• Marco Cavalletti

New York Knicks: una (flebile) luce in fondo al tunnel?



Questo articolo, scritto da Joey Baghdadi per The Lead Sports Media e tradotto in italiano da Marco Cavalletti per Around the Game, è stato pubblicato in data 21 febbraio 2020.



L’All-Star Weekend 2020 di Chicago è stato un successo fenomenale.


Tutti gli eventi in programma si sono rivelati divertenti ed emozionanti. L’atmosfera nella Windy City è stata semplicemente elettrizzante. I fan, sia quelli presenti al palazzo che quelli seduti sul divano di casa, hanno potuto godere di un’esibizione di primissimo livello. Le celebrità presenti e i giocatori stessi erano incredibilmente coinvolti, e le loro reazioni lo hanno dimostrato più e più volte.


Tutto questo ha reso questa edizione del weekend delle stelle qualcosa di veramente speciale.



Ciononostante, questo All-Star Weekend ha suscitato in me un altro pensiero. La visione del logo immortale dei Bulls al centro del campo, infatti, mi ha riportato subito agli anni dell’adolescenza, alla metà degli anni ‘90, quando MJ e i Bulls dominavano la Lega stagione dopo stagione. Eppure, perfino una corazzata del genere era consapevole che ogni volta che avrebbe affrontato i propri rivali nella Eastern Conference, i New York Knicks, sarebbe stata una battaglia all’ultimo sangue. Si trattava di partite brutali, che sarebbero state decise dalla durezza dimostrata sul campo e dalla pura volontà di vincere.


Quei Knicks annoveravano fra le proprie fila giocatori come Ewing, Oakley, Starks, Mason, Harper e Smith: dei veri gladiatori della pallacanestro. Avevano perfino una canzone tutta loro. Erano i re di New York. I Playoffs per loro non erano un sogno bagnato, ma una garanzia. L’unica domanda era se fossero stati in grado di agguantare il secondo posto nella Eastern Conference.



Tuttavia, questo è -ahimè - il passato.


Dall’avvento del 21esimo secolo, l’arena conosciuta come “The Mecca” è stata costretta a ospitare spettacoli non propriamente degni della sua storia. In 20 stagioni, i Knicks hanno raggiunto i Playoffs solo cinque volte, aggiudicandosi una sola vittoria al primo turno (2012/13). In poche parole, è stato un fallimento su tutti i fronti, per il Knickerbockers.


Scott Layden, Isiah Thomas, Donnie Walsh, Glen Grunwald, Steve Mills, Phil Jackson: sono stati ben sei i GM caduti a New York in questo periodo. È incredibile. Non è possibile assumere così tante persone diverse per uno stesso ruolo... e sbagliare sempre. L’unica mente competente in questo gruppo è stata Walsh, che è stato cacciato prima di poter finire il proprio operato.

Per non parlare, poi, dei QUATTORDICI coach che si sono alternati sulla panchina dei Knicks negli ultimi 20 anni, con l’attuale allenatore ad interim che probabilmente ci saluterà alla fine di aprile.


Solo per fare un paragone, nello stesso periodo i San Antonio Spurs hanno avuto sempre lo stesso coach e lo stesso GM, i Miami Heat hanno sempre avuto Pat Riley come GM e solo Stan Van Gundy ed Erik Spoelstra sulla panchina. È assolutamente possibile costruire e mantenere un ambiente vincente in grado di perdurare sul lungo periodo, insomma. Ma, a quanto pare, non a Manhattan.


L’estate scorsa, con un mercato ricco di free agent di altissimo livello, i più pensavano che si trattasse finalmente dell’occasione per tornare a vedere i Knicks nelle alte sfere della Lega. Invece, l’appena licenziato Steve Mills e l’attuale GM Scott Perry hanno optato per firmare 28 power forward, ostacolando in ogni maniera possibile la crescita del nucleo di giovani della squadra. Piuttosto che sfruttare oculatamente il cap space finalmente aperto con anni e anni di sacrifici, hanno deciso di spenderlo frivolamente per giocatori che non porteranno alcun contributo alla causa per l’anno corrente e che nemmeno rimarranno nei piani futuri della squadra.


All’inizio del training camp, un roster così allo sbando mi rendeva tutto fuorché entusiasta. Eppure, i giocatori "se la tiravano" in maniera incredibile. È stato esilarante. Vorrei tanto avere la loro autostima, dico sul serio.


Da lì, la stagione ha rispettato le aspettative, rivelandosi un disastro. Si è poi giunti a un impasse quando la squadra, producendo il deplorevole record di 4-18, ha dato adito alla cacciata di coach David Fizdale, avvenuta dopo la press conference del 10 novembre. La gioia che questo ha fornito a NBA Twitter, però, è valsa la pena di tutto. Ho riso tutta la notte.



Dall’arrivo al comando della panchina di coach Michael Miller, i Knicks hanno racimolato un record di 13 vinte e 20 perse, che potrebbe essere definito come “non completamente orrendo”. Prima dell’All-Star Break, pur avendo perso le ultime due consecutivamente, la squadra aveva vinto le quattro partite precedenti, inanellando la propria miglior serie di vittorie dal 2017. Insomma, sembra esserci finalmente un benché minimo briciolo di speranza.


È molto flebile, ma c’è.


Ora, quindi, si guarda al futuro. Ai Knicks rimangono 25 partite da disputare in questa stagione, e saranno fondamentali ai fini della valutazione del roster. Un tale numero dovrebbe infatti garantire al front office tempo a sufficienza per raccogliere i dati necessari per un’estate proficua.


Pur avendo indubbiamente una squadra sbilanciata, la situazione salariale è piuttosto positiva per i Knicks. La cosa fondamentale sarà prendere decisioni oculate, in linea l’una con l’altra. Non si può semplicemente fare come l’estate scorsa, quando il front office è andato nel panico e ha speso soldi per il piacere di spenderli.

L'arrivo dell’amato giocatore-agente Leon Rose alla guida del front office è stato un balsamo per i Knickerbockers. La sola possibilità di vederlo nelle vesti di decision maker al Garden ha donato nuova linfa vitale a tutta la franchigia.


La fan base di New York è, oggi, come è sempre stata: intelligente e rabbiosa. Vogliono un prodotto vincente, certo, ma soprattutto vogliono una squadra che si butti su ogni pallone, che combatta per ogni centimetro e che non conceda un singolo canestro facile. È questa la vera anima dei Knicks... o almeno, lo è stata fino all'inizio di questo millennio.


Io ero al Garden la sera del ritorno di Kristaps Porzingis a New York. La folla era assordante. Questi fan hanno un così disperato bisogno di una squadra vera per cui tifare che sfruttano ogni occasione possibile per fare un po’ di rumore...


Questo potrebbe essere l’inizio di qualcosa di vero e di sostenibile, ma solo se eseguito correttamente. Al momento, i Knicks hanno solamente $54 milioni sul loro libro paga per il 2020/21, il che lascerebbe loro $105 milioni di spazio di manovra. Sono cifre da Huell e Kuby.


Se Leon Rose approderà effettivamente a New York, le sue abilità costituiranno un upgrade immediato per le possibilità della franchigia di aggiudicarsi nomi di livello. Se si fosse già trovato lì, la faccia della Lega oggi potrebbe essere molto diversa - citofonare KD e Kyrie.



La questione più importante da definire nella parte restante della stagione sarà cosa fare dell’attuale nucleo giovane della squadra: RJ Barrett, Mitchell Robinson, Frank Ntilikina, Elfrid Payton, Kevin Knox, Dennis Smith Jr, Alonzo Trier e Damyean Dotson. Sono questi i giocatori che cavalcherei per davvero nella fase finale di stagione, inserendoli in qualsiasi tipo di scenario e situazione. Infatti, dato che la questione del record è irrilevante in ogni caso, l’obiettivo sarebbe quello di definire la vera identità di ciascuno di quei giocatori, aiutando così il front office a stilare il progetto più adatto per il futuro. Non si può arrivare al Draft e alla free agency avendo ancora domande a riguardo, per la prossima stagione e non solo.


Accanto al lifting facciale dovuto da tempo che arriverebbe con Rose, sarà il Draft a segnare le sorti future del rebuilding della squadra. Per la prima volta da secoli, i Knicks possiedono effettivamente tutte le proprie prime scelte. Solo pronunciare una frase del genere vi sarebbe valso un pugno in faccia nella Manhattan di una decina di anni fa. Era questo il livello a cui si era arrivati: perfino la speranza era morta.


Certo, ai Knicks farà comodo un po’ di fortuna il 19 maggio, il giorno della NBA Draft Lottery. Immaginatevi il trambusto che si genererebbe a Broadway se i Knicks riuscissero ad agguantarsi il secondo fratello Ball a mettere piede nella Lega. LaMelo sta illuminando tutti i campi della NBL australiana, dove è stato appena nominato rookie dell’anno.



Quello che rende questo piano ancora più intrigante (molto di più) è il fatto che New York dispone anche di altre sette scelte per i prossimi 3/4 anni.


Nessun’altra squadra può vantare prospettive così rosee, eccetto gli Oklahoma City Thunder. La differenza è che i Thunder hanno avuto un ritorno incredibile dalle trade di Paul George e del beniamino dell’Oklahoma Russell Westbrook; i Knicks, invece, ci sono riusciti con una magia che ha spedito un Porzingis scontento ai Mavericks e con altre mosse intelligenti successive. Leggetelo di nuovo. Sembra già tutta un’altra franchigia, in grado di prendere decisioni solide.



Se tutto andrà al suo posto, con Leon Rose a prendere le decisioni, penso che si apriranno anche molte possibilità di veder arrivare ottimi allenatori, che potrebbero aver rifiutato la stessa offerta in passato. Sono infatti girate voci attorno ai nomi di Jeff Van Gundy e di Coach Cal di Kentucky.


Questa a me sembra l’immagine di un’organizzazione stabile, con persone intelligenti e navigate nelle posizioni di comando e con un futuro roseo davanti agli occhi.


E questa, per me, è già una vittoria.


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