• Andrea Lamperti

Non è (più) uno scherzo




It’s not a joke. Non è uno scherzo.

O meglio, non lo è più da qualche settimana, per il Joker.

Nei primi due turni di questi Playoffs, infatti, Nikola Jokic ha messo in mostra la versione più seria - e matura - del Joker. Una versione che ancora non avevamo del tutto conosciuto, e su cui i Denver Nuggets speravano di potersi appoggiare, a un certo punto.

Nelle due incredibili - soprattutto la seconda - rimonte da 1-3 della squadra di coach Malone, contro Jazz e Clippers, la scena è stata in buona parte “rubata” a Jokic da uno stratosferico Jamal Murray. L’Arciere sta facendo registrare medie incredibili in questa post season (27.1 PTS, 6.4 AST, 50.2% FG, 49.1% 3P) e ha trascinato i suoi alla vittoria in diverse occasioni nei minuti finali di partita (36 punti, 63.6% al tiro e 77.8% da tre nel “clutch time”: nessuno come lui nei Playoffs).

Nell’arrivo alle Conference Finals di Denver, però, la storia più interessante è la trasformazione di Nikola Jokic, il suo improvviso passaggio a una nuova dimensione, più matura e soprattutto più consapevole delle proprie responsabilità verso le ambizioni della squadra. E in un certo senso verso l’intero progetto-Nuggets, oggi e domani incentrato sul suo (smisurato) talento.

I Nuggets tra 2019 e 2020 sono incredibilmente andati quattro volte di fila a Gara 7, perdendo soltanto in quella giocata nel secondo turno dell’anno scorso contro i Blazers. In tutte queste partite il Joker... non ha affatto scherzato:

  • vs SPURS (2019): 21 PTS, 15 REB, 10 AST

  • vs BLAZERS (2019): 29 PTS, 13 REB, 4 BLK

  • vs JAZZ (2020): 30 PTS, 14 REB, 12/23 FG

  • vs CLIPPERS (2020): 16 PTS, 22 REB, 13 AST

L'attuale salto di qualità, anzi di maturità di Nikola, però, non è tanto figlio del suo apporto offensivo, che non è mai stato messo in discussione. Quanto, piuttosto, della sua rinnovata attitudine.

Nella bubble stiamo vedendo un Jokic più determinato che mai a prendersi ripetutamente dei tiri importanti. A uscire dalla comfort zone, che per uno col suo fisico non è così ampia su un campo da basket. A spendere tutte le energie (fisiche e mentali) sul campo, e prima ancora a pensare a come dosarle intelligentemente.


Abbiamo visto un Jokic che “ciondola” meno, protesta (leggermente) meno con gli arbitri, ha meno spesso quell’espressione sconsolata e quella mimica da “ce l’hanno tutti con me”...

Abbiamo visto un Joker che finalmente è davvero leader di questi Nuggets. E soprattutto stiamo vedendo un’applicazione difensiva decisamente nuova. Non necessariamente nei risultati - i suoi limiti in quanto a mobilità, verticalità e posizionamento erano e rimangono evidenti (anche se i Clippers, privi di uno “stretch-five”, non sono riusciti a cavalcarli); ma sicuramente nell’effort che in questi Playoffs ha messo in campo per 38.7 minuti a partita. Considerando quello cui siamo stati abituati, vedere Jokic nella metà campo difensiva assumere più-che-episodicamente una “power position” è già qualcosa di significativo. È il requisito minimo per Nikola per provare a sopperire ad una parte delle proprie carenze, in primis atletiche.


Nella metà campo offensiva, ci sono un’infinità di modi in cui il Joker “compensa” la propria non-dimensione atletica: trattamento eccezionale della palla, visione del campo e qualità nel passaggio che non avevamo mai visto in un centro, estro da genio del gioco, capacità di punire ogni tipo di difesa avversaria, sia dentro l’area che lontano da canestro (sta tirando con il 44% da tre in questa post season). Nella metà campo difensiva, invece, serviva ed è arrivato da Nikola un giro di vite dal punto di vista attitudinale, nel tentativo di essere meno possibile il punto debole dei Nuggets.

Avere nel proprio miglior giocatore un tallone d’Achille così vistoso, infatti, può portare rapidamente alla disfatta nei Playoffs, come è stato evidente nelle prime partite della serie con Utah. Soprattutto per una squadra come Denver, che - avendo come principali opzioni offensive Jokic, Murray e Porter Jr - è sempre costretta a cercare un equilibrio tra talento e solidità difensiva.

I Nuggets nelle ultime stagioni hanno coltivato e creato l’ambiente ideale per il talento cristallino di Jokic. Ci hanno creduto ciecamente e costruito una squadra "su misura", dopo essersi resi conto che la loro 41esima scelta del Draft 2014 era stata un'autentica benedizione per il futuro della franchigia.


Ora, in Colorado si aspettava la sua definitiva maturazione. Ed è per questo che, prima ancora che il sorprendente risultato in questi Playoffs (a prescindere da come andrà la serie con i Lakers), la trasformazione di Jokic è la notizia per Denver.


FOTO: NBA.com

Se il prossimo anno il serbo dovesse essere nuovamente parte degli All-NBA Teams, come avvenuto nelle ultime due stagioni, nel 2022 sarà eleggibile per una super-max-estension. Un contratto da cinque stagioni al 35% del salary cap della squadra, il secondo di un certo peso che i Nuggets gli elargirebbero, dopo quello da $147 M in 5 anni in essere dal 2018.

È chiaro che per avere la sicurezza di legare definitivamente il proprio destino alla classe del serbo, a Denver qualcosa di davvero “funzionante” era necessario vederlo. Et voilà, l’eliminazione dei Clippers di Kawhi Leonard e Paul George.

Ora per Jokic, Murray e compagni arrivano i Lakers, e sarà una Finale di Conference al limite del proibitivo per loro. Ma nella bubble, e con questi Nuggets, guai a dare qualcosa per scontato...



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