni. Ma c’è ancora del lavoro da fare”. (Mike Budenholzer)

Coach Bud negli ultimi due anni è stato uno dei bersagli più golosi per le critiche, proprio a causa dell’incapacità di compiere aggiustamenti adeguati nelle serie Playoffs. Dopo questa stagione, se non ci fossero state svolte, il suo addio sarebbe stato quasi certo. Ma le cose, come sappiamo, sono andate diversamente.


Sarebbe tuttavia ingiusto non dare meriti a Jon Horst, General Manager di Milwaukee, che è stato capace di costruire e perfezionare un roster in grado di valorizzare le migliori qualità della squdra.

La firma di Bobby Portis (2 anni, $7.5 milioni) a novembre si è rivelata decisiva nella serie contro Atlanta; l’arrivo di PJ Tucker a marzo via trade è stato cruciale per la difesa su KD contro i Nets; Bryn Forbes ha giocato un super primo turno; anche Jeff Teague, ex proprio di Atlanta, ha detto la sua in Gara 6 contro gli Hawks, con 3 triple a segno; e, ovviamente, l'aggiunta più importante di tutte: Jrue Holiday, anche lui arrivato via trade da New Orleans e diventato immediatamente fondamentale per il roster.

Giannis, Middleton e Holiday, i Big Three di questi Bucks, hanno avuto difficoltà anche in questi Playoffs, ma quando la squadra aveva bisogno di loro non sono mai mancati: basti pensare al game-winner di Middleton in Gara 1 contro gli Heat, alle prestazioni di Antetokounmpo nei minuti decisivi contro i Nets e alle ultime due partite di Holiday in mancanza del due volte MVP.


La squadra etichettata come "incapace di vincere quando conta" si è finalmente presa la sua vendetta. E pensare che uno dei protagonisti di questo successo sia proprio Khris Middleton è ancora più piacevole.

Middleton venne scambiato dai Detroit Pistons nel 2013, che ottennero Brandon Jennings, Mr Bucks in Six.


Il 31 luglio 2013, dopo l’ufficialità dell’affare, ESPN recitava così:

“The Detroit Pistons officially announced the next step in their win-now plan Wednesday, acquiring point guard Brandon Jennings from the Milwaukee Bucks for guard Brandon Knight and two other players”.

Oggi la squadra a 4 vittorie dal titolo si affida proprio a uno dei “two other players” di quello scambio, un ragazzo che ha attraversato stagioni da record negativo, con pochi Playoffs e tante, troppe Lottery. E le sue prestazioni in questa post-season, dal già citato game-winner contro Miami alle due gare da 38 punti contro Brooklyn e Atlanta, sono il simbolo di quanto lui e i Bucks siano cresciuti, fino ad arrivare a questo punto.


“È stato un lungo, grande viaggio”, ha detto il numero #22 dopo Gara 6.


“Ne è valsa la pena. Dopo una prima stagione da 15 vittorie, sette anni senza Playoffs e due post-season deludenti, ora siamo alle Finals. That is what we’ve worked for”.